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Bandakadabra, TWO e la sfida di suonare la techno senza sequenze – INTERVISTA

by Alessia Andreon
03 Bandakadabra web

Fiati, percussioni e techno: una combinazione che la Bandakadabra ha trasformato in un vero e proprio linguaggio musicale. Con TWO, il nuovo album in uscita il 18 settembre, l’ensemble torinese prosegue la ricerca iniziata con Techno Brass Composer, questa volta puntando ancora di più sull’essenzialità dell’organico e sulla forza degli arrangiamenti.

Niente sequenze e nessuna sovrastruttura: i brani vengono reinterpretati attraverso il suono acustico di sette musicisti, trasformando composizioni nate per sintetizzatori e produzioni elettroniche in rework per fiati e percussioni. Il repertorio attraversa epoche e sensibilità differenti, da Anyma & Rebūke ai Prodigy, da Alice Deejay a Robert Miles, passando per Zombie Nation e Subsonica.

Abbiamo incontrato Gipo Di Napoli la Bandakadabra per parlare della genesi di TWO, del rapporto tra studio e dimensione live, della costruzione del repertorio, della collaborazione con il produttore DAV3TR e di un percorso che continua a evolversi senza perdere il suo elemento più caratteristico: il rapporto fisico e diretto con il pubblico.

INTERVISTA

Rispetto al vostro lavoro precedente, TWO nasce con l’intenzione di trasferire sul disco la stessa energia che caratterizza i vostri concerti. Quanto è stato difficile mantenere quella componente live e, soprattutto, la sua imprevedibilità?

La scelta è nata anche dal confronto con il lavoro precedente, che era molto prodotto e ricco di basi e sequenze. Con TWO abbiamo voluto asciugare il suono e riportarlo maggiormente all’essenza della band.

Naturalmente, quando lavori in studio, una parte dell’imprevedibilità del live viene meno: nel momento in cui registri qualcosa che conosci, hai inevitabilmente un maggiore controllo. Per questo stiamo pensando di realizzare delle riprese dal vivo con il pubblico, per documentare anche quella dimensione.

In passato avevamo già registrato dei dischi con il pubblico presente in sala e il risultato era molto live. Erano esperienze che avevano funzionato, anche dal punto di vista della risposta del pubblico. Ci piacerebbe quindi provare a ripetere quell’esperienza, ma con un repertorio completamente diverso.

Oggi, inoltre, il rapporto con il pubblico passa molto attraverso la danza. Quando vedi le persone ballare, quando capisci che sei riuscito a coinvolgerle attraverso qualcosa di fisico, quella è forse la soddisfazione più grande. È il segnale che quello che stai facendo sta arrivando davvero.

Il rapporto con il pubblico richiede quindi anche una certa complicità. Come si costruisce, soprattutto quando suonate davanti a persone che magari non vi conoscono?

Bisogna trovare il modo di rompere il ghiaccio e portare il pubblico a seguirti. Quando non sei un gruppo con un nome famosissimo, soprattutto nei festival, le persone non sono necessariamente lì per vedere te. Devi riuscire a superare quella distanza iniziale.

Con questo repertorio ci siamo riusciti bene e abbiamo ottenuto risultati che non avevamo mai avuto prima.

In TWO reinterpretate brani molto diversi tra loro. Cosa vi porta a scegliere un pezzo piuttosto che un altro?

È un po’ come lavorare da DJ: non scegliamo soltanto un brano che ci piace, ma lo valutiamo anche in relazione agli altri. Ogni pezzo deve avere un senso all’interno della playlist.

L’obiettivo, soprattutto dal vivo, è costruire una sequenza in cui i brani siano collegati tra loro e sembrino quasi un unico pezzo molto lungo. Il disco è un’operazione diversa, perché manca l’elemento del contatto con il pubblico e dell’improvvisazione, ma la direzione è quella: creare continuità.

Quindi non conta necessariamente il legame personale con ogni singolo brano. Li mettiamo in relazione e valutiamo anche il significato e le atmosfere che possono creare. Children, per esempio, e Love Tonight sono due pezzi molto diversi, ma secondo noi funzionano bene insieme proprio per il tipo di atmosfera che costruiscono.

Rispetto al passato avete dedicato maggiore attenzione agli arrangiamenti. Cosa vi ha rivelato questo lavoro sulle possibilità di fiati e percussioni nel tradurre il linguaggio della musica elettronica?

Ci ha confermato che è un’operazione assolutamente possibile e, secondo noi, anche molto interessante. Non si ha la sensazione di ascoltare semplicemente delle cover: sono pezzi reinterpretati attraverso una modalità completamente diversa.

La traduzione del linguaggio techno attraverso strumenti acustici funziona. Giulio, che ha curato materialmente gli arrangiamenti, ha avuto un ruolo fondamentale nel trovare il modo di trasferire quel linguaggio sui nostri strumenti.

Il risultato è particolare proprio perché mantiene riconoscibile l’identità dei brani, ma allo stesso tempo li porta in un territorio nuovo.

Un ruolo importante lo ha avuto anche DAV3TR, sia nella produzione sia nella scelta del repertorio. Come avete vissuto il confronto tra il vostro approccio acustico e quello di un produttore proveniente dal mondo dell’elettronica?

DAV3TR aveva già esperienza nel genere e ci ha dato anche indicazioni nella scelta dei brani. È stato importante perché alcuni pezzi sono stati scelti proprio pensando alla possibilità di costruire una sequenza che funzionasse con questa modalità.

È stato un esperimento nuovo, ma ha funzionato bene. Abbiamo collaborato in totale armonia: i brani partivano dalle nostre scelte, mentre lui ci aiutava a definirne la direzione e il suono.

La cosa positiva è stata proprio la semplicità del rapporto: ci siamo trovati molto bene e il confronto è stato naturale.

Dalla strada ai festival internazionali, fino alla televisione, la vostra storia continua a evolversi. TWO rappresenta una nuova tappa o può essere l’inizio di una trasformazione più ampia della Bandakadabra?

Noi siamo sempre in tour e, proprio per questo, spesso non ci rendiamo conto di quanto le cose cambino. Viviamo sui furgoni, sugli aerei, sulle navi. Stiamo per partire per il Messico.

Credo che ogni tanto sia necessario fermarsi e fare il punto della situazione: guardare il percorso che abbiamo fatto, capire come è andato e ragionare su come andare avanti. Se non vivi quello che fai come una progressione, come qualcosa che si evolve, alla fine tutto rischia di diventare inutile.

È importante sentire che quello che fai ti cambia in qualche modo. E secondo me è cambiato anche il rapporto all’interno del gruppo, soprattutto con i musicisti che sono arrivati. Quest’anno sono stati preziosissimi e hanno contribuito a rendere tutto molto più semplice.

Quindi sì, c’è stata una trasformazione, sia interna sia esterna.

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