“IO, NOI E GABER”: storia di un uomo libero

di InsideMusic

Nei mesi scorsi al cinema ha registrato numeri da record “Io, noi e Gaber”, il docu-film realizzato dal regista Riccardo Milani che ripercorre la straordinaria carriera di Giorgio Gaber, uno tra gli artisti italiani più influenti e amati del 20° secolo.

Ma perché il “testamento artistico” del cantautore milanese è ancora un punto di riferimento per le giovani generazioni? Perché è così attuale? Scopriamolo insieme.

L’esordio e I PRIMI SUCCESSI

Negli anni ’60 Giorgio Gaber è uno dei cosiddetti “urlatori”: insieme a Mina e Celentano adotta il rock’n’roll di stampo statunitense e inglese, mescolandolo con i tratti tipici della musica italiana.

Ottiene un grande successo anche grazie alla conduzione di vari programmi televisivi, entrando nelle case e nel cuore degli italiani attraverso la sua voce cristallina, la sua profonda ironia e quel modo di suonare la chitarra di chiara ispirazione francese.

Ma all’inizio degli anni ’70 Gaber si tira improvvisamente fuori da quel mondo ovattato, dove censura, regole e meccanismi televisivi lo stritolano fino a fargli mancare il fiato.

IL TEATRO CANZONE E “LA LIBERTà”

L’incontro con il paroliere Sandro Luporini, co-autore di tutti i testi, ma soprattutto la necessità di un contatto diretto con il pubblico lo spingono a dare vita al “teatro canzone”, in cui Gaber può riversare tutto il suo “pensiero” e la sua arte, in ogni forma.

Monologhi, giochi di luce, umorismo, satira, mimica facciale, musica: c’è ogni cosa negli spettacoli teatrali del Signor G ma prima di tutto c’è lui, che rovescia i “canoni” della sua stessa canzone.

L’ironia pungente e il sarcasmo sono sempre protagonisti assoluti, ma in questa nuova veste spingono chi ascolta ad una riflessione globale sull’ipocrisia dell’essere umano e quindi della società: non regala mai certezze, semmai alimenta i dubbi; non è affatto rassicurante, ti scuote dall’inizio alla fine; non è “politicamente corretto”, mai banale e mai semplice.

“La libertà non è star sopra un albero,
non è neanche il volo di un moscone,
la libertà non è uno spazio libero,
libertà è partecipazione!”

“La libertà”, scritto nel 1972, è tra i suoi brani più conosciuti e significativi ed è stato inserito nel suo spettacolo “Dialogo tra un impegnato e un non so”, che già dal titolo porta con sé un alone di mistero e fascino tipicamente gaberiano.

Quel verso “libertà è partecipazione” riassume alla perfezione l’invito dell’artista a sentirsi parte attiva di una comunità: la libertà non può essere fine a sé stessa, ma deve essere condivisa. “Non è neanche il volo di un moscone”, perché non ci si può sentire liberi restando soli.

Poi sottolinea anche “che la forza del pensiero sia la sola libertà”: Gaber parafrasa Kant ricordandoci che la priorità è servirsi della propria ragione, perché essere uomini presuppone l’utilizzo della propria testa e della propria morale, da alimentare attraverso la curiosità e la conoscenza, ma senza farsi manipolare dalla politica che intende venderci la sua interpretazione di libertà.

In molti, negli anni, lo hanno strumentalizzato, soprattutto i politici o chi di Gaber non conosceva in toto il suo pensiero, piegando il significato dei suoi messaggi a seconda della propria ideologia. E questo è il torto più grande che si possa fare ad un artista come il Signor G. Un “filosofo ignorante”, come amava definirsi lui stesso, che però era impossibile definire dal punto di vista politico o ideologico: è stato veramente un uomo libero, uno dei pochi intellettuali del ‘900 che si può descrivere con questo semplice ma potente aggettivo.

A questo proposito prendo in prestito le parole di Neri Marcorè, attore, regista ma anche magnifico interprete delle canzoni di Gaber, che in una recente intervista ha detto: “La grandezza di un pensatore come Giorgio stava nella capacità di far discutere, far pensare. Cosa direbbe oggi? Avrebbe continuato a coltivare il dubbio e la dissacrazione, la sua indipendenza dalla posizione dominante sarebbe stata ancora più rilevante e solida. Si sarebbe incamminato con ancora più decisione <<in direzione ostinata e contraria>>, come diceva anche Fabrizio De André, per ribadire e riaffermare la necessità di un pensiero autonomo in contrapposizione a quello unico e omologante della nostra contemporaneità”.

di Luca Nebbiai

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