Il primo lavoro da solista del musicista pisano, co fondatore de I Gatti Mézzi. Un album autobiografico, ironico e colto, una divertente e sincera metafora della vita come gioco.

Un vero percorso interiore, tra gioco e realtà, un passaggio di livelli che nei video game, come nella vita, bisogna affrontare. Nove brani autobiografici puntellano, come indizi concatenati, il primo disco da solista di Tommaso Novi dal titolo Se mi copri rollo al volo, uscito lo scorso 28 aprile per Audioglobe.

Uno sguardo fortemente auto ironico, ma anche profondo e puntuale, su un’intera generazione, o quantomeno su una fase precisa dell’esistenza, sui momenti di alienazione che diventano produttivi, che ricreano un mondo parallelo che è rifugio, fuga, ma anche collaborazione e scambio, socializzazione virtuale ma con persone reali. Il gioco diventa vita, in senso positivo, perché la dimensione ludica rappresenta un valore da preservare, anche da grandi, quando lo sguardo disincantato può far allontanare e inaridire, riuscire a giocare sempre vuol dire diventare adulti consapevoli della bellezza, della spontaneità, dell’essenza più profonda della vita.

Dopo numerosi concerti e premi vinti con il duo I Gatti Mèzzi, Tommaso Novi intraprende l’avventura da solista, accompagnato dal batterista Daniele Paoletti e dal bassista Matteo Anelli che hanno dato una piega elettronica al disco che altrimenti, come ha affermato Tommaso, sarebbe stato probabilmente solo piano e voce.

Un lavoro perfettamente logico e coerente nella successione delle tracce che raccontano una storia, un plot efficace nella sua naturalezza, nel quale ognuno può rispecchiarsi. E poi eclettismo nel sound ma anche punti fermi, tocchi riconoscibili che descrivono la personalitá musicale di Tommaso Novi. Infine scrittura colta e ironica, brillante e lucida, che alterna testi provocatoriamente epigrafici come Non me lo levate il computer, a quelli ricercatamente sintetici come Senza i denti, fino ad altri più corposi come Mi sono scavato la casa.Se mi copri rollo al volo è un codice, la parola d’ordine usata nei video game per dire “mentre io mi riposo tu copriamo, sostituiscimi”.

Ascoltare questo disco è come fare un giro tra le curve morbide e travolgenti dell’infanzia e del gioco, dove superare un ostacolo significa avanzare di livello, dove morire significa tornare sui propri errori e cercare di non ripeterli, dove fallire vuol dire semplicemente perdere una partita. E se tutto questo fosse applicato alla vita da adulti?

 

Un album indubbiamente autobiografico. Nove brani che raccontano le varie fasi di un periodo della tua vita.

Profondamente autobiografico. Parla di un periodo preciso della mia vita, una fase che va dai 20 ai 25 anni nei quali ho fatto una “chiusa” in casa con i videogame per curarmi, in maniera ironica, per ritrovare qualcosa che avevo perso. Invece di chiudermi in me stesso, per annullarmi, per distruggermi, sono fuggito da quello che c’era fuori ma confrontandomi con i giochi, con gli amici on line, quindi ho ricreato una dimensione sociale. Una grande avventura, a colpi di livello, poi anche con una storia d’amore come nei migliori romanzi cavallereschi, con una principessa che scala la torre e salva il principe, anche se era il contrario. A distanza di dieci anni ho deciso di raccontare questa storia.

La tua storia in rappresentanza di un’intera generazione.

Mi piacerebbe tantissimo! Mi piacerebbe che venissero un po’ tutti fuori allo scoperto a dirmi “Anche io! Anche io!”. Generalmente si associa il periodo nerd, ludico all’infanzia. In realtà siamo tanti, quasi quarantenni, ad avere il proprio spazio dedicato al gioco.

Hai detenuto una cattedra in Fischio Musicale, l’unica ufficiale in Europa. Quella del fischio è una vera arte ma è poco conosciuta in Italia.

Sì, ho una cattedra da 8 anni. Più che un genere è uno strumento, gli anglosassoni lo chiamano artwhistling, in italiano lo traduciamo in fischio artistico o fischio musicale. Il fischio può essere usato per gioco, per chiamare gli uccelli ma se poi si legge uno spartito, se si usano le note, diventa un’altra cosa.

Io ho inventato questo percorso didattico su tre livelli, ho avuto la fortuna di incontrare due direttori della scuola Giuseppe Bonamici di Pisa che hanno creduto in questa follia che poi invece ha attecchito tanto. Ora ho allievi sia a scuola che on line, un po’ da tutta Italia, si parte da un livello base, poi ce n’è uno intermedio e poi si passa ad un corso di perfezionamento. Si legge dal contrappunto di Bach fino a Morricone e alle cose più contemporanee. Si scrive, si improvvisa, è a tutti gli effetti un corso di musica.

Il titolo del disco sembra un’immagine fortemente ironica.

È una richiesta di aiuto, di supporto. Come a dire “se mi aiuti ce la faccio”. Questa generalmente è la richiesta più applicata al discorso generazionale. Nello specifico quella frase è un codice che noi in gioco di notte ci diciamo quando uno deve fare una pausa. Quindi gli altri giocatori danno copertura al compagno che deve fermarsi. Quindi il gioco nel gioco, una forma di immedesimazione.


Nella copertina dell’album c’è un’ambientazione “bucolica”, tu che tieni un cavallo per la capezza con un mantello sulle spalle. Di cosa parla?

La copertina è di Nico Coniglio, un fotografo che sta facendo delle cose molto belle in giro per l’Italia. Il cavallo è nella storia, ad un certo punto in queste mie avventure in gioco mi sparisce questo cavallo, lo vedo morire. Poi lo ritrovo più avanti, come se fosse resuscitato in qualche modo. È diventato un simbolo: il cavallo come strumento, ma anche come il cavallino a dondolo, in una dimensione infantile è probabilmente il primo gioco di un bambino, almeno di qualche tempo fa.

L’immagine del mantello e del cavallo tornano nel pezzo Mi sono scavato la casa.

Esatto! “Stanotte ho ritrovato il mio cavallo”. È il punto della storia nel quale ritrovo il mio cavallo che pensavo di aver perso. Questo è il bello del gioco!

Paolo Lupo scuro è un amico virtuale, un compagno di giochi. Ce ne parli?

È un amico virtuale, è una persona che esiste veramente, da non confondersi con amico immaginario. Ci conosciamo da quasi 20 anni, solo in game, abbiamo stretto questo patto, come a dire non inquiniamo questa amicizia, rimaniamo virtuali. Lui sa che io canto, lui viene a vedermi ma gli ho chiesto di non presentarci. Potrebbe essere chiunque e questa è una cosa interessante.

Hai collaborato con nomi del calibro di Dario Fò, Paolo Fresu, Stefano Bollani, Gipi, Ascanio Celestini, Bandabardò, Bobo Rondelli e The Zen Circus. Cosa ti ha lasciato ognuno di loro?

Dal punto di vista artistico un grande arricchimento, non c’è dubbio. Dal punto di vista egoistico, sentimentale è come se ognuna di queste persone, quando hai la fortuna di lavorare con qualcuno di più grande, ti facessero fare simbolicamente un pezzetto di strada con loro, come a dire ti prendo per mano e ti faccio fare uno scalino in piú. È una cosa molto bella che tra artisti, nella gerarchia che c’è naturale di successo, poter intervenire ogni tanto a far fare questo salto ad un collega.

Dopo 12 anni di attività con i Gatti Mèzzi, 700 concerti in tutto il mondo e numerosi premi vinti, la scelta di iniziare un percorso da solista. Quali sono le differenze?

La differenza è gigantesca, sei sempre sul palco con tutte le paure e tutta la gioia, però da solo. C’è più paura ma anche più gioia, è tutto più esposto e la sensazione è quella di non condividere con il tuo socio oneri e onori. Io suono in trio, quindi naturalmente sul palco sono con loro, però essere la testa pensante ti da l’idea di essere più esposto ma anche una grande gioia, quasi infantile, di inventare e veder nascere nelle tue mani una creazione pura. Quando si lavora in coppia, nel bene e nel male, c’è sempre da trovare un compromesso.

In Bacio a frigo aperto dici: “Ѐ difficile uscire da dove si sta bene, dove puoi anche morire per ricominciare”. Una sensazione che solo i nerd possono capire, la tipica condizione di chi non riesce a staccarsi dal meccanismo di una serie o dei vari livelli di un videogames, un impulso irresistibile che ti assorbe e non ti permette di uscire da quel mondo perché, forse, ci sembra più bello di quello reale. Anche questa una metafora?

Questa è proprio la chiave di lettura tutto il disco. Questo lavoro lo dedico a mio figlio, che ha sei anni, affinché giochi sempre e non smetta di giocare anche quando sarà grande, come spesso ci siamo sentiti dire, sei grande ora non si gioca più. Non è vero, è dimostrato non lo dico io, l’attività ludica fa bene, ci fa vedere un percorso parallelo, che metaforicamente diventa vita, con delle regole, proprio come ci sono nella vita. Questa possibilità che hai nel gioco, di poter morire e poi poter tornare indietro, tornare sui tuoi passi e rivedere gli errori commessi, mi sembra un punto emblematico. Nella vita puoi farlo solo metaforicamente, nel gioco per davvero, mi sembrava molto interessante questo aspetto.

Pezzi come Non me lo levate il computer è più rock/elettronico, invece ad esempio Paolo Lupo Scuro è più melodico, c’è molto pianoforte. Come definiresti lo stile, il mood di questo disco?

Qui c’è lo zampino di Daniele Paoletti e Matteo Anelli, rispettivamente il batterista e il bassista. Senza di loro questo disco probabilmente sarebbe stato piano e voce. Loro sono parte fondamentale dell’arrangiamento. Oltre alla struttura, ai testi e ad un’idea di base, c’è un terzo di ognuno di noi. Non c’è stato un calcolo, uno stile scelto ma in sala prove c’è stata l’influenza di ognuno, veniva fuori un effetto frutto delle tre visioni. Quindi questo disco è in parte eclettico, in parte ci sono dei punti abbastanza definiti, c’è l’elettronica, il pianoforte e poi tutta la naturale commistione che ho spiegato.

La tua scrittura è asciutta ma pregnante, in alcuni casi direi anche sintetica e minimale. Penso a pezzi come Senza i denti e Non me lo levate il computer, dove con lo spirito di sintesi risalta di più.

Nel disco ci sono testi nei quali ho bisogno di dire tante cose, altri nei quali ho trovato una sintesi che per me era sconosciuta. Nell’altro mio progetto tendevo a parlare molto, a scrivere tanta lirica, qui ho cercato dimensioni un po’ più ristrette e mi piace molto.

In Siamo venuti a vederti suonare dici: ”A sentire quanto rischi per non restare uguale. A scoprire cosa inventi per non sembrare uguale. Quanti fischi poi ti prendi per non rimanere uguale”. Un inno alla diversità un rifiuto dell’omologazione?

Prima di tutto è una paura mia, ci sono io, è una cosa che dico a me stesso ma che critico anche in altre persone. È un po’ un timore di dire il prossimo disco cosa sarà? Mi fermo dove funziono o faccio quello che vorrei, anche se devo ancora imparare a farlo? È un po’ la grande contraddizione dello show business, almeno per come lo conosciamo in Italia, la gente ti vuole in un modo, a volte vorresti essere in un altro quindi viene da chiedersi cosa deve fare l’artista. Secondo me ci vuole anche un po’ di coraggio e cambiare, fare quello che si sente, anche a costo di rimanere solo sul palco, senza nessuno sotto che ti guarda. E soprattutto quando si trova la cifra che funziona e la ingabbi, la riproduci in serie secondo me muore tutto, non è più arte.

Sabrina Pellegrini

TRACKLIST

01 Senza i denti

02 Mi sono scavato la casa

03 I tuoi vestiti da cosplay

04 Philips a 4 velocità

05 Non me lo levate il computer

06Non me lo levate il computer bis

07 Paolo Lupo Scuro

08 Bacio a frigo aperto

09 Siamo venuti a vederti suonare