Il recentemente scomparso John Singleton, regista di Boyz n the Hood, ha lasciato un vuoto immenso nel mondo del cinema: per quanto tristemente poco noto, in Italia, negli USA si fece portatore, nel corso della sua lunga carriera, tanto quanto Spike Lee, del grido di ribellione di tutta la black people.

Triste, come ci sia bisogno di ricordare ancora, alle coscienze, nel terzo millennio, che non è il colore della pelle a definire un essere umano; triste che una serie come Snowfall, di altissimo livello, sia amata solo perché “si spara”.

L’esordio di Singleton non poté essere più felice. Cineasta appena laureato, alla prestigiosa USC of Cinematic Arts, riuscì a formare un cast stellare per il suo Boyz ‘n the Hood, una piccola gemma che brilla fulgida nella costellazione dei film di denuncia. Cooba Gooding Jr., Angela Bassett, Ice Cube, un cameo di Snoop Dogg, Laurence Fishburne, Morris Chestnut: tutti in stato di grazia, in quell’estate del 1991, a Los Angeles.

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Lawrence Fishburne come Furious Stiles.

E siamo là, in una torrida giornata – come tante altre – a Los Angeles, periferia. Una madre, la bella Reva Styles (Angela Bassett), viene avvisata da scuola dell’ennesima rissa del figlio decenne, Tre, e prende così una decisione: affidarlo alle cure del padre Jason “Furious” Stiles (Fishburne), self-made-man e suo ex marito che, dal ghetto, è riuscito ad acquistare una casa per sé tramite il business delle assicurazioni. Una persona che tutti rispettano, nel piccolo mondo del quartiere. Tre, nel corso degli anni, si ambienta bene, ma c’è una profonda differenza con i suoi amici – dei veri e propri slacker, dei perdigiorno, disillusi e privi di aspirazioni, dentro e fuori da prigione, vessati da poliziotti anch’essi neri e razzisti verso i propri fratelli. Negro schifoso, gli dicono. Tre, invece, è un ragazzo per bene. Ha anche una fidanzata fissa, la bella (e casta) Brenda, interpretata da Nia Long. Ed un migliore amico, con una figlia piccola: Ricky Baker, stellina del football, sport tramite il quale vorrebbe vincere una borsa di studio per il college. Costui ha un fratello, sostanzialmente un servo del caos, l’un tempo cicciottello e rissoso – ora solo rissoso – Doughboy, intepretato da un magistrale Ice Cube che ricevette il plauso unanime della critica.

Il carattere di Boyz n the Hood è tipicamente slice of life: pochi momenti salienti, ben scelti, che dipingono con assolate pennellate il piccolo mondo del quartiere, fatto di violenza, sparatorie, ingiustizie, sofferenza, voglia di evasione; della dolce Brandi che calca di più le cuffie nelle orecchie per attutire gli spari. Del sangue di Ricky, che insozza il divano candido, dei denti d’oro di Doughboy e della sedia a rotelle di Chris. Degli amichetti poco raccomandabili di Doughboy stesso, un wannabe gangster di alto livello ma appena uscito di prigione, e che, forse, fra tutti, un po’ di codice d’onore residuo ce l’ha anche. Fatto di omicidi per futili motivi, laddove il valore della vita è un paio di scarpe nuove ed una battuta innocente.

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Ice Cube, nei panni di Doughboy, in Boyz n the hood.

Oltre all’interpretazione di Ice Cube, memorabile è quella di Lawrence Fishburne, perché, va detto, c’è stato un tempo in cui il malinconico attore americano è stato giovane, aitante, felice, e bello. Lontano anni luce dall’ex stella in cerca di rivalsa che venne avvicinato dalle sorelle Wachowski per interpretare Morpheus nella trilogia di Matrix. In un’epoca in cui andavano di moda i Brat Pack benvestiti, i Breakfast Club ed i Fuoci di Sant’Elmo, Furious dirige la vita di un figlio sì, assennato, ma troppo ribelle, verso una direzione lontana dal ghetto; un figlio che deve scappare da lì, istruirsi, sposarsi con una brava ragazza, e che non deve prendere quella pistola. Non deve premere il grilletto. Perché la guerra del quartiere non è la sua guerra. E lo sguardo umiliato di Cooba Gooding Jr., di fronte a quel padre, fa impallidire: la potenza della ragione in un mini-mondo fatto di violenza. Amici, quelli di Tre e di Doughboy, che sono versioni storpie e distorte dei ragazzi di Stand By Me e di It: il male è nel quartiere, non è nel cadavere, non è nelle fogne.

Living in this sprawl, dead shopping malls like mountains beyond mountains”, cantavano gli Arcade Fire in Sprawl II, mentre in Boyz ‘n the Hood ciò che risuona è il rap nella sua epoca d’oro, nella colonna sonora omonima, curata proprio da Ice Cube in persona. A lui si deve l’hit “How to Survive in South Central”, contenuta anche nell’omonimo album, che, vede, per la prima volta, affacciarsi tempi scottanti ma reali come il traffico di droga, le iniquità sociali e da parte della polizia, quel micro-mondo che si crea in una spirale di violenza, autodistruzione, corse truccate, ed infine morte. La morte dell’ennesimo ragazzo per la quale sì, si piangerà, ma domani sarà un altro a sostituirlo nei necrologi.

Fino a non saper piangere più.