Le FUCKSIA sono una band italo brasiliana formata da Mariana Mona Oliboni, Marzia Stano e Poppy Pellegrini. Transfemministe e queer, sono la combinazione perfetta tra attitudine punk, ambientazioni rave, sonorità dance e rap. La loromusica è un trittico di adrenalina, passionalità ed energia rivoluzionaria.
Eravamo sotto il palco di Festa Radio Onda d’Urto a Brescia la sera del 7 Agosto e le abbiamo incontrate nel backstage per approfonfire le sfumature del progetto.
Ciao ragazz* ! Com’è nasce il progetto FUCKSIA ?
Marzia: Nasciamo nel 2021, nel pieno del periodo del Covid. Abbiamo cominciato un po’ per caso e un po’ per terapia, perché stavamo attraversando, chi più chi meno, periodi intensi e a tratti anche drammatici. Quindi la nostra musica è diventata un po’ l’espediente per uscire da una dimensione anche problematica. Abbiamo cominciato io e Poppy, scambiandoci delle tracce che stavamo producendo . Lei voleva che buttassi giù delle barre, e così è nata “I’m a freak”. Mancava un ingrediente: avevo bisogno di una voce un po’ più disturbata, un po’ più noise, un po’ più punk.
Ho conosciuto Mari durante un concerto nello spazio culturale che gestivo all’epoca, proprio mentre stava attraversando un momento personale molto delicato. Ho pensato quindi di coinvolgerla per distrarla positivamente.
Mariana: Sì, un giorno mi arriva una base musicale e Marzia mi dice “Dai, prova a scrivere un testo”. Era appunto “I’m a Freak”. Allora dico: “Vai, provo”. Avevo bisogno di sfogarmi, quindi ho mandato delle registrazioni fatte nell’armadio a casa. E niente, poi da lì è nata FUCKSIA.
E l’idea del nome?
Mariana: È la fusione di mondi diversi. FUCKSIA è l’unione di due parole: “fuck” e “sia”. Quindi l’unione di queste due parole determina un po’ la nostra idea cromatica. Un colore che fonde sia il freddo sia il caldo, notoriamente associati al femminile e al maschile. Quindi l’idea della fluidità.
Dopo 4 anni, il progetto si evoluto come vi aspettavate?
Marzia: Sono cambiate tante cose dal 2021. Inizialmente cantavamo in inglese e ci siamo rivolte per almeno un anno e mezzo, due, a un pubblico internazionale, suonando principalmente all’estero: tra Germania, Francia, Svizzera, anche Spagna, in Inghilterra.
Il passaggio all’italiano ha segnato una svolta per noi: mentre la nostra musica cresceva, sentivamo sempre più forte il bisogno di prendere posizione sul conflitto israelo-palestinese. Da questa esigenza è nata “Muro di Casse”, scritta durante un tour e poi portata sui palchi e nelle manifestazioni. MURO DI CASSE diventa simbolo del nostro modo di unire musica, politica e militanza dal basso.
A questo proposito, unire arte e attivismo quanto è vincolante per fare musica?
Marzia: Unire l’attivismo politico all’aspetto artistico-musicale è sicuramente un’azione che ci ha portato ad attraversare spazi autogestiti, occupati che meritano di sopravvivere, esistere e resistere. Siamo molto grate per aver potuto toccare con mano quanta bella resistenza esiste ancora in Italia.
Allo stesso tempo, però, questo ci preclude un sacco di altre opportunità, ma a noi questo non interessa. La nostra volontà è di smuovere il pensiero, fare massa critica, creare comunità. Quindi quello che cerchiamo di fare nei nostri concerti è proprio fomentare le persone e recuperare quella rabbia che cerchiamo di trasformare attraverso la musica e la danza, Trasformiamo la rabbia in energia di cambiamento.
Come sono divisi i ruoli nel flusso di produzione di una canzone?
Marzia: Non c’è una regola fissa. Tendenzialmente è Poppy che produce la maggior parte delle basi, però ne ho prodotte diverse anch’io.
Nel mio caso, i testi nascono più come urgenza comunicativa. Io sono molto prolifica e mi piace molto incontrare anche la scrittura di Mari, che è molto diversa dalla mia. Lavoriamo anche insieme sulle suggestioni melodiche. Quindi è un lavoro estremamente trasversale e imprevedibile.
Qual è la vostra idea di successo?
Marzia: Per noi è già questo il successo. Sentire una connessione profonda con la gente, con le anime, con il pubblico giovane e meno giovane, su un palco così grande, è già un regalo, è già successo. Perché sui palchi così grandi di solito c’è molta separazione. Riuscire a tenere veramente questa connessione così stretta, per me, è già tantissimo.
Ed è anche tantissimo andare a suonare e fare anche molti benefit per realtà che fanno autofinanziamento, che si sostengono e che sostengono cause politiche e che noi spesso riusciamo ad appoggiare. Per noi già questo è assolutamente un riscontro.
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