Il cantautore e polistrumentista napoletano Salvatore Lampitelli, in arte SABBA, pubblica il suo primo album solista, “‘A Verità”, un lavoro che intreccia canzone d’autore, Black Music e radici partenopee.
Dieci brani in cui la dimensione autobiografica si apre a una riflessione più ampia sull’identità, sulla perdita, sull’empatia e sulla possibilità di ricominciare.
Anticipato dal singolo “Mà”, il disco racconta un percorso personale in cui la musica diventa uno strumento per elaborare il dolore e ritrovare la speranza.
Intervista
“‘A Verità” è il tuo primo album solista e nasce da un percorso che intreccia perdita, dolore e rinascita. Quanto c’è di autobiografico in questo disco e in che modo la scrittura ti ha aiutato a trasformare esperienze personali in qualcosa di universale?
È tutto autobiografico. La perdita di mia madre è stata il punto di partenza, il nucleo da cui è nato l’intero progetto. L’esigenza era quella di esorcizzare il dolore attraverso la creatività, trasformando un’esperienza così personale e profonda in musica. Da questa necessità ha preso forma tutto il resto del disco, che non a caso ha richiesto tre anni di lavoro. È stato un percorso lungo, di elaborazione e trasformazione, in cui la scrittura e la musica sono diventate strumenti per attraversare il dolore e provare a dargli un significato.
Nel disco convivono canzone d’autore, blues e soul, tre linguaggi che hanno spesso trasformato la sofferenza in espressione musicale. Quanto è stato importante per te questo incontro sonoro e quali artisti o tradizioni hanno influenzato maggiormente la tua identità musicale?
I miei riferimenti musicali affondano le radici nel cantautorato italiano, nella Black Music e nel Neapolitan Power. Un ruolo fondamentale lo hanno avuto Napoli Centrale e Franco Del Prete, con cui ho lavorato a lungo e da cui ho assorbito molto, sia sul piano musicale sia su quello umano e artistico.
In ’A Verità queste influenze si incontrano e si contaminano naturalmente, dando vita a un linguaggio che riflette anche la storia di Napoli, una città che da sempre integra culture, sonorità e tradizioni diverse, trasformandole in qualcosa di profondamente personale. Ho voluto che il disco mantenesse un approccio sincero, diretto e fortemente legato al suonato, senza lasciare che la tecnologia prendesse il sopravvento sull’espressione musicale. C’è una dimensione poetica molto importante, che per me deve restare al centro.
Anche l’alternanza tra napoletano, italiano e inglese nasce da questa visione. Oggi mescolare le lingue nella musica è sempre più naturale, ma nel caso della musica napoletana è qualcosa che appartiene da tempo alla sua identità e alla sua cultura. Napoli ha una storia fatta di incontri e contaminazioni, e credo che questa ricchezza si rifletta inevitabilmente anche nel mio modo di fare musica.
Il napoletano, l’italiano e l’inglese si alternano nei brani dell’album, che affronta anche temi come la guerra, l’odio e il senso di estraneità. Qual è, secondo te, il ruolo della musica oggi nel raccontare le contraddizioni del presente e nel favorire una maggiore empatia tra le persone?
Dipende molto dalle intenzioni con cui si sceglie di fare musica. Mi occupo di musica da vent’anni, oggi ne ho quaranta, e sento che raccontare la verità e dare voce a storie condivise sia diventato, per me, un dovere e una responsabilità. Credo che le canzoni possano aiutarci a crescere, a guardare le cose da prospettive diverse e, in qualche modo, a diventare altro: a rinascere.
In Guardame ’nfaccia affronto il tema dell’empatia verso gli altri popoli attraverso gli occhi di un bambino che sogna di andare sulla Luna. Non è importante sapere se alla fine ci riuscirà oppure no: quello che conta è il suo desiderio di guardare il mondo da un altro punto di vista. Spesso siamo troppo condizionati dalla narrazione televisiva, che finisce per influenzare il nostro modo di percepire la realtà e gli altri. Dovremmo invece provare a superare queste rappresentazioni, recuperando la capacità di metterci nei panni di chi è diverso da noi.
In questo senso, il richiamo ai Pink Floyd e alla frase “Together we stand, divided we fall” — insieme resistiamo, divisi cadiamo — esprime bene il messaggio che voglio trasmettere. Nonostante le differenze culturali, linguistiche e sociali, abbiamo bisogno di riconoscerci gli uni negli altri, superando l’odio e le divisioni. Per me la musica deve servire anche a questo: ricordarci che l’empatia e la solidarietà sono fondamentali per immaginare un futuro diverso, in cui le differenze non siano un motivo di conflitto, ma un’occasione di incontro.
“Mà” è il singolo che ha anticipato l’album e si lega a una dimensione profondamente personale. In che modo questo brano rappresenta il tema della rinascita che attraversa “‘A Verità” e quale ruolo assume la spiritualità in questo percorso?
Mà è stata la prima canzone a essere scritta e proprio per questo, simbolicamente, è stata scelta da tutto il team, non soltanto da me ma anche dalla squadra di produzione, per introdurre l’album. Ci è sembrato giusto partire da un brano che racchiudesse il senso più profondo di questo percorso.
Dopo il buio rappresentato dalla perdita di mia madre, la musica è diventata uno strumento per cercare una seconda possibilità, per ritrovare la speranza e immaginare una rinascita. Non significa dimenticare il dolore, ma imparare ad attraversarlo e provare a trasformarlo in qualcosa di nuovo. È questo, in fondo, il filo che lega Mà all’intero disco.
Anche la presenza dei cori gospel in alcuni brani va in questa direzione: volevamo enfatizzare questa esigenza di spiritualità, questo bisogno di trovare qualcosa a cui aggrapparsi nei momenti più difficili. Il gospel, con la sua forza espressiva e corale, porta con sé un senso di condivisione e di elevazione che sentivo particolarmente vicino al messaggio dell’album. Per me la rinascita passa anche da qui: dalla possibilità di trasformare una ferita personale in un’esperienza capace di parlare agli altri e di trasmettere speranza.
Dopo le collaborazioni con musicisti legati alla scena napoletana, le esperienze televisive e i progetti collettivi, questo album segna un passaggio importante nel tuo percorso artistico. Che cosa hai sentito il bisogno di esprimere attraverso un progetto solista e in che modo “‘A Verità” rappresenta il SABBA di oggi?
Con ’A Verità ho sentito il bisogno di raccontarmi in maniera autentica, partendo da un’esperienza personale che ha inevitabilmente influenzato tutto il resto. È un disco che nasce da una ferita, ma che non vuole rimanere chiuso nel dolore: cerca piuttosto di trasformarlo in consapevolezza e di aprirsi agli altri.
Il percorso che ho fatto, tra collaborazioni, esperienze diverse e incontri musicali, fa parte di ciò che sono oggi. Tutte queste influenze convivono nell’album, insieme al legame con Napoli e alla voglia di sperimentare senza perdere la mia identità. Credo che il senso più profondo del progetto sia proprio questo: riconoscere le proprie radici, lasciarsi contaminare dal mondo e capire che anche dalle esperienze più difficili può nascere qualcosa di nuovo.
In fondo, ’A Verità è un invito a non considerare il buio come una condizione definitiva. La musica può aiutarci a elaborare ciò che abbiamo perso, a ritrovare un rapporto con noi stessi e con gli altri e a immaginare una possibilità di rinascita. Perché, nonostante tutto, credo che l’amore resti una delle risposte più importanti al dolore, alla rabbia e alla solitudine.

Per ogni cosa c’è un posto
ma quello della meraviglia
è solo un po’ più nascosto
(Niccolò Fabi)