Il 9 ottobre del 1967 moriva Ernesto “Che” Guevara, durante il suo processo di rivoluzione in Bolivia, dopo il successo di quella cubana assieme a Fidel Castro. Medico, uomo coltissimo e di elevata caratura morale- indiscutibile, anche per i detrattori politici- morì atrocemente per ordine del capo dell’esecutivo boliviano, Renè Barrientos Ortunho. Gli furono inferti numerosi colpi d’arma da fuoco alle gambe, onde non deturparne il volto, tanto noto dalla fotografia El Guerillero Eroico del fotografo cubano Alberto Korda; il colpo finale fu diretto al cuore. Una nota fotografia lo ritrae con gli occhi aperti, in una prospettiva simile a quella del Cristo morto di Mantegna: un uomo, Che Guevara, che fu benedetto anche dal dono della bellezza, che conservò anche da morto.

L’anno seguente, nel 1968, anno di grandi fermenti politici, nasceva a Roma Daniele Silvestri. Sarà stato forse l’anno di nascita, ma Silvestri ha sempre reso ben nota la sua ispirazione politica comunista. Esordì nel 1994, con Daniele Silvestri, aggiudicandosi – ragazzo prodigio – la targa Tenco al miglior album d’esordio. Già nel 1996 firma la sua prima colonna sonora, quella di Cuori al Verde, dramma tutto italiano di Giuseppe Piccioni con Margherita Buy.

Da quell’esperienza è dunque nato Il Dado, nel 1996, un doppio cd ma al prezzo di uno solo: il dado, sei facce, simbolo del totale potere del caso sulle vite umane – un simbolo di mancanza di finalismo nella poetica di Silvestri. Il Dado è un album che si potrebbe definire, per i canoni di vent’anni dopo, indie, ma nel senso antico del termine, tralasciando l’ondata fangosa che ha percorso l’italia negli ultimissimi anni. Prettamente indie, per la volontà di sperimentazione coincisa con l’impegno nell’imitazione di modelli esteri come i Radiohead e l’intero panorama grunge degli anni ’90. In Il Dado Silvestri mostra la propria qualità vocale, passando dal falsetto di Hold me alla psichedelia di Sogno-B al delicato romanticismo vintage di Strade di Francia.

Eppure, nel lungo minutaggio del cd, spicca un brano, uno fra i più noti del cantuatore (recentemente incluso nel tour Gazzè-Silvestri-Consoli, tre colonne della musica italiana di qualità): Cohiba. Dedicato, appunto, a Che Guevara. Il titolo rimanda ad una marca di sigari cubani di elevata qualità, mentre cohiba deriva effettivamente dalla parola usata dai nativi caribici per definire il tabacco. Marca emblematica, la prima nata sotto il governo Castro ed esclusiva rifornitrice di Cuba.

cohiba daniele silvestri

El Guerillero Eroico, storica fotografia ritraente Ernesto Che Guevara nel 1960.

Cohiba è un brano folkeggiante. Prende flauti andini – quelle ande boliviane dove Guevara trovò la morte – e ne confonde il suono con chitarre elettriche e batteria, ed è una vera e propria ode alla figura del Che. Silvestri canta con trasporto e sofferenza la perdita e la nascita del concretissimo mito:

C’è una voce chiara ed argentina, che fu fuoco e medicina
Come adesso è amore e rabbia per me

Il valore di Cohiba consiste nel non riprendere l’esegesi cristologica che si è creata attorno alla figura di Che Guevara, tanto che in Bolivia attualmente esiste un culto che si rivolge al medico argentino come ad un vero e proprio semidio. Daniele Silvestri, in Cohiba, si limita a descrivere in poesia le coraggiose azioni del Che, un uomo troppo spesso solo, aspramente combattuto da quell’America che negli anni ’80 appariva come una solida roccia contro i maledetti rossi dell’URSS: velato rimando all’orchestrazione della CIA dietro la tragedia che colpì Ernesto Guevara.

Venceremos adelante
O victoria o muerte

Foto di Paola Schiavoni