È uscito il 9 gennaio Appartengo al mare, il disco d’esordio del cantautore pugliese De.Stradis.
Ad anticipare l’album i singoli “Un Vortice”, “Tu somigli” e “Cit.” feat. Nico Arezzo.
Appartengo al mare è composto da undici tracce, nate nei due anni in cui l’artista ha sentito la necessità di approfondire il proprio percorso creativo, dedicandosi alla scrittura con l’obiettivo di far emergere la parte più autentica della sua espressione.
RECENSIONE
Si tratta di un disco d’esordio ma, in realtà, somiglia più a un approdo consapevole e ragionato; il punto di arrivo in cui anni di scrittura, studio e palco si fondono e trovano una forma coerente e necessaria.
De.Stradis si è formato al Conservatorio di Bologna ed è stato finalista a Musicultura 2024; nel mezzo tanti live che lo hanno temprato e la collaborazione ormai decennale con Filippo Bubbico, figura chiave nel definire il suono di questo lavoro, che riesce a tenere insieme la tradizione cantautorale italiana e il respiro internazionale dell’arrangiamento, spaziando tra R&B, soul, jazz e pop senza mai diventare citazione fine a sé stessa: tutto è funzionale alla canzone, alla parola, al racconto.
L’immagine chiave è il mare, che genera i pensieri, mentre si nuota, e diventa col tempo un luogo d’incontro simbolico per una comunità fatta di relazioni, sensibilità condivise, gioco e resistenza emotiva. In questo senso il disco non è solo un diario personale ma un racconto corale, un gesto di restituzione.
TRACK BY TRACK
L’apertura in dialetto di “Intro” funziona come invocazione e radice: il “ruscio del mare” non è solo suono naturale, ma memoria profonda, richiamo identitario e ancestrale. Più che un brano, è una soglia emotiva, da varcare in punta di piedi.
La title track “Appartengo al mare” è il cuore simbolico dell’album e ne definisce l’orizzonte poetico. Tra bar, cortei, memoria generazionale e riferimenti culturali, il testo rivendica il diritto di sbagliare come atto vitale, opponendo il movimento del mare all’immobilismo sociale e mediatico.
È una dichiarazione di appartenenza che lega fragilità individuale e responsabilità collettiva, intesa come luogo di resistenza umana prima ancora che politica.
Questa tensione attraversa tutto il disco.
Ne “I primi della lista” l’attenzione si sposta sulle relazioni e sulle nuove forme dell’amore: con ironia e disincanto, De.Stradis parla della vulnerabilità come atto controcorrente, raccontando il rischio dell’esporsi in un tempo che invita alla protezione e al distacco.
L’osservazione del quotidiano si fa, invece, più tagliente in “2000 mai”, una satira, talvolta spietata, sull’Italia contemporanea, dove politica, memoria storica e indignazione selettiva si intrecciano fino a diventare un coro anestetizzato dal continuo “non entriamo in discussione”.
“Una banda larga” gioca con immaginari tecnologici e nostalgici per raccontare un futuro promesso e mai davvero realizzato. Il testo gioca con riferimenti pop e sociali per raccontare un presente iperconnesso ma emotivamente povero. Il mare ritorna come spazio di naufragio condiviso, unica alternativa alla superficialità delle piattaforme.
Più intimo e metatestuale è “Cit.”, costruito su rimandi, numeri e probabilità: un racconto affettuosamente caotico della precarietà emotiva e artistica, in cui l’amore diventa l’unico spazio di verità sospesa, capace di abbattere le pareti.
La dimensione della memoria attraversa “Rivivere”, uno dei brani più delicati del disco. Le note vocali, i gesti quotidiani e i “fantasmi timidi” restituiscono un passato che non viene idealizzato ma attraversato con lucidità e tenerezza.
In “Tu somigli”, invece, la scrittura si fa essenziale nel narrare il riconoscersi nell’altro. Il linguaggio è semplice ma stratificato, fatto di ritorni e tentativi. L’amore è descritto come possibilità, non come certezza: un movimento continuo di rincorsa e collisione.
Il senso di smarrimento generazionale emerge con forza in “Pilato”, dove il desiderio di fuga si scontra con la paura della scelta. Il volo, il viaggio e il diventare adulti sono richiami ricorrenti ad una responsabilità continuamente rimandata, mentre “Un vortice” è uno dei punti più alti del disco, in cui identità, politica, linguaggio e consumo si mescolano in una spirale di contraddizioni. Il testo è denso, tagliente, e restituisce l’immagine di un individuo che cerca una comunità senza trovarla.
A chiudere l’album è “Non mi capisco”, una confessione spoglia sull’alienazione da sé. Qui De.Stradis rinuncia a qualsiasi mediazione, lasciando emergere l’immobilità, il gelo emotivo e il dubbio come unici attracchi possibili. È una chiusura coerente e onesta, che non offre soluzioni ma restituisce una verità emotiva condivisibile.
IL VIDEO
Durante la produzione, insieme a Filippo Bubbico, De.Stradis ha scelto la sottrazione come metodo guida, mettendo al centro la canzone e il testo.
L’uso del nastro analogico, degli strumenti essenziali e di una resa volutamente imperfetta, conferisce al disco una naturalezza “sporca” ma profondamente umana, in linea con una scrittura che nasce dall’osservazione, dal dialogo e dall’incontro.
I singoli estratti: “Un Vortice”, “Tu somigli”, “Cit.” feat. Nico Arezzo e la title track “Appartengo al mare” rappresentano bene le diverse anime del progetto, mostrando un autore che trova nel dialogo e nell’incontro il vero motore creativo.
Appartengo al mare è un disco che non cerca di stupire, ma di restare nel tempo: un racconto generazionale che trova nel movimento, nell’errore e nella relazione le sue stelle polari. Come il mare, che non trattiene, ma continua costantemente a generare movimento.

Per ogni cosa c’è un posto
ma quello della meraviglia
è solo un po’ più nascosto
(Niccolò Fabi)