V per Vendetta: il 5 novembre risuona l’Ouverture 812 di Čajkovskij

Nel 2005 uscì V per Vendetta, film basato sull’omonimo fumetto di Alan Moore e diretto dalle sorelle Wachowski. E come ogni cinque novembre noi ripetiamo il rito delle polveri.

Sia fatta la luce, disse la voce dell’Onnipotente il primo giorno. E luce avrebbero voluto creare – tramite dinamite e libertà – i facenti parte della congiura delle polveri, uno dei primi esempi di vero e proprio terrorismo organizzato, nel senso moderno del termine, della storia dell’umanità. Il 5 novembre del 1605 avrebbe dovuto essere il grande giorno: la camera dei lord, il largamente inutile pseudo-parlamento del Regno Unito sotto l’egida di Giacomo I d’Inghilterra, sarebbe dovuta esplodere sotto il fuoco di trentasei barili di polvere da sparo.

Questo non avverrà mai.  Dei congiurati (Robert Catesby, Guy Fawkes, Tom Wintour, Jack Wright e Thomas Percy), Guy Fawkes verrà trovato in possesso di quei barili, quelle polveri, la notte del 4 novembre; arrestato, torturato per due giorni, crollò il 7 novembre, rivelando l’identità propria e quella degli altri congiurati. In gennaio dell’anno successivo costoro – fra cui un prete cattolico, padre Garnet – furono squartati ed impiccati da vivi, una macabra usanza tipicamente inglese dalle radici quantomeno medioevali. Da qui, iniziò la leggenda di Guy Fawkes.

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I congiurati in una stampa d’epoca.

L’uomo, infatti, diede origine alla notte di Guy Fawkes, celebrazione della notte del cinque novembre in cui i bambini sono soliti bruciare uno spaventapasseri recante la maschera del suddetto, per festeggiare la salvezza del regno.

Quattrocento anni dopo arriva Alan Moore, eccentrico scrittore di fumetti e, come molti altre superstar del genere quali Alejandro Jodorowski e Grant Morrison, amante dell’occulto. Il perché molti dei padri del fumetto contemporaneo siano amanti della magia e dei tarocchi non è dato saperlo; ciò che di certo sappiamo è che le opere di Moore, lucide nella loro solenne verbosità e nella maniacale composizione, sono alcuni fra i migliori pezzi di letteratura che si possano annoverare nel ventesimo secolo. Nel 1985 Alan Moore, già affermato scrittore dell’antieroe Miracleman, conobbe il giovanissimo disegnatore David Lloyd, con all’attivo qualche numero di Doctor Who: insieme, diedero vita ad una delle icone visuali più irriverenti di sempre, con innumerevoli emuli (anche cybernetici, gli Anonymous). V. in un’Inghilterra distopica e totalitaria, un giustiziere mascherato da Guy Fawkes – ma con un sorriso distorto, un Joker giusto – vigila su Londra ed organizza una nuova congiura delle polveri.

Ricostruendo i pezzi della genesi di V per Vendetta, non si può non spendere due parole sugli ideatori della trasposizione cinematografica: i fratelli (ora sorelle) Wachowski. Nel 1999 venne alla luce il film che le due ideavano da sempre: The Matrix. Frutto di innumerevoli ispirazioni – che spaziano da Ghost in the Shell, a Serial Experiment Lain, a Necromancer – la virtual opera consacrò le Wachowski come registi di punta della fantascienza mondiale. Sulla scia del successo dela trilogia (Reloaded e Revolution), le sorelle scrissero una sceneggiatura relativamente fedele al fumetto originale  di V per Vendetta e offrirono la regia a James McTeigue, giovanissimo australiano che era stato loro co-regista nella trilogia di Matrix, e che, dopo la sparizione dei Wachowski dal cinema, scomparirà dalla circolazione.

La storia è sostanzialmente la stessa della graphic novel di V per Vendetta: in Gran Bretagna ed in gran parte del resto del mondo i totalitarismi di Destra militarista hanno legalmente vinto elezioni, e da primi ministri si è passati ad avere dittatori. In Inghilterra regna Adam Suttler, alto cancelliere. Eppure, c’è una risicata resistenza: ossia quella di V. coperto da un lungo mantello ed una maschera di Guy Fawkes, salva una notte la triste Evey Hammond, una prostituta per necessità nel fumetto ed una giornalista dalle idee sovversive nel film; ben presto i due si innamoreranno l’una dell’altra, sebbene Evey tema il giustiziere ed i suoi metodi. V, uomo indubbiamente colto e interpretato da un geniale Hugo Weaving, già algido Agente Smith, mai visibile in volto ma monumentale nelle movenze, troneggia su Londra; Natalie Portman, attrice delicata ed espressiva, colpisce nel segno di risultare come l’effige della bontà della persona qualunque che possiede, nel suo intimo, un’Idea. Perché l’Idea è il fulcro, il nucleo metallico e rilucente dell’intero impianto operistico: le idee, dice V, sono a prova di proiettile. Ed è l’avere un’Idea che rende Evey più complessa di Christine de Il Fantasma dell’Opera, che la rende più di una principessa da salvare. V, che si esprime come Ivan Karamazov di Dostoevskij, è ottimamente doppiato in italiano da Gabriele Lavia. A loro si aggiunge la sottotrama dell’ispettore Eric Finch/Stephen Rea, costantemente in bilico nell’adesione al partito di maggioranza.

Strength through Unity. Unity through Faith. Make America great again.

Laddove le tavole di Lloyd erano scarne, claustrofobiche, e il senso di oppressione era trasmesso dall’uso di ben pochi colori – ocra, grigio – con macchie di luce gialla nella persona di Evey, nelle macchie di sangue, e nelle rose scarlatte lasciate da V ad ogni omicidio accanto al cadavere, lo stesso sentimento di tragica immobilità è trasmesso dai chiaroscuri di Adrian Biddle, dai colori caldi, bollenti, brucianti, della dimora di V e dei ricordi di Valèrie; dai grigi bagnati, velenosi, e alienanti di Londra e della prigione di Larkhill; dai mille colori stellati, le nebulose chimiche delle esplosioni: dei complotti antigovernativi, finalmente, riusciti, contro quei ciechi sovranisti.

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Copertina della prima edizione del primo volume di V Per Vendetta.

La potenza espressiva di V per Vendetta, tale che ben presto dalla sua uscita si parlava già di film di culto, non è dovuta solo ai dialoghi forbiti, ai personaggi peculiari ben scritti da Alan Moore (che comunque ha disconosciuto l’opera), o alla bellissima fotografia: notevole è anche la colonna sonora. Fu infatti affidata dalle Wachowski a Dario Marianelli, talentuoso compositore italiano trapiantato ad Hollywood, assolutamente lontano dall’idea per la quale chi scrive colonne sonora sia un musicista venduto alla massificazione. Il film, infatti, è intriso di musica: quella musica che risuona nel jukebox di V, nel suo rifugio, quella musica vietata dal Ministero degli oggetti questionabili. Musica classica, jazz, rock ‘n roll si avvicendano in V per Vendetta, donando colore e classe ad un mondo grigio, triste, lucido degli stivali di pelle dei militari e risuonante di sordi tamburi. Marianelli, già compositore di Orgoglio e Pregiudizio del 2005 di Joe Wright (per cui rimedierà anche una nomination agli Academy), ha creato una soundtrack oscura, roboante, epica, complessa ma mai caotica.

Partiamo dalle scene iconiche: l’esplosione dell’edificio dell’Old Bailey. La notte in cui V conosce Evey, la invita ad un concerto: ed è il primo attentato di V.

Remember remember the Fifth of November,

The gunpoweder treason and plot.

I know no reason why the gunpowder reason should ever be forgot.

Nell’aria, poco prima, come quiete prima della finale tempesta, c’è Ouverture 1812 di Pëtr Il’ič Čajkovskij, che si impossessa dei mezzi del regime per la propaganda: e nell’esplosione operistica l’esplosione chimica, condita da deliranti fuochi d’artificio, fa a pezzi il palazzo di giustizia.

Dura, oscura, ed orchestrale è invece l’ouverture della colonna sonora originale Remember Remember da essa si nota la fortissima componente romantica e wagneriana della sua opera, che si dà alla melodia e usa tutti gli strumenti forniti da un’orchestra, ottoni, timpani, tutti udibili in modo individuale. Il che, se si pensa all’ispirazione fortemente romantica ma anarchica del film, individualista e libertaria, è perfettamente in linea con la poetica del movimento tedesco dello Sturm Und Drang, tempesta e impeto: sentimento, sofferenza e amore, al di sopra dell’ordine, della rigidità, della pax fornita dall’istupidimento delle genti. La ricchezza di percussioni e di oboe è inoltre ripresa nell’oscura England Prevails e nella maestosa The Dominoes Fall: le azioni di V, il suo marchio anarchico, non sono passate in sordina nella quasi-sorda società inglese, imbellettata e rimbambita; non importano le marce, non importano i discorsi allafolla di John Hurt/Adam Suttler; le maschere di Guy Fawkes, ridenti e beffarde, coprono sempre più volti, e sempre più rivoltosi muoiono nelle strade. E The Dominoes Fall risuona nella scena in cui tutte le tessere del domino che compongono il simbolo di V cadono, interconnesse, e quell’effige diviene rosso sangue, rosso come una rosa appena recisa.

La meditabonda Governments should be afraid of their people, in cui pare di udire schiocchi di catene in sottofondo, innalza ulteriormente il pathòs dell’opera. Il ritmo decresce leggermente – ma non la vastità d’orizzonti evocata – con Evey’s Story, che si ode quando Evey racconta la sua tragica storia familiare a V, nel suo rifugio: è un tema un po’ ingenuo, luminescente, come lo è il personaggio della ragazza; pura luce, innocenza, in un mondo oscuro e terribile. E Evey è come Valèrie, agli occhi di V: una persona comune, che vorrebbe solo amare in libertà, e vivere i suoi giorni come meglio crede. Valèrie, vicina di cella di V nel lager di Larkhill, che gli diede una lettera scritta su un foglio spiegazzato e che Evey trova durante il suo “ricondizionamento”, era una donna omosessuale e per questo condannata ad una breve vita di torture dal governo: eppure, anche lei, per tre anni, visse in felicità con una donna, e con lei coltivò le rose. Quelle rose che V lascia accanto ad ogni cadavere dei loro aguzzini. Lo stesso tema di Evey è applicato alla storia di Valerie.

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Valerie e la compagna nel flashback.

Era importante la mia integrità. E’ tanto da egoisti? Si vende per così poco, ma è tutto ciò che ci resta qui dentro. E’ il nostro ultimo centimetro. Ma in quel centimetro, siamo liberi.

Ed è applicato anche ad una delle vittime di V, Delia Surridge, nel brano The Red Diary, medico legale del lager: unica che il vigilante non ucciderà con violenza, ma con un’iniezione letale, nel suo letto. Perché lei, paragonandosi ad Oppenheimer e alla sua bomba, si era pentita delle sue azioni.

Fra la maestosità del tema di V e la delicatezza di quello delle donne della tragedia distopica, si intromette il coro gregoriano di Lust at The Abbey, che si ode durante uno degli altri omicidi di V: quello del prete pedofilo James Lilliman. Il brano, composto da cori ecclasiastici da camera nella prima parte, termina in una languida accelerazione, che instilla un forte senso di disgusto, di repulsione.

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Evey, creatura inizialmente delicata ed ingenua, viene brutalmente spogliata di ogni sua sovrastruttura, dei suoi lunghi capelli, e della sua innocenza, da V stesso: il brano che narra questo, Evey Reborn, si configura come un meta-racconto, piatto all’inizio, con archi distanti e atonali, e sempre più ritmato e cadenzato crescendo, in un’esplosione di cori e ottoni; una mente che si appropria dell’Idea, che la fa sua, e che è pronta a fare qualunque cosa per essa.

Dopo l’attenta costruzione del film di V per Vendetta e della colonna sonora stessa, che passa da momenti calmi e romantici a vere e proprie esplosioni Wagneriane, il finale, la vittoria del complotto delle polveri, 415 anni dopo, è affiidato alla suite Knives and Bullets (and Cannon too). inizialmente, essa riprende il tema di Remember Remember, salvo poi divenire l’Ouverture 812 di Čajkovskij, tanto influenzato da Schumann e gli altri tedeschi. Splendida ed ossessiva, ricca di pause e successive accelerazioni, si avvale di cori virili, finendo poi per mescolarsi appunto all’Ouverture, che descrive dunque i grandiosi attentati dinamitardi di V: le sue vittorie, i suoi campi di battaglia. Guy Fawkes, grazie ad Alan Moore prima e alle Wachowski poi, ha vinto.

Inoltre, oltre alla colonna sonora di Marianelli, sono presenti tre brani nella colonna sonora: un brano di Julie London del 1955, Cry me a River (no, non quello di Justin Timberlake). Proprio mentre risuona essa V e Evey si concedono un ultimo, commovente, ballo; una cover del classico I Found a Reason dei Velvet Underground da parte dei Cat Power, e Bird Gerhl, dei The Antony and The Johnsons: tutte canzoni ritrovate nel jukebox clandestino di V. Una piccola nota di colore: le prime note della sinfonia n. 5 di Beethoven significano “V” nel linguaggio Morse.

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E poca conta se quel mattacchione di Moore (attualmente ritiratosi dalla scrittura dopo una performance sulle storie di Lovecraft di dubbia qualità) abbia schifato il film: V, supereroe senza nome dal tragico passato, sfigurato, mortale eppure a prova di proiettile, è entrato nell’immaginario collettivo della civiltà umana. Dall’idealizzazione dei concetti espressi nell’opera, si è passato, talvolta, ad una strumentalizzazione dei famosi monologhi da parte di un certo partito movimento italiano: ennesimo esempio dell’attualità e profeticità della storia e dei concetti narrati.

Non dimentichiamo mai il cinque di novembre.

Artwork e tracklist di V per Vendetta: Music From the Motion Picture (Astralwerks)

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1. “Remember Remember” 6:42
2. “Cry Me a River” (Written by Arthur Hamilton. Performed by Julie London.) 2:48
3. “…Governments Should Be Afraid of Their People…” 3:11
4. “Evey’s Story” 2:48
5. “Lust at the Abbey” 3:17
6. “The Red Diary” 7:33
7. “Valerie” 8:48
8. “Evey Reborn” 3:50
9. “I Found a Reason” (Written by Lou Reed. Performed by Cat Power.) 2:02
10. “England Prevails” 5:45
11. “The Dominoes Fall” 5:28
12. “Bird Gerhl” (Written by Antony Hegarty. Performed by Antony and the Johnsons.) 3:17
13. “Knives and Bullets (And Cannons Too)” (Written by Dario Marianelli and Pyotr Ilyich Tchaikovsky.)

Giulia Della Pelle

Wannabe ricercatrice e wannabe scrittrice. Amante dell’improbabile e del surreale. Adoratrice del Sole e dei dati statisticamente consistenti.

2018-11-05T18:32:36+00:00 5 Novembre 2018|Fra note e Pop-corn, Rubriche|0 Commenti