Paul Kalkbrenner è un dj. O meglio, è stato un dj. Da anni è un producer di musica originale, e dalla sua originalità è scaturito Berlin Calling, film di Hannes Stöhr del 2008.

Quali sono gli ingredienti per fare un film di culto?

Gli attori, si può dire. Beh, se hai Leonardo diCaprio nel cast hai già una marcia in più. Il regista: un certo Martin Scorsese, che prende storie di vita reale e le eleva a rango di pura arte. Il pubblico: The Room, scritto, diretto, sceneggiato ed interpretato dall’improbabile Tommy Wiseau; un film di serie Z ma che ha creato una vera e propria sottocultura – A Room full of Spoons. Oppure le contingenze: I Cancelli del Cielo, infinito dramma di Michael Cimino, venuta a costare un’enormità e definito il peggior kolossal di sempre.

Infine la colonna sonora. Protagonista di questa puntata di Fra Note & Popcorn è Berlin Calling, film di  Hannes Stöhr interpretato e musicato dal dj berlinese Paul Kalkbrenner, il cui commento sonoro l’ha elevato a rango di cult movie. Inoltre, l’esordio cinematografico di Paul Kalkebrenner è oltremodo sorprendente: il film raggiunse in Germania una popolarità tale da essere interrottamente riproposto dal Berlin Central Kino per anni.

Berlin Calling Paul Kalkbrenner

Berlino, 2008. Martin, meglio come conosciuto come dj Ickarus, presenta il suo nuovo album alla sua producer, Alice (forse ispirata ad Ellen Alien, fondtorice di BPitch records?), tutta codini, vinili ben ordinati, Mac candido sulla scrivania. Lei lo rifiuta: non c’è pathòs, non c’è emozione. Ritenta, Icka. La sua manager e fidanzata, Mathilde, una brava Rita Lengyel, prova a calmarlo, ma l’artista sopraffà l’uomo e c’è una chimica esplosione. Oltre alla più classica cocaina, alla scontata cannabis, durante una serata, il suo pusher di fiducia, “Pisello”, vende ad Icka della para-metossi-anfetamina, un pericoloso analogo della più banale ecstasy. Temperatura corporea fino a 40 gradi, nullo effetto euforizzante, scarsissimo effetto allucinogeno: morti per overdose involontaria incalcolabili, tanto che il chimico che sintetizzò e pubblicò la sostanza, David E. Nichols, si scusò pubblicamente.

Icka viene internato in centro di recupero che, ai suoi occhi, è poco meglio del manicomio di Qualcuno Volò sul Nido del Cuculo. Dà anche una festa con tanto di prostitute, come nel capolavoro di Milos Formàn. Laddove, però, per il personaggio di Jack Nicholson arrivò la morte cerebrale, per Icka, alla fine, quell’internamento fornisce un luogo sicuro in cui mettere a posto la sua vita: la relazione confusa con Mathilda, anch’ella amante degli eccessi, i sentimenti contrastanti nei confronti del padre organista e del fratello “bravo ragazzo”, e, soprattutto, l’opportunità per liberarsi di tutto il marciume di cui si era circondato. “Pisello” compreso. Nella palestra del centro di recupero viene scattata l’iconica copertina del nuovo album, con buona pace della psichiatra/grillo parlante di Icka, interpretata da Corinna Harfouch.

Dj Icka di Berlin Calling è un personaggio sui generis, un artista del terzo millennio: indossa solo t-shirt di calcio vintage, di cui ha un enorme repertorio, tende ad isolarsi ma ha bisogno di persone attorno a sé; finge di non necessitare dell’approvazione altrui, ma è proprio ciò che l’ha spinto a diventare un producer.

Alla fine, dj Icka si riapproprierà della propria vita e della propria arte: Berlin Calling, titolo scelto dalla produttrice Alice, fa eco a London Calling, storico brano dei The Clash, e dà un tono un po’ retrò, un po’ Guerra Fredda all’intero album. La realtà, invece, è duplice: Berlin Calling è l’apogeo, il tracollo, e la rinascita di un artista di musica elettronica, un vero e proprio prodotto della storia tedesca del secondo dopo guerra in poi. Berlino, città mutilata da Hitler prima e dai bombardamenti alleati poi, si staglia con le sue ciminiere e la sua architettura post industriale e fornisce l’ambiente perfetto per una parabola di droga e di arte: i suoi club, pullulanti di vita, di chimica, e di note, ne sono il cuore pulsante, e le loro storie fluiscono nelle vene da Alexander Platz. Martin è diverso da Christiane F., ma ne condivide le origini, è anch’egli vita che nasce dall’asfalto e dal cemento e che non riesce ad amare se stessa, e quella nascosta sensibilità che rende così fragili nell’aggressiva società del Primo Mondo. Creature che si accoppiano senza piacere nei bagni pubblici, che per non pensare ingoiano pasticche: che eccedono per non morire. Berlino è la chiave di questa pellicola verista moderna, come Dublino ed i suoi pub lo sono per Ulysses: una gelida, civilissima, landa desolata mascherata di cyberpunk.

Berling Calling, nel complesso, avrebbe potuto trasmettere tutto ciò con più chiarezza, ed è interamente retto da Paul Kalkebrenner stesso: la regia di Hannes Stohr è acerba, spesso affidata a telecamere a spalla di cui si perde lo scopo, e si affida spesso al citazionismo, che sia di Qualcuno Volò sul Nido del Cuculo o di Trainspotting; fosse stato fatto poco più, si fosse spinto più sull’aspetto naturalistico, probabilmente avremmo avuto un degno erede di Control di Antony Corbjin. Aspetto purtroppo totalmente negativo è la scelta di fare un film, a sua volta, sostanzialmente minimal: le bellissime musiche di Paul si sentono raramente, e spesso sono in disaccordo con l’umore di Icka.

Berlin Calling: tracklist

Berling Calling Paul Kalkbrenner

01 Aaron
02 Queer Fellow
03 Azure
04 Sky And Sand
05 Square 1
06 Altes Kamuffel*
07 Torted
08 Moob
09 Mango*
10 Atzepeng*
11 Castenets*
12 Revolte
13 Bengang
14 Peet
15 Absynthe
16 Gebrünn Gebrünn*

 

 

Paul Kalkebrenner con Berlin Calling cerca di fare il grande salto nel mondo della musica commerciale, ma con qualità: come  Icka risponde dalle sue cuffie alle silenziose domande che l’umanità pare porgli, e la consolle è la sua chitarra elettrica. Paul non è un novellino, non si improvvisa dietro la consolle, ma come Avicii è esperto di teoria musicale e sa come combinare i suoni che l’informatica fornisce per creare una musica minimal, fatta di ripetizioni, addizioni, sottrazioni ben calibrate: una musica che ha, forse involontariamente, basi matematiche ben definite, di cui le frequenze dei beat si sostituiscono alle scariche elettriche dei cuori degli ascoltatori. Paul è come Vasilj Kandiskji, che usava le macchie di colore per far muovere gli occhi sulla tela ai fruitori: il ritmo è qui, invece, continuo, e invece di essere discreto e nervoso come una tela del pittore è un fluire di suoni microscopici che uniti creano un’unica grande onda. Già prima di Berling Calling, Paul Kalkebrenner aveva fatto intravedere la sua linea autoriale, con Self, uscito nel 2004, di cui Since 77 è il faro: linee melodiche, in netto contrasto con quel che suona ad Ibiza.

Berling Calling è un continuo flow che è in grado di rendere accessibile la techno minimal, pur mantenendo un elevato livello qualitativo, ai neofiti.

I primi due brani sono un manifesto di techno di classe: il primo, Aaron, un ipnotico ripetersi di beat e di chitarra; il sequencer diventa un’orchestra nelle mani di Paul e si sente. L’arpeggio viene ripetuto all’infinito, con poche intrusioni, entrando a pieno diritto nella massification techno, prendendo inoltre un sample da Summertime, di Aaron Neville. La traccia seguente, Azure, segue invece uno schema più melodico, rubato direttamente dagli M83 e riadattato al dance floor: su una base che si va via addizionando di beat, appare un lieve arpeggio di suoni sintetici, quasi uno strumento solista.

Sky and Sand, terza traccia, è il singolo dall’album, e fa uso della voce del fratello di Paul Kalkbrenner, Fritz. È un brano fatto di accordi maggior, di beat di drum machine, di cambi di ritmo sottilissimi e che prevedono una grande conoscenza di ciò che l’orecchio umano del terzo millennio necessita per sentirsi appagato e rasserenato. La melodia ispira skyline industriali al tramonto, sogni cementati in mattoni grigi, una fuga dall’incancrenita tranquillità. E’ attualmente disco di platino in Germania e ha resistito per 120 settimane nella hit parade tedesca.

L’intero album è un viaggio a Berlino, che sia nei bassifondi, nelle discoteche, o in attici scintillanti: Square 1 è la descrizione di una piazza affollata, fatta di beat ripetuti ed addizionati, in cui le variazioni sono leggere, difficilmente udibili. In ciò è la potenza della musica di Paul Kalkbrenner: l’apparente semplicità. Il fading, la dissonanza, la drum machine, ed i riverberi, che concorrono a creare Alexander Platz nella mente dell’ascoltatore. Torted riporta, invece, l’album esattamente da dove nasce l’arte di Paul: dalla Detroit techno. Dura, ecstasy in musica, bassi che rimbombano nella scatola cranica e luci stroboscopiche. Moob segue il filone, ma suona più oscura e misteriosa, quasi interrogativa (difatti è in Fa diesis minore): vi è un originale linea melodica fatta di quello che sembra essere un organo distorto più che un trumpet, di cui peraltro si fa scarso uso. Scariche elettriche corrono in sottofondo, come elettroni nelle lampadine a neon dei lampioni.

QSA – sicuramente acronimo di qualcosa che non conosciamo- è la più ricca di melodia dopo Sky and Sand, in quanto contiene numerosi cambi d’accordo ed una fisarmonica campionata che si intervalla a più classici suoni elettronici. È un brano zigano, una distorsione di quel che viene suonato dai gipsy nelle metro di tutta Europa: è il folklore frammisto di malcontento che serpeggia nei sotterranei delle città. O, come direbbe il critico Philip Shelburne, skeletal techno.

Revolte è uno dei brani migliori dell’album. È quello che suona alla fine di Berlin Calling, il ritorno di dj Icka: si danza, si accelera, ad ogni accenno di suoni elettronici. Su un piano di dissonanza gioca invece Bengang, che crea un sorprendente soundscape per poi stravolgerlo completamente a metà brano, introducendo synth energici ed accelerando di molto il beat in sottofondo. Proprio quando si pensava di non potersi sorprendere più, arriva Peet e riporta prepotentemente nei club elitari di Berlino, nebbiosi di fumo e di sudore. Di fantasmi urbani parla Absynthe, in cui Paul Kalkbrenner dà il meglio di sé e mescola synth fortemente rifratti e beat più classici, cuori ancora pulsanti: quasi presenze spettrali che si sovrappongono alla vita reale. Il brano si sviluppa con una voluta lentezza, quasi ad assaporare lo spirito di Berlino, una città che ha sofferto troppo, ed in cui i fantasmi dei morti ed il fantasma di quel muro (Paul aveva tredici anni nel 1989) ancora aleggiano, e fanno parte della massa critica della metropoli. Il finale in crescendo è un unicum nel genere.

La dichiarazione d’amore definitva per la capitale tedesca è, però, nella traccia finale dell’album, Trains. Il sampling è ai massimi livelli, e Paul, come fa Icka nel film, registra il suono d’avviso della chiusura delle porte della S-Bahn, lo lavora, ne fa synth, e ne crea un brano. Ne crea una melodia per carillon, placide superfici lucidissime di metropoli utopiche, uno splendido downtempo che affonda le sue radici nell’elettronica svedese. Il paragone con Solar Fields, al secolo Magnus Birgersson (che proprio nel 2008 pubblicò la sua prima colonna sonora, ossia per Mirror’s Edge, videogame EA/DICE) è più che calzante.

Inoltre, nella versione bonus dell’album è contenuto anche il remix del brano attualmente più famoso, assieme a Sky and Sands, di Paul: Gebrunn Gebrunn. Beat potenti e marziali, che contribuiscono a rendere epico l’intero pezzo.

C’è una quantistica purezza nei mixing perfetti, nei riverberi ben calibrati di Berlin Calling. Paul Kalkbrenner è un genio del suo tempo, un artista che ha prima imparato la teoria musicale ed ha iniziato poi a comporre. Un artista che ha dato un netta sferzata al concetto di “dj ignorante” tanto caro negli anni ’90, e che ha contribuito ad elevare al rango di musica vera e propria, non solo supporto per serate, la techno.

Giulia Della Pelle