Undici Canzoni di Merda con la Pioggia Dentro: fra diluvio e Apocalisse, il ritorno di Giorgio Canali & Rossofuoco [RECENSIONE]

Giorgio Canali è fra i musicisti più importanti nel rock italiano, e, assieme ai Rossofuoco, ha rilasciato Undici Canzoni di Merda con la Pioggia Dentro, per La Tempesta Dischi.

Ve lo avevamo presentato con uno dei più begli album di protesta mai scritti in Italia, in coppia coi Rossofuoco, Tutti contro Tutti. Un’anima eclettica, ribelle, la cui rabbia si è evoluta, cresciuta, è divenuta concreta facendosi musica: proteste, urla, grida, accompagnate da riff di chitarra e da tutto il repertorio emozionale che il rock possa offrire. Personaggio fuori dal comune, sincero fino al midollo, ha affiancato a sé la band dei Rossofuoco fin dal 2002.

Ora, sono tornati, ed è la volta dell’album apocalittico: Undici canzoni di merda con la pioggia dentro, uscito oggi, 5 ottobre, per

Iniziamo dal titolo: è una citazione alla traccia finale dell’album Rojo, Orfani dei Cieli, che è una versione rock rabbiosa del famoso sonetto di William Wordsworth I wonder lonely as a cloud. Rojo, album del 2011, rinuncia alla rabbia costruttiva per narrare un mondo politicamente post apocalittico, in cui il becero populismo ha stravinto. In Undici canzoni di merda con la pioggia dentro l’Apocalisse si è realizzata: bombe sono cadute dal cielo e non solo esplose nelle redazioni dei giornali.

Cosa aspettarsi dunque da Undici canzoni di merda con la pioggia dentro?

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 1.Radioattività

2.Messaggi a nessuno

3.Piove, finalmente piove

4.Estate

5.Undici 6.Emilia parallela

7.Aria fredda del nord

8.Fuochi supplementari

9.Danza della pioggia e del fuoco

10.Mille non più di mille.

11.Mandate bostik

Cominciamo con Radioattività, leggero tappeto musicale di chitarra elettrica e distante batteria, che evolve poi in una delicata marcetta. Il brano, intimista, parla di un uomo che ha perso la propria donna, o comunque l’amata, in un mondo andato allo sfascio successivamente ad una guerra nucleare. È strutturato in climax ascendente: la radioattività viene nominata molto in avanti nel brano, ed è un quid per parlare di personaggi disperati in una Padania distrutta-il protagonista, un meteorologo, un terrorista jihadista. Le piogge acide, col loro vento, hanno lavato via l’amata dell’uomo.

Proseguiamo, col cuore in gola alla visione di duri steli d’erba secca e cielo grigio, carico d’acqua radioattiva, con Messaggi a Nessuno. Bottiglie d’alcol vuote, ma mai riempite con messaggi. Si torna nella natura-più o meno devastata-in una lenta ballata, in cui Canali canta fra le lucciole come stelle; c’è un altro rimando al poema di Wordsworth, in cui il protagonista sogna di vagare come le nuvole. Qual è dunque la soluzione allo sfascio della civiltà? È nell’animo di ognuno. La resa ai potenti è, dunque, compiuta.

L’energica Piove Finalmente Piove è una danza della pioggia gioiosa: la pioggia è una pioggia malata, nucleare, ma fornisce vita ad ogni modo. E c’è felicità, come ce ne fu quando finalmente la siccità del 2017 cessò. Piove sulla burocrazia, sui segreti di stato, sulle futili scarpe nuove: piove sui dittatori, sulle ipocrisie della politica, sui ddl, sulle donne violentate, su Barbara D’urso e il canone RAI.

La componente naturale sembra essere un leit motif dell’intero album: proseguiamo con la lentissima Estaate, che riprende il ritmo e le strumentazioni-scarne, solo chitarra e piatti- delle prime due canzoni. È una anti-hit estiva: la ragazza di cui si narra non ama nessuno, d’estate. Non le interessa viaggiare, non fotografa i tramonti. Si è bloccati in un’eterna primavera, nella speranza che l’estate non arrivi, con tutti i suoi ricordi melanconici: eppure essa torna, col suo sole impietoso, laddove nella nebbia, nell’immensa vastità delle nuvole che conchiudono il cielo si possono affogare le lacrime.

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Finalmente un riff rock, verrebbe da dire con Undici, altro brano up-tone che descrive la mesta vita in città in maniera un po’ vaga e curiosamente Verdoniana (alla Bianco Rosso e Verdone, per capirci) ma priva delle ardite e pregevoli figure retoriche che si sono ritrovate nei precedenti brani. Si parla di cementificazione, di brogli elettorali, il tutto sotto la luce di una mesta luna sulla quale Canali non è nemmeno certo ci si sia mai messo piede. Traccia dimenticabilissima di Undici canzoni di merda con la pioggia dentro.

Ritroviamo, però, finalmente, il vero Giorgio Canali furibondo e poeta della rivolta in Emilia Parallela, per la prima volta in Undici Canzoni di Merda: batteria pressante e incrocio di chitarre, su cui il nostro cantore marchia a fuoco l’ipocrisia della sua terra natìa, lui, che a Predappio-stesso paese di Benito Mussolini-c’è nato. Una terra che rinnega un glorioso passato, pensieri in folle accelerazione come “una girandola molesta”. Il grandioso finale è un lungo flusso di coscienza di pura furia, un gigantesco esperimento lessicale di insetti, meteorologia, uragani di bestemmie. E “vaffanculo alle cicale”.

Rimaniamo in Padania. Padania tanto cantata anche dagli Afterhours, che le hanno dedicato quel brano che inizia in un campo di neve fradicia. Sfociamo, con Aria Fredda del Nord, in polverose ambientazioni western, quel cantautorato folk mid-americano, chitarre acustiche come banjo, armonica a bocca: la Padania è terra di tempeste e al contempo, di aria gelida che scende dal nord. Che porta con sé la ruggine, l’umidità che corrode l’acciaio delle industrie pesanti, ora silenzioso e soggetto solo ai terremoti. Si tratta però di una grande metafora della rassegnazione del popolo italiano, ai suoi governatori, a quei re dispotici assiepati in parlamento, per i quali tutto deve cambiare ma tutto resta uguale: un popolo arrugginito, mentre i folli imperatori, come folli divinità lovecraftiane, sono inossidibili e danzano al centro dell’universo.  In Padania si accendono poi piccoli falò con Fuochi Supplementari, che recupera l’intimità e la psicanalisi spicciola della prima traccia, Radioattività: piccoli falò, come minuscoli funghi radioattiviti, accesi per ogni scommessa persa, per ogni attimo importante lasciato andare, per ogni amante fuggito, per ogni attentato della strategia della tensione. Per un mondo che sta finendo, e che, di certo, non è il migliore di quelli possibili. Accendi un fuoco come se fosse ciò che rende concrete le tue azioni, che le elevi ad energia, anche se quella più umile.

Improvvise citazioni, probabilmente involontarie, al Trono di Spade, introducono il brano migliore dell’album, assieme ad Emilia Parallela: Danza della Pioggia e del Fuoco. Chitarre in controtempo, cambi di ritmo, alti voltaggi per un brano che è strutturato in maniera volutamente simile a Vieni via con me di Paolo Conte, brano swing, in chiave rock punkeggiante, ma il cui messaggio è assolutamente rovesciato. È un invito a seguire la propria strada, a non farsi trascinare in quella di qualcun altro, sebbene innamorato. La felicità è dentro di noi, nei nostri errori, nei nostri rischi corsi senza reale bisogno, nelle minuscole scariche di adrenalina di ogni giorno. Perché, in questo mondo statico, stazionario, sterilizzato dalle radiazioni, non può esistere altro.

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“Diavoli mordono e graffiano alcuni dannati”, miniatura tratta dal ‘Livre de la Vigne nostre Seigneur’ (Francia, 1450-1470), Bodleian Library, Oxford.

Siamo quasi alla fine con la brevissima Mille e non più mille, sul cui titolo va fatta una dovuta premessa: numerosi vangeli apocrifi fanno risalire a Gesù in persona tale frase, anche se viene ritrovata nell’Apocalisse di San Giovanni, secondo la quale il Diavolo sia stato incatenato da Dio per soli Mille anni. Nell’ottocento si attribuiva la rinascita della civiltà successivamente all’anno mille proprio al sollievo per esser scampati all’Armageddon. E infatti il brano tratta di rimandi alle piaghe d’Egitto, cogliendo l’occasione per parlare delle tragedie dei migranti in mezzo al Mare Nostrum, all’ipocrisia dello sdegno che molte “brave persone” provano nei confronti delle ingiustizie, senza muovere una mano per esse.

Con Mandate bostik termina Undici canzoni di merda con la pioggia dentro, una ballata folkeggiante, che riutilizza l’armonica a bocca: e piove. Piove nel brano di Giorgio Canali e Rossofuoco, che è martire urbano in un mondo abbandonato, la falda del cappello da cui gocciola acqua sporca, e non chiede altro che colla per riparare le sue ferite. Sì, il Bostik.

Si chiude così, con amarissima ironia, con un bellissimo controsenso, Undici canzoni di merda con la pioggia dentro, ritorno di Giorgio Canali e Rossofuoco, album per il quale vanno fatte alcune considerazioni. Prima fra tutte, esso risulta essere molto meno vario delle altre produzioni della band, essendo composto da sole tre tipologie di canzoni, incarnate da Radioattività, Danza della Pioggia e del Fuoco, e da Mille e non Più Mille. Ciò lo rende un album unitario, profondamente assennato e coerente, eppure lontano anni luce dalle vette artistiche raggiunte precedentemente da Canali. Se si considera il panorama rock nostrano, ad ogni modo, è una ventata d’aria fresca. Contaminata dalle radiazioni delle bombe nucleari sganciate in Padania.

Giulia-della-pelle

Wannabe ricercatrice e wannabe scrittrice. Amante dell’improbabile e del surreale. Adoratrice del Sole e dei dati statisticamente consistenti.

2018-10-05T17:13:55+00:00 5 ottobre 2018|Recensioni|0 Commenti