Home Interviste Antonio Maggio, il ritorno alle “Radici”: «Ogni canzone nasce dal mio vissuto»

Antonio Maggio, il ritorno alle “Radici”: «Ogni canzone nasce dal mio vissuto»

by Alessia Andreon
antonio maggio

A tredici anni dalla vittoria nella sezione Giovani del Festival di Sanremo, Antonio Maggio continua a seguire un percorso artistico fedele alla sua cifra: una scrittura capace di intrecciare emozioni personali, attenzione ai temi sociali e un forte legame con la propria terra. Il nuovo singolo “Radici”, realizzato insieme a Leo Rojas e ai Sud Sound System, è una riflessione sull’identità, sul significato delle origini e su quel richiamo invisibile che continua ad accompagnarci anche quando scegliamo di andare lontano.

Tra sonorità pop, suggestioni ancestrali e contaminazioni che uniscono il Salento all’America Latina, il brano racconta come le radici non siano un vincolo, ma una forza capace di sostenerci nel nostro cammino.

In questa intervista Antonio Maggio ci accompagna dietro le quinte di Radici, parlando del valore della memoria, della collaborazione con Leo Rojas e i Sud Sound System, del simbolismo del flauto di Pan costruito con il legno degli ulivi colpiti dalla Xylella e del momento artistico e umano che sta vivendo.

INTERVISTA

“Radici” racconta il legame con il luogo da cui proveniamo, ma anche il bisogno di partire per inseguire i propri sogni. C’è stato un momento preciso della tua vita in cui hai capito che le tue origini non erano un limite, ma una forza?

Non c’è stato un momento particolare in cui l’ho capito, è una convinzione che mi ha sempre accompagnato. Tutti siamo stati forgiati dalle nostre radici: ciò che abbiamo visto, sentito, respirato e imparato, contribuisce in maniera fondante a essere le persone che siamo oggi, nella nostra intima unicità.

Mi piace pensare che le nostre radici siano germogliate dentro noi stessi, al punto da diventare un tutt’uno con il nostro involucro.

Credo che siano state realmente determinanti anche per la mia scrittura e per le mie canzoni, perché è innegabile che anch’esse siano il frutto del mio vissuto.

Nel brano convivono linguaggi musicali molto diversi: il pop, il flauto di Pan di Leo Rojas e l’identità sonora dei Sud Sound System. Come avete trovato un equilibrio tra queste anime senza che nessuna prevalesse sull’altra?

Credo che l’equilibrio sia arrivato in maniera spontanea, allineandoci tutti sul sentimento che nutriamo per le nostre personali radici.

Quando c’è un concetto così sentito da parte di tutti gli artisti coinvolti, le barriere stilistiche quasi si annullano e lasciano il passo a un racconto intimo e profondo, che diventa quindi il principale filo conduttore.

Io e i Sud Sound System condividiamo le stesse radici salentine, quindi ogni parola cantata era conosciuta e confidenziale per noi, mentre è stata una vera emozione “ascoltare” quelle di Leo Rojas attraverso il suo flauto di pan: il suo suono e il suo modo viscerale di suonare lo strumento hanno raccontato le sue origini meglio di mille parole.

Se ci pensate, le sue radici ecuadoriane possono essere identificate proprio con quello stesso strumento, un pezzo della cultura del suo paese che lui ha reso universale, portandolo in ogni angolo del pianeta in cui tiene i suoi concerti.

Il flauto di Pan utilizzato da Leo Rojas è stato costruito con il legno degli ulivi salentini colpiti dalla Xylella, un dettaglio dal forte valore simbolico. Quanto è importante, per te, che anche gli strumenti raccontino una storia oltre alla musica?

Questa è stata una vera sorpresa, un regalo o forse meglio ancora un omaggio che Leo ha voluto rendere al Salento, e quindi alle radici mie e dei Sud Sound System. Questo gesto racconta molto dell’uomo che c’è dietro all’artista, dotato di una sensibilità davvero rara.

Per me è stato un vero onore poter ricevere da Leo questo dono. La canzone, in questa maniera, ha poi inevitabilmente assunto anche un significato sociale: il paesaggio salentino é stato per secoli caratterizzato da una fittissima presenza di ulivi, e purtroppo, come tutti sappiamo, il virus della xylella è stato una vera e propria devastazione sotto questo punto di vista.

Spesso, quando torno nel Salento, fatico a riconoscere alcune zone, che prima erano rigogliose di questi alberi (molti anche secolari) e adesso sono desolatamente vuote, perché appunto gli alberi sono stati estirpati. Un danno inestimabile, di cui purtroppo se ne parla sempre troppo poco.

Nel corso della tua carriera hai spesso alternato brani leggeri ad altri con un forte messaggio sociale o personale. Dove collochi “Radici” all’interno del tuo percorso artistico? È un ritorno alle origini anche dal punto di vista della scrittura?

Non so se “leggera” sia l’aggettivo giusto per identificare una parte della mia discografia. Credo che spesso l’ironia mi sia servita per rendere più fruibile un messaggio, e quindi questo tipo di approccio ha potuto rendere alcune canzoni più accessibili a una grossa fetta di pubblico: ma quella che poteva sembrare leggerezza ha sempre avuto un sottotesto di cui parlare e discutere. Ho ascoltato molto Rino Gaetano da ragazzino…

Credo che “Radici” sia collocabile esclusivamente nell’oggi, perché é una presa di coscienza figlia di riflessioni fatte in questa fase della mia vita. E anche la produzione, che ho curato insieme a Unbertoprimo, ha voluto riecheggiare questo richiamo ancestrale, con un sound molto vintage e quindi nostalgico. 

Hai collaborato con artisti molto diversi tra loro, da Clementino a Pierdavide Carone, da Ermal Meta a Patty Pravo, fino a Leo Rojas e ai Sud Sound System. Quando scegli una collaborazione, cerchi prima l’affinità umana o quella musicale? E cosa ti hanno lasciato questi incontri nella realizzazione di “Radici”? 

Ogni collaborazione nasce da momenti e approcci differenti: alle volte da frequentazioni extramusicali che sono poi sfociate in artistiche, altre volte sono state le canzoni a portarmi verso determinati artisti, perché troppo giusti per dare nello specifico un valore aggiunto al brano. In “Radici” ad esempio è stato proprio così: se con i Sud l’associazione é stata immediata (sia per le comuni radici salentine ma anche e soprattutto perché sono a tutti gli effetti i “capi indiscussi” di questo tema, dai tempi de ‘Le Radici da tieni”), con Leo invece è stato un colpo di fulmine artistico a distanza. Pensa che io e lui non ci siamo ancora mai incontrati, l’ho contattato perché immaginavo la canzone con il suono del suo flauto, che secondo me sarebbe stato perfetto per impreziosirla. E non mi sono sbagliato…

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