Afterhours: le dieci migliori canzoni della band

di InsideMusic

Dopo ben dieci anni di attento ascolto e più di quindici live visti, è giunto il momento di stilare la top ten delle migliori canzoni degli Afterhours.

Band di punta della scena alternative italiana, dalla ormai trentennale esperienza che non manca ancora di reinventarsi. Un gruppo – insomma – che non ha mai smesso di creare e di giocare con la propria arte.

Sarà una top ten razionale, senza sconti né preferenze. Partiamo dal fondo della classifica:

10. Male di miele: impossibile non conoscerla, impossibile non cantarla e cominciare ad esibirsi in un’air guitar durante l’intro grunge. Direttamente dal secondo album Hai paura del buio?, il cavallo di battaglia della band. Puoi starne certo: ad ogni live potrai ascoltarla e ritrovarti a pogare tra la folla.
Finalmente qualcuno è riuscito a farci scendere dal piedistallo dicendoci che “non è dolce essere unici”.

9. L’odore della giacca di mio padre: dall’ultimo capolavoro creato dalla band, Folfiri o Folfox, incentrato sul tema della morte, vita, malattia e cura, ecco una struggente canzone dedicata al padre di Manuel Agnelli. Un piano e un violino danno il via ad un’onda di note che vanno poi a concatenarsi in un cullante ritmo dato dalla batteria di Fabio Rondanini. Una fredda tristezza controllata e solenne quella racchiusa nella voce del pezzo.

8. Mi trovo nuovo: un brano che a primo impatto risulta criptico sia per il testo che per la melodia: un eco di parole e suoni. Di certo non è la prima traccia che metterai in loop nelle cuffie ma sarà quella che più apprezzerai una volta conosciuto il gruppo; ci si troverà nuovi.

7. La verità che ricordavo: una vera e propria esplosione – chi ha avuto l’onore di ascoltarla live sa di cosa sto parlando.
Sento di avere una milza nel cervello” il sentirsi inadeguato in una vita sbagliata, finta; una vita a cui non eravamo pronti, o meglio, una vita che immaginavamo essere completamente diversa. È qui che scoppia tutta la rabbia di cui sto parlando. Perciò se sentite il bisogno o avete la priorità di salvarvi da qualcosa che va storto questa è la canzone giusta per voi.

6. Bye bye Bombay: dopo un viaggio in India, il leader degli Afterhours è tornato con questo grandissimo pezzo. Non aspettatevi nessun sitar, ma chitarre infinite. In un attimo ti ritrovi nella vecchia capitale indiana e ritrovi anche te stesso. Da qui la famosa frase “Io non tremo è solo un po’ di me che se ne va”.

5. Ossigeno: chitarre distorte, legate tra loro salendo sempre più di intensità: un vero e proprio climax ascendente fatto canzone. “Il tuo odore è ossigeno” ma non fatevi ingannare, non è un amore che sembra andar nei migliori dei modi, è sempre presente quella freddezza affilata caratterizzante la band. Ti amo ma soffriamo ancora un po’.

4. Rapace: è stato il mio primo amore, il mio primo approccio nei confronti della band. Avevo otto anni e la prima cosa che pensai è stata: “Anche io un giorno vorrei scrivere un testo di questo calibro”.
Fra cavalieri sieropositivi” chi avrebbe mai usato la parola sieropositivi in un testo? Ma soprattutto chi l’avrebbe mai accostata a dei cavalieri?
Ovviamente impossibilitati a non restare ipnotizzati dalla chitarra di Iriondo, siamo immersi in un oceano di chitarre distorte!
Rapace, dal latino rapere “prendere con forza”. Prendere con forza e sputare rabbia addosso all’amore.

Entriamo nella zona podio…

3. Ci sono molti modi: il brano che è riuscito a far emozionare e a far sentire vivo quel piccolo cuoricino che ci ritroviamo nel corpo, ovviamente anche il cuore del fan più accanito della seconda fila che si scatena con gomitate e pogo ad ogni concerto.
“Panta rei” – tutto scorre – un lento fluire di note, parole, malinconia: il tutto racchiuso in un vero e proprio pathos.

2. Quello che non c’è: volete riscoprire il vostro io interiore? Volete capire il motivo della vostra infelicità? Volete ammettere quello che per ipocrisia, paura, o meglio, vigliaccheria non riuscite ad ammettere? Questa è la canzone giusta. Questa è la canzone che non vi sconterà nulla, non ci sarà nessun bonus che vi farà ripassare dal via, ci sarà solo una sacra verità, la vostra. Perciò attenzione, prendetevi del tempo e ascoltate per bene questo immenso capolavoro.

1. Dentro Marilyn: se potessi, nasconderei questo singolo in uno scrigno e lo ammirerei solamente nei momenti necessari. Direttamente dal cut-up che vede protagonisti i brani di Germi, Dentro Marilyn arriva delicatamente tra tutte le distorsioni dell’album prorompendo con il suo immenso ritornello, anche grazie alla voce di Agnelli.
Il brano poi è stato reinterpretato da Mina, rinominandolo Tre volte dentro me.

 

Beatrice Sacco

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