Con “La lingua del Santo” Petrigno esorcizza il dolore

di Alessia Andreon

È uscito da pochi giorni il primo album da solista di Petrigno, dal titolo La Lingua del Santo, pubblicato dall’etichetta Vina Records e prodotto da Valerio Mina.

In questo disco, il cantautore, polistrumentista e illustratore siciliano Petrigno racconta l’apocalisse che travolge l’uomo a seguito di un lacerante lutto. Un viaggio introspettivo dominato dal buio interiore che lo ha travolto e ha amplificato ferite preesistenti.

Un lavoro di autoanalisi che lo ha spinto ad abbandonare anche la sua Palermo e a trasferirsi in una casa immersa nel bosco laziale.

Petrigno, sin da piccolo, ha padroneggiato l’arte del disegno, insieme alla musica, facendo coesistere le due cose e lasciando che l’una ispiri l’altra.

INTERVISTA

Ciao Petrigno,
La lingua del Santo” è il tuo album d’esordio. Come mai hai scelto questo titolo?

Ti racconto a grandi linee: deriva dalla vera storia del furto della lingua di Sant’Antonio da Padova, che piaceva molto a me e al mio amico scomparso, Fabio Parrinello.

Quando stavamo lavorando ad un disco insieme, che poi non è mai uscito, tra i vari nomi papabili per la band avevamo scelto quel nome perché ci intrigava quel fatto. In realtà, non hanno mai rubato la lingua, ma solo la parte inferiore della bocca e, quindi, ho voluto omaggiare questo ricordo con il titolo del mio album, che poi è anche il titolo di un film di Mazzacurati.

L’album esprime il malessere che ti ha pervaso dopo la scomparsa del tuo amico. Penso sia una condizione molto intima quella che hai raccontato… ad esternare questo dolore ti ha aiutato non solo la musica ma anche la pittura?

Il disegno mi ha aiutato molto a superare tutto quello che mi portavo dentro, non solo il dolore della sua scomparsa ma un malessere generale che avevo dentro e che, in qualche modo, doveva essere tirato fuori.

Il disco, per quanto ora sia di tutti coloro che lo ascolteranno, e sono contento sia così, l’ho fatto per me; era una sorta di psicanalisi autoinflitta. Dopo la scomparsa del mio amico Fabio, ho lasciato Palermo e sono andato a vivere in un bosco a Tolfa, nel Lazio, dove ho avuto modo di pensare. Il tema del disco è l’apocalisse interiore che può vivere un essere umano.

La lingua del Santo si apre con un brano molto cupo, “Il mare”, un brano apocalittico. Com’era la tua musica prima di questo tragico evento che, indubbiamente, ha segnato questo album?

Ho iniziato col punk quando avevo 17 anni. Ho scoperto il blues tramite B.B. King: comprai una chitarra semiacustica e andai via dalla band perché facevo troppi bending; poi ho avuto un’altra band, che alternava i toni cupi a quelli jazzati, un po’ manouche e allegri, ma quello che raccontavamo quasi mai era realmente leggero.

Ho avuto, inoltre, un’esperienza come polistrumentista in tour con il cantautore Fabrizio Cammarata.
Anche il disco con la band Avanscoperta Russa, nel quale componevo, scrivevo, suonavo e cantavo dei pezzi, era prevalentemente su toni cupi.

Il mio modo di scrivere va a scavare nei meandri della mente e del malessere umano.

“Nella folla” è il brano che hai scelto come primo estratto, un brano che parla di quanto sia illusoria la felicità che ti porta alle dipendenze.

“Nella folla” parla di quando ci troviamo in un bar, in una discoteca o in una strada super affollata e siamo circondati da persone che sembrano divertirsi ed essere contente ma, in realtà, ognuno ha un malessere interiore e una storia da raccontare.

Racconta di quando si finge di sentirsi parte di qualcosa di bello, mentre stiamo soffrendo un sacco e non riusciamo a uscirne.

Spesso accade che, pur di sentirci parte di qualcosa ci andiamo a infilare in quel circolo vizioso, che può essere l’alcol o altri tipi di droghe, che ti fanno spegnere: diventi un fantasma, sei solo parte di un ingranaggio, hai l’illusione di passare una bella serata, ma in realtà diventa un’abitudine che ti porterà ad un altro stadio di malessere.

“Domani partirò” racconta la decisione di lasciare la tua terra e trasferirti nel Lazio. Ti ha aiutato questo cambiamento?

Anche questa canzone ha un doppio significato: lasciare la terra e basta o lasciare qualcosa che ci fa male e per noi è nociva, che potrebbe essere identificato anche un luogo fisico, ma non lo è necessariamente.

L’atmosfera del primo brano pervade quasi tutto l’album, con due piccole aperture in “Il Bosco” e “Tu lo sai”.  Due brani di speranza.

Il bosco” come dici tu, lascia un po’ di speranza e sono contento che tu lo abbia notato perché, dopo quello che dico all’inizio, mi rivolgo a una persona chiedendole di salvarmi.

Le risposte ai miei interrogativi le posso trovare all’interno del bosco e mi farebbero uscire da quella prigione, metaforicamente parlando.

“Tu lo sai” è una lettera che spedisco a me stesso e a Fabio, nella quale gli chiedo se capisce questo mio malessere nei confronti dei giorni che stiamo vivendo. Non so se in “Tu lo sai” c’è un risvolto positivo però, sicuramente, lo cerca.

In finale ti chiedo se trovi che, condividere il dolore, possa aiutare ad elaborarlo?

Indubbiamente condividere i propri problemi ci fa capire che non siamo soli e che non solo noi abbiamo vissuto cose terribili o stiamo passando un brutto momento e sicuramente condividere le nostre paure ci può aiutare.

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