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Gioacchino Fittipaldi: dentro le crepe della mente, alla ricerca della libertà – INTERVISTA

by Alessia Andreon
Gioacchino Fittipaldi

Trent’anni di musica, un’identità costruita tra rock e cantautorato e una scrittura che continua a muoversi nelle zone più profonde dell’animo umano. Con “Platone”, il suo nuovo singolo, Gioacchino Fittipaldi affronta il tema della gabbia invisibile che può nascere dentro di noi quando la mente diventa un luogo difficile da abitare. Disagio, fragilità, senso di estraneità e bisogno di riscatto attraversano il brano, senza scorciatoie né facili consolazioni.

Prodotto attraverso un percorso che vede coinvolti Francesco Procacci, Andrea Allocca e Pietro Foresti, “Platone” conferma la volontà dell’artista di mettere la parola e la narrazione al centro, affidandosi a un impianto sonoro essenziale ma capace di crescere progressivamente fino a trasformare la tensione in un autentico grido di libertà.

Anche il videoclip, realizzato in piano sequenza sul Monte Pollino, segue questa ricerca di autenticità: nessun taglio, nessuna possibilità di nascondersi, mentre il paesaggio diventa metafora di radici, rischio e nuovi orizzonti.

Abbiamo incontrato Gioacchino Fittipaldi per parlare di “Platone”, del rapporto tra fragilità individuale e disagio collettivo, della contaminazione tra generi, delle scelte produttive e di un percorso artistico che, dopo tre decenni, continua a cercare una propria voce senza inseguire formule o mode.

“Platone” mette in scena un conflitto molto personale, ma senza offrire una soluzione consolatoria immediata. Quando scrivi di disagio e fragilità, quanto ti interessa raccontare una condizione individuale e quanto, invece, fotografare un malessere generazionale?

Non parto mai con l’intenzione a tavolino di farmi portavoce di una generazione: la scrittura per me nasce sempre da uno
scavo intimo, da un’esigenza personale di mettere a nudo delle crepe. Credo però che quanto più si scende in profondità nell’esperienza individuale, tanto più si finisce per toccare corde universali.

Il disagio di cui parlo in “Platone” appartiene a chiunque si senta schiacciato dall’obbligo di performare o di apparire risolto. Evito volutamente le soluzioni consolatorie perché la musica non deve dare ricette facili o risposte da manuale; il suo compito è fotografare la realtà senza filtri, creare uno specchio in cui chi ascolta possa riconoscersi e sentirsi meno solo dentro le proprie fragilità.

Nel tuo percorso convivono il rock, il cantautorato e sonorità più contemporanee. In “Platone” quali di queste anime senti maggiormente rappresentate e quanto è difficile oggi mantenere una riconoscibilità personale dentro un panorama
musicale così contaminato?

In “Platone” sento soprattutto la sintesi tra due esigenze fondamentali: la centralità della parola, tipica del cantautorato, e l’impatto viscerale ed essenziale delle sonorità rock.

La musica per me è un percorso del tutto personale e un’esigenza espressiva intima.

La contaminazione tra generi oggi è una realtà naturale, ma la vera sfida non sta nell’incrociare stili diversi, bensì nel non
farsi omologare. Mantenere la propria riconoscibilità significa rimanere fedeli a ciò che si ha da dire e alla propria impronta vocale ed emotiva, senza rincorrere formule preconfezionate o adagiarsi sulle mode del momento.

Hai scelto di affidare la tensione del testo a un arrangiamento che cresce gradualmente, senza cercare un’esplosione immediata. È una scelta che nasce dalla scrittura del brano o è stato il lavoro in studio a modificarne progressivamente
l’identità?

Il nucleo emotivo del brano conteneva già in partenza questa tensione trattenuta, ma è stato sicuramente il lavoro in studio
a canalizzarla e darle forma definitiva. Volevamo evitare l’effetto prevedibile del classico “drop” o dell’esplosione immediata al primo ritornello.

Abbiamo lavorato per stratificazione: una dinamica narrativa che cresce passo dopo passo, accompagnando la frustrazione
del testo fino a un culmine consapevole. È una scelta di produzione che rispetta i tempi di ascolto del brano e restituisce allo spettatore la sensazione di un peso che si accumula gradualmente prima di trovare il suo sfogo.

Il piano sequenza del videoclip elimina i tagli e, quindi, anche la possibilità di “nascondere” qualcosa. È un’immagine che sembra dialogare con il tema dell’autenticità presente nel brano: quanto è importante per te oggi mettere in discussione l’idea stessa di personaggio nella musica?

È fondamentale. Oggi la musica è spesso sommersa da sovrastrutture, estetiche iper-costruite e “personaggi” ideati a tavolino per catturare l’attenzione in manciate di secondi. Il piano sequenza è stato una scelta radicale: un’unica ripresa senza paracadute, senza montaggio e senza trucchi.

Se parli di autenticità e di smontare il mito delle caverne platoniche — delle ombre che proiettiamo sugli schermi — non puoi
farlo nascondendoti dietro i tagli di montaggio. Mettere in discussione il personaggio significa mostrarsi vulnerabili, accettare la sbavatura e presentarsi all’ascoltatore per quello che si è veramente.

Hai alle spalle trent’anni di attività musicale, ma il tuo percorso discografico più recente sembra aprire una nuova fase, anche grazie al lavoro con Pietro Foresti. Cosa è cambiato nel tuo modo di scrivere, produrre e pensare un disco
rispetto agli inizi, e cosa invece senti di voler difendere a tutti i costi della tua identità artistica?

Rispetto agli inizi c’è una consapevolezza artistica e produttiva del tutto nuova. “Platone” è stato prodotto in collaborazione con Francesco Procacci e Andrea Allocca della Kate Academy di Roma, e il confronto con Pietro Foresti è stato fondamentale per guidare questo percorso verso una direzione sonora precisa, essenziale e d’impatto. Insieme abbiamo lavorato per sottrazione: togliere il superfluo, mettere a fuoco il peso di ogni singola parola e dare alla struttura musicale la giusta potenza narrativa.

Ciò che è cambiato è l’approccio alla produzione, oggi molto più maturo e focalizzato sulla resa del brano. Quello che invece
difendo a denti stretti — e che non cambierà mai — è l’onestà intellettuale di fondo: la necessità di scrivere solo quando c’è qualcosa di autentico da raccontare e il rifiuto di scendere a compromessi con logiche di mercato che non mi appartengono.

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