Dal Mediterraneo al Medio Oriente, passando per Roma: con la terza edizione di Inlingua, in programma dall’11 al 27 settembre, la musica torna a essere uno spazio di incontro tra culture, generazioni e linguaggi. Concerti, danza, performance e laboratori costruiscono un percorso che attraversa tradizioni e sperimentazioni, mettendo in relazione artisti italiani e internazionali con i territori e le comunità della capitale.
Al centro di questa edizione c’è LaMar, un titolo che evoca il Mediterraneo non solo come confine geografico, ma come luogo di passaggi, contaminazioni e memorie condivise. Ne abbiamo parlato con Nensi Bego, direttrice artistica di Inlingua, partendo dalla musica per arrivare alle questioni di identità, appartenenza e trasformazione culturale.

INTERVISTA
Il titolo di questa edizione, “LaMar”, richiama il Mediterraneo come luogo di separazione ma anche di incontro e scambio. Quale idea di Mediterraneo volete raccontare attraverso la musica e le arti coinvolte nel festival, e cosa significa farlo oggi da Roma?
Per me il Mediterraneo, come ogni corpo d’acqua, è un corpo che ha dapprima unito e poi separato.
È un connettore, e questo si vede nella familiarità che troviamo tra le culture dei popoli che abitano le sue molte sponde.
Farlo da Roma, una città che fa del cosmopolitismo uno stile di vita da migliaia di anni, in questo momento significa ri-connettersi con quel tessuto storico e culturale che ci ha uniti nel bene e nel male.
Le divisioni le hanno sempre causate coloro che cercano potere, i popoli invece, per sopravvivere allo sfruttamento e alla sottomissione, hanno sempre trovato il modo di unirsi, e il frutto di queste unioni lo troviamo nella musica, nelle danze, nelle culture in genere, siano esse artistiche, spirituali o culinarie, che viaggiano e si trasformano con le persone che le praticano.
Inlingua mette in dialogo tradizioni musicali, linguaggi contemporanei e comunità diasporiche molto diverse, dall’Albania alla Siria, dalla Palestina all’Iran, dal Marocco alla Tunisia. Come avete costruito la programmazione e quali criteri avete seguito per evitare che queste culture venissero semplicemente “rappresentate”, privilegiando invece un vero scambio tra artisti e pubblico?
La programmazione è stata costruita privilegiando artisti locali e internazionali il cui lavoro nasce da un rapporto diretto e consapevole con la propria cultura e le proprie tradizioni, che rileggono e trasformano con rispetto attraverso ricerca, contaminazioni e sperimentazione. Tante sono le collaborazioni tra artisti di diversi generi e provenienze.
Ziad Trabelsi, nato a Tunisi, il quale vanta collaborazioni importanti in Italia e all’estero, fonde con maestria la musica nordafricana con il jazz e altre sonorità. Il suo progetto Carthage Mosaik è un vero mosaico mediterraneo, dove ogni pezzo racconta una storia di un luogo diverso.
TILT, il trio libanese che fa parte delle nuove generazioni della tradizione classica araba, presenterà il suo album d’esordio, dove intreccia il patrimonio musicale levantino con una scrittura contemporanea. Il risultato è un suono freschissimo che non appartiene a nessuna epoca se non al qui e ora.
Un altro power duo è l’incontro tra il polistrumentista e maestro di canto armonico Mauro Tiberi e il bluesman Max Trani, frontman dei Dog Byron, che hanno preparato uno spettacolo ad hoc per LaMar.
Accanto alle sonorità più contemporanee ci saranno le tradizioni Gnawa con i Black Koyo, i quali ci faranno vivere storie musicali ancestrali e ritualistiche, e quella albanese con il duo Meta-Nuka, che presenterà un excursus nella cultura musicale albanese, sia cittadina che rurale.
Ospitiamo progetti musicali come quello di Pejman Tadayon con l’Orchestra Persiana e il Coro Persepolis e il progetto OMAR – Orchestra Multietnica Arcobaleno Roma. I DJ Koba e Kapitano con sonorità elettriche e elettroniche attraverseranno il mediterraneo abbracciando Europa, Africa e Asia.
Il sentimento che ha mosso la programmazione è quello di una cultura contemporanea, presente, viva e in salute, che ha luogo qui, ma che è sempre in continuo dialogo con il passato e con il futuro. In un momento storico in cui la tradizione si vuole trattare come qualcosa di immobile e fossilizzato in una geografia, noi vogliamo mostrare che la sua qualità è fluida e in continuo movimento, da sempre e per sempre.
Uno degli elementi distintivi del festival è l’intreccio tra concerti e pratiche partecipative: laboratori di scrittura con Amir Issaa, radio e narrazione digitale, calligrafia araba, danza somatica, dabke e laboratori di musica. Che ruolo hanno queste esperienze nel vostro progetto e cosa possono generare che un concerto, da solo, non riesce a creare?
Condividere storie e arti è un atto conviviale e di compartecipazione. I laboratori aggiungono la dimensione diretta, quella del mettersi nel respiro di un artista o di un popolo che produce una certa tecnica. Ogni azione organizza il nostro corpo in modi diversi. Scrivere le lettere arabe, per chi usa un altro alfabeto per comunicare, significa uscire dal mero utile ed entrare nell’esperienza artistica. Imparare a suonare i karkaba e seguire i passi dei rituali Gnawa, piuttosto che la danza in cerchio palestinese o cantare canzoni della tradizione mediorientale, è come sedersi a tavola con un popolo e condividere il cibo.
Dall’altra parte, però, i laboratori ispirano e possono offrire orizzonti diversi, sociali e professionali. Per esempio Amir Issaa fa un bellissimo lavoro educativo con i giovani; la danza somatica è una forma che parte dal principio della danza per tutti, come forma espressiva che si oppone alle pressioni performative imposte dalla nostra cultura capitalista.
La scelta di portare il festival tra la Biblioteca Laurentina e il Parco Tevere Marconi mette in relazione due quartieri segnati da storie di immigrazione, emigrazione e pluralità culturale. Quanto è importante per voi il rapporto con il territorio e in che modo gli spazi stessi influenzano le proposte artistiche?
Gli spazi influenzano sempre e tantissimo. Ogni lingua, musica, poesia, danza e arte figurativa nasce a causa o nonostante il suo territorio, che lo vogliamo o meno.
Il progetto parte tre anni fa dal Laurentino, quest’anno approda al Parco Marconi. I due quartieri sono entrambi caratterizzati da una comunità ricca dal punto di vista della diversità culturale. Entrambi i quartieri sono nati come zone liminali, abitate prima da persone che venivano da diverse parti d’Italia e poi da persone che vengono da diverse parti del mondo.
Marconi ora è considerato quasi centro, ma non ha perso il suo carattere popolare e multiculturale. Sono quartieri che oggi rappresentano insieme la bellezza e le contraddizioni delle grandi metropoli, comprese le discriminazioni e le paure. La presenza di un festival come questo in questi due quartieri è necessaria perché offre altre narrative rispetto a quelle che si stanno propagando oggi.
In un momento storico in cui le parole “confine”, “identità” e “appartenenza” sono al centro di molti conflitti, Inlingua affida all’arte il compito di costruire incontro e dialogo. Qual è il cambiamento concreto che vorreste lasciare nel pubblico dopo questa terza edizione?
Sono tutte parole che presentano dei problemi, infatti, e vanno smontate. I confini si ridisegnano in continuazione e questo avviene sempre a causa di forze sfruttatrici e coloniali, dove la maggioranza delle persone è spendibile e non ha alcun potere se non quello di costituire carne da macello, da mandare in guerra contro altre carni.
L’identità è un processo, una relazione, non un traguardo, è qualcosa che si forma, si mette in discussione e cambia continuamente. È un percorso individuale o di gruppo, ma non è mai fisso. Io lo vedo soprattutto nelle nuove generazioni di ogni epoca: si cerca sempre di trovare nuovi modi di individuarsi rispetto alle generazioni passate e questo passa sempre attraverso il linguaggio e le arti.
Oggi ci parlano di identità italiana come qualcosa scolpita nella cosiddetta “cultura”, nel sangue o nel colore della pelle. Sappiamo invece che l’identità italiana è il frutto di politiche istituzionali che hanno codificato e anche inventato linguaggi e ‘tradizioni” che non avevano una circoscrizione spaziale e temporale.
Lo stesso vale per l’appartenenza: è un sentimento personale. Io, per esempio, non ho alcun senso di appartenenza, mi sento a casa ovunque, il che a volte è liberatorio e a volte è accompagnato da malinconia, ma resta pur sempre un’esperienza individuale.
LaMar crea opportunità di incontro, di dialogo e partecipazione. Non c’è modo più immediato di incontrarsi se non con linguaggi universali come quelli della danza e della musica, i quali non hanno bisogno di essere tradotti, basta il corpo.
Ecco, il risultato immediato che ci proponiamo di raggiungere è quello di far incontrare corpi con storie diverse che pian piano si lasciano muovere insieme ad altri corpi, fino a trovare l’entrainment. Se il corpo si rilassa, la mente segue. L’arte trasforma sempre, anche quando non ne siamo consapevoli.

Per ogni cosa c’è un posto
ma quello della meraviglia
è solo un po’ più nascosto
(Niccolò Fabi)