“Deserti” di Piero Pelù: la recensione

di Dalila Giglio

Disagio, questo il termine che ha caratterizzato la vita di Piero Pelù negli ultimi anni, tra acufeni e depressione, il rocker toscano ha dovuto fare i conti con un rinvio forzato del tour.

Era giustificato quindi avere non il massimo delle aspettative, viste tutte le difficoltà elencate sopra, ma “Deserti“, ci ha in gran parte smentito, e risulta un disco in cui Pelù si presenta in netta ripresa e stacca di almeno un paio di gradini il precedente lavoro, “Pugili Fragili”. Tranne in alcuni passaggi dove forse si sarebbe potuto ricercare una maggior cura dei testi, Pelù ha tirato fuori un progetto davvero ottimo sotto il punto di vista degli arrangiamenti.

Composto da dodici tracce, “Deserti” è un mix di rock, punk e pop elettronico che ripercorrono le svariate anime musicali di Pelù. L’album non parte fortissimo e “PICASSSO” potrebbe far storcere il naso a più di qualcuno (compreso il sottoscritto), ma nella successiva “MALEDETTO CUORE” ritroviamo il Piero che ha fatto sognare generazioni, non si snatura, proponendo una rock ballad dalle atmosfere magiche. 

“NOVICHOK” è il pezzo tamarro di denuncia sociopolitica che non può mai mancare in un disco di Pelù, caratterizzato da un bel riffone potente di chitarra e un tappeto di tastiere molto anni 80, che in versione live dà il suo massimo, inducendo il pubblico a pogare; ecco però che dopo aver riflettuto sull’amara problematica dettata dai social (prendendo come esempio un tragico incidente avvenuto a Roma) in “TUTTO E SUBITO”, ecco che arriva la seconda perla del disco, “CANTO” ci riporta come impronta stilistica ai tempi dei Litfiba, cantandogliene in faccia a quei signori. Passando così per “ELEFANTE”, altra riflessiva ballad ben strutturata e caratterizzata da un testo semplice ma incisivo al punto giusto. Ci ritroviamo intervallati dal sound totalmente estemporaneo confezionato dai Calibro 35 per “BABY GANG” che non sembra sposarsi perfettamente con il resto del disco. 

Si arriva così a trattare la tematica acufeni con la carichissima “BARAONDE”, brano che sembra perfetto per rendere molto di più in chiave live e scatenare festa vera. “SCACCIAMALI”, è una sorta di rito propiziatorio che mira ad eliminare dal mondo i malanni, l’odio e le sofferenze ma purtroppo resta colpevolmente con il freno a mano tirato. A chiudere il disco la mistica “DESERTI”, brano strumentale davvero notevole.

“Deserti” è complessivamente un buon lavoro, e Piero Pelù si rimette in gioco, dimostrandosi un artista capace ancora di poter fare la differenza (vedi Maledetto Cuore e Canto) che questo possa essere un vero punto di rinascita dopo la tanta sofferta fine storia dei Litfiba.

Luca Ferri

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