SudConscio: il luogo dell’anima di Dongocò – INTERVISTA

di Alessia Andreon

SudConscio” è il titolo del nuovo disco di DonGocò, rapper calabrese, membro del collettivo Keepalata, che torna con un concept album, a distanza di tre anni dal suo ultimo lavoro solista “Pezzi di me”.

Un album complesso, che si sviluppa tra rap, cantautorato, psicoanalisi, improvvisazione e varie tecniche alternative e creative di scrittura e di narrazione.

“SudConscio” si avvale delle produzioni di Libberà, Mastro Fabbro, Franiko Calavera, Erma e Pietro Squoti.

Tante anche le collaborazioni presenti, soprattutto nei brani puramente Hip-Hop, con i featuring di Kento, Brigante, Suono BDJ DimaAkuUsiku e DJ Kerò.

Andiamo quindi a scoprire cosa è per DonGocò “SudConscio”.

INTERVISTA

Il tuo nuovo album “SudConscio” è più uno stato d’animo o un luogo metaforico in cui nascono le tue canzoni?

Wow, che bella domanda! È più un luogo, ma non troppo metaforico; diciamo che è una terra fantastica, che unisce gli aspetti personali profondi e quelli delle origini in quanto rappresenta la vicinanza tra le profondità umane e il legame con la terra, in particolare, con tutti i sud del mondo.

Il sud è visto come luogo umano dove nasce l’arte e, di conseguenza, molte di queste canzoni sono nate da vibrazioni che provengono da lì.

Nel momento in cui sono riuscito ad entrare in sintonia con quella zona geografica dell’anima, ho potuto concretizzare molti aspetti musicali che prima erano solo delle speranze.

“È prezioso saper esitare ma non per fermarsi, per ascoltare l’attesa, riempirla con il desiderio, il sogno, di tutta l’immaginazione di quello che forse domani sarà, ma poi stare qui, a volersi stupire di cosa o di come qualcosa diventa”. Con queste parole profonde introduci l’album…. Un manifesto della tua scrittura!

Assolutamente sì, è legata alla presunzione che ho sentito quando ho concluso l’album e mi sono detto: sono proprio presuntuoso a pensare, o a pretendere, che la gente, al giorno d’oggi, possa riuscire a mettersi in ascolto e a sapere esitare da traccia a traccia, per vedere come si sviluppa il discorso.

Siamo nel tempo delle risposte istantanee, dei pop up veloci, dello scroll e quindi saper stare in qualcosa, poter fare l’esperienza, aspettare per far risuonare dentro qualcosa che si è ascoltato, prima di dare un giudizio, è qualcosa che è al di fuori da questo tempo.

Credo la componente del saper aspettare sia necessaria nella nostra esperienza quotidiana.

Il momento dell’esitazione lo vivo sempre come quello più propizio per i suggerimenti.

Prendersi del tempo, esitare, è il momento più alto della creazione ed è anche il messaggio che voglio dare con l’album.

L’album racchiude vari generi musicali, partendo dal rap, passando per il latin e sconfinando anche nel cantautorato. Come mai questa commistione?

Sì, molto strana, soprattutto perché siamo abituati, a livello di comunicazione, a dover esprimere una cosa per volta. Se però pensiamo alla nostra vita di tutti i giorni è evidente che facciamo mille cose contemporaneamente e il mio modo di vivere l’arte coincide di più con la spontaneità che accompagna questa commistione continua.

In una mia giornata posso passare dal rap a canticchiare delle melodie davanti al camino con la chitarra. Se la mia musica è frutto della mia arte comprende quindi tutti questi linguaggi.

In tanti mi avevano scoraggiato dal mettere insieme generi diversi… Siamo sempre ispirati a separarci da noi stessi: abbiamo una pagina social professionale e una personale, facciamo un album di cantautorato e uno solo rap… Io sono quello che emerge dal disco, cerco di mantenere insieme tutta questa complessità.

Apprezzo molto anche i controsensi degli esseri umani.

Alessandro Bergonzoni, un artista, filosofo, visionario, autore a attore teatrale teorizza, a tal proposito, il contemporaneamente. È molto più umano raggiungere un traguardo mentre si fanno tante altre cose, che dedicarsi solo a raggiungere quel traguardo.

In MHDDC parli del percorso che ti ha portato a scrivere questo album e dei giudizi degli altri quando lavoravi sull’arteterapia e studiavi il subconscio. Come ti sei approcciato a questi temi?

Ho scoperto la psicologia e tutto il mondo dello studio della psiche a fine liceo. Lo avevo studiato in filosofia e poi ho approfondito con dei libri trovati a casa.

In quel momento ho pensato che l’unica buona scusa per andare via dal mio paese fosse andare all’università. Il motivo vero era l’esigenza di trasferirmi in una città dove c’era la possibilità di fare hip hop e la scelta era tra Bologna e a Roma.

Col tempo, quella che era inizialmente solo una scusa, mi ha appassionato tanto quanto l’hip hop e la scrittura. Forniva delle spiegazioni razionali a qualcosa che sperimentavo già da anni attraverso il rap; mi aiutava a decodificare le mie emozioni.

Ho iniziato a vedere quanto le esperienze di rap e psicoterapia fossero vicine, e quanto la scrittura fosse utilizzata nella terapia. Mi sono quindi approcciato all’arte terapia, grazie ad un professore che cito anche nel brano, che è diventato il mio mentore.

Mi ha dato una chiave per leggere con l’ottica della psicologia il mio aspetto artistico e anche per declinarlo con dei laboratori di creta; poi mi sono sentito autorizzato a utilizzare anche il rap per finalità terapeutiche ed educative, a seconda dei contesti.

“Il genio” è frutto di tecniche di scrittura creativa. Mi ha fatto pensare a quanto sarebbe utile ai ragazzi saper utilizzare questi strumenti….

Ognuno di noi dovrebbe potersi permettere di fare esperienza, di sperimentare il canale creativo; sono i nostri preconcetti e le nostre sovrastrutture a schiacciarci. 

“Il genio” nasce da un tipo di scrittura che io ho chiamato “a caso”, prendendo dei diversi libri dalla mia libreria, davvero diversissimi tra di loro, ed estrapolando dei piccoli frammenti da ogni libro.

Mettendo in fila questi frammenti sono nati due brani: il primo che ho deciso di non utilizzare in questo album, perché non ha ancora una forma che mi soddisfa, e il secondo è “Il genio”.

È stato molto emozionante vederlo prendere forma, con l’accompagnamento di due soli accordi, dato che non so suonare…

Nell’album sono presenti varie collaborazioni, quasi tutte nei pezzi hit-pop. È un caso?

Grazie per avermi rivelato qualcosa che ancora non avevo capito del mio disco!

Questo album, più degli altri, ho iniziato a comprenderlo dopo averlo pubblicato, confrontandomi con le persone che l’hanno ascoltato.

L’ hip hop è stato il mio primo veicolo di socializzazione; ho iniziato a prendere il treno per andare alle jam in giro per l’Italia e a conoscere e creare contatti e amicizie profonde.  

Ho anche attraversato  un periodo in cui ero poco propenso, per una intimità molto forte con la scrittura, a condividere quello che scrivevo, ma ora ne sento, addirittura, l’esigenza.  Gli artisti con cui ho collaborato sono innanzitutto persone che stimo tantissimo e, come dicevi, sono quasi tutti rap.

La musica, per me, è condivisione e incontro, come per i brani “Fermo” e “GuateMaya”, che vedono la partecipazione di La Reina del Fomento e del producer Franiko Calavera, con cui ho avuto la possibilità di fare altri progetti e che mi hanno onorato della loro presenza nell’album.

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