Emanuele Presta: “Venti minuti di libertà” per raccontarsi

di Alessia Andreon

Venti minuti di libertà è l’EP d’esordio di Emanuele Presta, cantautore salentino che vive da anni a Bologna, interamente dedicato alla libertà.

Un percorso tra le emozioni composto di sei tracce, che riconducono a sei sfaccettature della libertà: i ricordi (che ci rendono in qualche modo liberi, quando ci rifugiamo in essi), la vita (la più grande manifestazione della libertà), i sogni, la fuga, l’amore (perché spesso sognare, scappare da stessi e dalle circostanze e amare qualcuno o qualcosa non possono non essere sinonimi di libertà) e l’arte (perché là dove c’è espressione artistica c’è anche libertà). Venti minuti ininterrotti, in quanto, come spiega Emanuele Presta nell’intervista, ad ogni finale corrisponde l’inizio della canzone successiva.

INTERVISTA

Il tuo primo Ep si intitola “Venti minuti di libertà” e ogni canzone è un tassello che va a comporre questo puzzle. Raccontaci meglio….

Sono sempre stato un appassionato dei concept album sin da piccolo e quindi volevo fare qualcosa che potesse avere un senso. Non volevo fare un EP in cui le canzoni fossero messe lì, appese, ma volevo che fossero unite da un filo conduttore e poi, mentre scrivevo il disco, ho capito che avevano in comune il senso di libertà che davano nel momento in cui le riascoltavo, solo chitarra e voce.

Inoltre, tutte le canzoni sono collegate dal fatto che non c’è mai un’interruzione. Per esempio: la prima canzone finisce in sol e la seconda inizia con la stessa nota, e così diverse altre. Tra la quarta e la quinta traccia c’è, invece, un cinguettio di uccelli. Volevo fare un discorso completo, non volevo che le canzoni fossero slegate, quindi ho usato questo escamotage.

Dopo alcuni singoli il tuo primo Ep è un concept album. Come mai questa scelta?

Come ti accennavo prima, mi sembrava banale mettere insieme dei singoli magari slegati tra loro; ho voluto dare un senso a quello che facevo. Sono un fan della musica cantautorale come “Non al denaro non all’amore né al cielo” di De Andrè, “Ok Computer” dei Radiohead, che mi hanno formato come persona, ma soprattutto come musicista, quindi non potevo non omaggiare, a modo mio, quel tipo di musica che fa anche pensare. Vorrei che anche la mia musica, per 20 minuti, facesse “accendere il cervello” a chi l’ ascolta.

Anche il tuo incontro con la musica è stato particolare…

Sì, tutto nasce casualmente però, poi, negli anni ho capito che nulla succede per un caso. Erano i primi periodi in cui c’era YouTube e, per caso, mi sono imbattuto in Bob Marley che cantava a casa Redemption Song, con gli amici, chitarra e voce.

Quel video ha fatto nascere in me il desiderio di imparare a suonare la chitarra; ne comprai una su Ebay, strapagandola, perché non ci capivo nulla. Dopo due settimane la sapevo suonare e da lì ho iniziato ad improvvisare degli accordi, dei giri armonici, senza aver mai studiato. Per questo ti dico che non è stato un caso; secondo me avevo inconsciamente questa voglia di dire quello che pensavo e comprare quella chitarra è stato semplicemente un modo per arrivare ad oggi… Forse non ho comprato la chitarra perché volevo suonare Redemption Song, ma perché volevo scrivere canzoni.

I ricordi, la vita, i sogni, la fuga, l’amore e l’arte. Qual è il tuo modo di evadere preferito?

Tutte e sei, per me, hanno un senso; poi ognuno dà un senso dell’amore, della vita, dei ricordi, del fuggire, dell’arte, a suo modo.

Io, sicuramente, mi rispecchio più nell’ultima canzone che è dedicata all’arte, che è il mezzo che mi ha permesso poi di esprimere altra arte. Per arte io intendo la musica, però poi ognuno può dare la sua definizione di arte.

Anche quando mi rifugio nei ricordi o nei sogni e cerco di evadere delle cose, sento quella sensazione di libertà.

Tutti questi simboli di libertà, nell’album, sono affrontati dal lato “negativo”, come se ci volesse una controprova per dimostrare che la libertà spesso si cela nelle cose inaspettate….

Purtroppo sono un cantautore (ride) e i cantautori, bene o male, non parlano spesso di cose allegre!

Penso che uno parli di cose felici se fa reggaeton, ma i cantautori sono più nostalgici… Se posso spezzare una lancia a favore della categoria dico che non riuscirei mai a scrivere una canzone d’amore durante un rapporto, perché in quel momento sono così coinvolto, che scriverei in un modo idilliaco. Mentre, dopo che ci si lascia si mettono sul piatto sia le cose belle che quelle brutte, è una sorta di resoconto finale.

Verso la fine della canzone dedicata all’amore dico che, se anche in questa vita ci siamo lasciati, io comunque la ricercherei… Nella canzone dei migranti, la barca arriva sulla terraferma. Anche nella canzone dedicata ai ricordi, nell’elenco di tante cose che mi sono successe, alla fine dico: Amico mio devi sognare, sennò che cazzo campi a fare. C’è sempre un modo per salvarti. Affronta i demoni e non adeguarti… Quindi, sul finale, c’è un segno di speranza.

C’è sempre anche quella vena nostalgica che è il mio modo di approcciarmi alla musica prettamente cantautorale.

Hai raccontato di avere il difetto di pensare troppo, quando non pensi stai scrivendo una canzone, altrimenti dormi. Come funziona il tuo processo creativo?

Molti pensano che voglia dire che dormo tanto, ma non è così: non dormo, penso, quindi, l’unico modo per non pensare è dormire. Ho paura che un giorno non vissuto a cercare qualcosa da scrivere, di intuitivo, in cui non ho l’ispirazione, mi sembra un giorno buttato. Ho paura di sprecare l’arte e di fare un torto alla mia musica e a me stesso.

In qualsiasi situazione mi trovi, penso a quanto sarebbe bello scrivere una canzone su quello che sto vivendo.

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