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Fuija Fuija (Slow): il nuovo viaggio di Ylenia Lucisano – INTERVISTA

by Alessia Andreon
Ylenia Lucisano

C’è un momento, nella vita di un’artista, in cui smettere di cercare una direzione significa forse iniziare finalmente a trovarla. Per Ylenia Lucisano quel momento sembra passare dalla Calabria, da Rossano e da una lingua che non ha bisogno di essere tradotta per dire le cose più profonde, con Fuija Fuija (Slow).

Dopo Terra Rossa, la cantautrice torna con Fuija Fuija (Slow), secondo capitolo di un percorso che mette insieme elettronica e memoria, contaminazione e radici. Ma chiamarlo semplicemente “ethnotronica” sarebbe forse riduttivo: prima del genere vengono le storie, prima della produzione viene ciò che si ha da dire.

Fuija significa “scappa” in rossanese. Slow suggerisce invece di fermarsi, o almeno di smettere di correre senza sapere più perché lo si sta facendo. Dentro questa contraddizione c’è molto del nuovo percorso di Lucisano: una musica che guarda avanti senza rinnegare ciò da cui proviene e un’artista che, dopo aver attraversato diverse identità musicali, oggi rivendica il diritto di scegliere.

Il risultato è un progetto che non sembra voler tornare alle radici per nostalgia, ma per usarle come materia viva. Il dialetto diventa così qualcosa di più di una scelta stilistica: «la lingua della verità», dice Ylenia. Quella che salta la razionalità e arriva direttamente al corpo, alla memoria, a una parte di noi che forse conosce la strada prima ancora che sappiamo dove stiamo andando.

INTERVISTA

Partiamo da memoria, tradizione e contemporaneità. Quando hai capito che potevano diventare un linguaggio musicale tuo?

In realtà non abbiamo definito da subito il tipo di genere. Siamo partiti molto più dalla mia storia che dal suono. Prima ancora di toccare qualsiasi strumento, frequenza o elemento della produzione, io e il mio produttore artistico ci siamo seduti e abbiamo lavorato sulla parte umana di quello che volevo raccontare: cosa stavo vivendo, cosa volevo dire.

Il folk e l’elettronica si sono poi incontrati in Terra Rossa e adesso in Fuija Fuija (Slow). Sono elementi che si intrecciano e si contaminano, mantenendo però l’autenticità di quello che si vuole raccontare. In questo progetto è stato il contenuto a chiamare il suono, non il contrario.

Quindi l’ethnotronica, più che un punto di partenza, è stata una conseguenza.

Esatto. Non siamo partiti dicendo: “Facciamo questo genere”. Siamo partiti da quello che avevo bisogno di raccontare e poi abbiamo cercato il modo più autentico per farlo. Il suono è arrivato di conseguenza.

Nel progetto il dialetto rossanese ha un peso enorme. Non sembra esserci come semplice richiamo alle origini, ma quasi come uno strumento narrativo. Perché proprio il dialetto?

Perché per me è la lingua della verità. Non lo uso per portare il folklore o come elemento decorativo. Fa proprio parte della struttura del progetto che voglio portare avanti a livello artistico.

C’è anche una necessità personale: quando scrivo ho bisogno, molte volte, di bypassare la mente. Nei momenti di rabbia, di felicità, di emozione, spesso le cose ti escono spontaneamente non in italiano. L’italiano è una lingua che costruisco molto attraverso la razionalità. Il dialetto invece dice: basta tutto questo.

Passa direttamente dal corpo alla memoria e ti ricollega alle parti più profonde di te. È qualcosa che senti prima ancora di riuscire a spiegarlo.

Nel tuo percorso hai cambiato pelle diverse volte: cantautorato, esperienze più mainstream, oggi un ritorno molto forte alle radici. È cambiata la tua musica o sei cambiata tu?

La ricerca è sempre aperta. Sono una persona estremamente legata al cambiamento, sotto tanti punti di vista, e quindi anche artisticamente ho cambiato diverse volte identità musicale. Però alla fine mi rendo conto che non è l’identità musicale a cambiare: io resto sempre la stessa. Semplicemente mi muovo insieme alla musica.

Oggi quello che faccio mi rappresenta molto perché, con la maturità e l’esperienza, ho acquisito anche la capacità di scegliere: cosa voglio cantare e come lo voglio realizzare.

Prima ero molto più soggetta al giudizio degli altri e mi lasciavo guidare maggiormente. Ed è anche una fase giusta, perché quando devi imparare a fare un mestiere devi anche affidarti.

Oggi ho la presunzione di dire che quello che faccio lo faccio perché lo voglio così. E forse proprio per questo arriva anche meglio: perché mi rappresenta al cento per cento.

“Fuija Fuija” è una canzone che parla della necessità di rallentare, ma nasce dentro una produzione tutt’altro che statica. Quanto ti interessava che questa contraddizione arrivasse anche nel suono?

Molto. Dietro un progetto finito c’è tanto lavoro, tanto impegno e tanto sacrificio. La differenza oggi la fa soprattutto il modo in cui mi approccio a questo lavoro.

Prima entravo molto in ansia quando dovevo lavorare sulle canzoni, anche perché non avevo pieno controllo di quello che si stava facendo e quindi mi affidavo molto agli altri. Oggi, invece, la possibilità di lavorare a stretto contatto con il mio produttore artistico mi permette di verificare giorno per giorno quello che facciamo e di mantenere un dialogo sempre aperto.

Il mio produttore ascolta le mie esigenze e, allo stesso tempo, io mi fido di quello che fa lui. È un lavoro molto dinamico, anche perché oggi lavoriamo a distanza e spesso devo spostarmi a Bologna, dove ha sede l’etichetta.

Ma la differenza la fa la serenità con cui affronto il lavoro: la necessità semplicemente di esprimermi, senza pensare per forza di dover arrivare chissà dove. Perché arrivare a qualcosa diventa una conseguenza quando fai un lavoro fatto bene.

La dualità, comunque, esiste sempre: il bisogno di correre, di raggiungere degli obiettivi e, allo stesso tempo, quello di fermarsi e godersi il percorso.

In fondo è la stessa contraddizione che attraversa il brano: scappare e fermarsi. Da cosa senti di essere scappata e verso cosa, invece, stai andando oggi?

Credo che Fuija Fuija (Slow) parli proprio di questo: della necessità di rallentare senza smettere di camminare. Non si tratta di fermarsi completamente, ma di cambiare il modo in cui ci si muove.

Anche nella vita spesso abbiamo questa necessità di correre, di raggiungere qualcosa, di dimostrare. Oggi sento invece il bisogno di vivere maggiormente il percorso, senza avere sempre la sensazione che il valore di quello che faccio dipenda dal risultato.

Se Terra Rossa era il ritorno alle origini, questo nuovo capitolo sembra già aprire una strada diversa: più che tornare indietro, sembra voler ripartire da lì. Dove porta il prossimo passo?

Stiamo ancora lavorando a nuove canzoni. Per me oggi è importante soprattutto costruire un repertorio che mi rappresenti. Ho già due dischi pubblicati: uno nel 2015, molto più legato al mondo folkloristico, e uno nel 2019, molto più cantautorale.

L’obiettivo adesso è anche ridare vita alle vecchie canzoni e arricchire il repertorio con nuovi brani, come Terra Rossa, Fuija Fuija (Slow) e altri che usciranno nei prossimi mesi.

Poi voglio tornare sul palco. Per me è la cosa più importante: cantare davanti al pubblico. È l’azione più bella e quella che dà veramente voce a tutti i sacrifici che ci sono dietro la costruzione delle canzoni.

Quindi il prossimo appuntamento è live. Possiamo aspettarci un ritorno sul palco già nei prossimi mesi?

Sicuramente dal 2027.

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