Lateralus dei Tool: un necessario viaggio alla ricerca della perfezione

Lateralus dei Tool è fra gli album di riferimento del prog e dell’art-rock del Terzo Millennio. Un viaggio allucinante negli abissi della matematica e della scienza.

I Tool hanno recentemente annunciato un loro ritorno. Il che ci fa ben sperare e sorridere: è dai tempi di 10000 Days del 2006 che della band prog più influente del nuovo millennio non si sentiva nulla. Il che è sempre un male.

Se i King Crimson sono stati il passato (neppure così passato) del prog, i Tool sono stati il futuro. Un futuro costruito con pochi album, solamente quattro: Undertow (preceduto dall’EP Opiate del 1992), Aenima, Lateralus, e 10000 Days, e lunghissime pause di riflessione fra l’uno e l’altro. Oggi ci occupiamo di Lateralus, perché è l’opera che li ha consacrati al successo, e che ha permesso loro di strappare il secondo Grammy Metal Award alle grinfie assatanate dei System of a Down, all’epoca sulla cresta dell’onda con Chop Suey!. Il primo Grammy (per quel che può valere il premio) fu vinto nel 1998 con il singolo Aenema, estratto proprio dall’album quasi-omonimo Aenima. All’inizio del 2001 fu rilasciato un titolo provvisorio per il seguito di Aenima, Systema Encephale, ed una serie di titoli fittizi di canzoni inerenti gli organi del corpo umano. Al momento del rilascio dell’album, la formazione del Tool contava Maynard James Keenan alla voce, Adam Jones, chitarrista amante delle quartine e terzine irregolari e regista dei videoclip, Justin Chancellor al basso e vera anima prog della band (l’intro di Schism è opera sua), ed infine Danny Carey, puntuale batterista e percussionista amante della geometria. Insomma, un insieme di anime affini che hanno dunque contribuito a creare un capolavoro.

Per chi conosce il processo di plastinazione, ad esso si può comparare Lateralus: se la musica è un corpo umano, allora se ne può ammirare l’intrinseca (anche se torbida) bellezza nella perfezione del vasi sanguigni, dei muscoli, degli organi, immortalati e cristallizzati nel tempo da tale tecnica; la musica ha base matematica, non organica, ed analizzandone le potenzialità, scindendone le ritmiche e le basi ontologiche in più parti più piccole ma ugualmente fondamentali (gli “organi”), si può creare qualcosa di unico e magnifico. Un rimescolamento di stili, metriche, strumenti, che va ad indagare, con apparente incredibili semplicità, le radici della musica stessa.

L’album ebbe un gigantesco successo commerciale e di pubblico, ed una grandissima influenza nel art-rock successivo, ma anche nelle arti visive: ultima ma non meno importante opera che prende spunto dal lavoro di Keenan e soci è Annihilation, film Netflix basato sull’omonimo romanzo di Jeff Vandermeer.

E questo è Lateralus, il cui titolo deriva dalla contrazione di Vastus Lateralis (Il muscolo vasto laterale della gamba) e pensiero laterale. L’album infatti si muove sul confine fra reale e non, fra ciò che tiene l’umano ancorato alla terra (la sua natura organica) e ciò che lo eleva ad un livello superiore: la conoscenza delle leggi matematiche dell’universo. Esse sono uniche ed invariabili, e permeano tutto il conosciuto: ma sono applicabili alla natura umana?

Si fa un immediato salto nell’oscurità dell’ignoto grunge di The Grudge, il rancore. Basso e chitarra suonano insolitamente in accordo, ma è soltanto per siamo all’inizio del viaggio, verso un mondo ricco di variazioni quale è quello di Lateralus. Abbiamo accelerazioni e rallentamenti, continui cambi di ritmo e leggera contaminazione elettronica; Carey detta il tempo della creazione di una base musicale che si fa via via più stratificata e complessa. Il testo è in voluto disaccordo con la perfezione matematica della canzone: è un inno alla giustezza del rancore, su come accettandolo ci si possa ritrovare uomini nuovi.

Eon blue Apocalypse, corde pizzicate e leggerissimo background di archi, falsamente country (omaggio al defunto cane di Jones), apre la strada a The Patient. Stupefacente sound alla Pink Floyd, ma dannati: il monologo di un paziente ed annoiato uomo, in accordo dissonante fra voce e base, che si riuniscono solo alla fine della frase musicale. Il refrain è un’esplosione metal inattesa nella voluta desolazione della strofa, ed evoca immagini di lande senz’acqua o vita, ma solo infinita roccia. I precisi calcoli matematici dietro alla lunghezza di ciascun evento musicale portano ad una sensazione di straniamento, di necessità di urlare al protagonista di agire, perché il tempo di aspettare è passato: otto minuti di pazienza ben ripagata. L’epico finale in accordi maggiori è come uno squarcio di sole fra le nubi.

Mantra, rallentamento estremo del miagolio di uno dei gatti siamesi di Keenan, ricorda il sacro Ohm, ed è preludio del più famoso brano dell’album: Schism.

Può trattarsi di una canzone di amore o di odio, a seconda dello status emotivo dell’ascoltatore: il videoclip, di ben otto minuti, diretto e scritto da Adam Jones, parte con l’animazione di un grigio metronomo e si evolve come l’allegoria di una relazione amorosa o meno, impersonata da due grigi modelli danzanti in una stanza. Ricorrente è il motivo della quadratura del cerchio, l’irrisolvibile problema matematico, che ci riporta alla vita umana e alla difficoltà di comunicare, di far incontrare le proprie anime, di far quadrare il cerchio che è sotteso alla problematica iniziale. I know the pieces fit because I watched them fall away è una perfetta sintesi della distruzione non voluta di un amore, di una relazione, di un affetto, o di una parte della propria vita: perché non si riesce a ricostruire qualcosa anche se si sa dove dovrebbero andare i pezzi? La frase, ripetuta con rabbia fra frattali di fuoco, è un’epigrafe del dolore e della solitudine umana tutta. Perché la quadratura del cerchio è un problema alchemico, impossibile, incomprensibile come la grandezza dell’universo stesso. La mancanza di comunicazione atrofizza qualunque senso di compassione fra supposti amanti, fra supposti fratelli. Nel video, l’amore privo di comunicazione dà origine ad una creatura mostruosa, frutto di pura passione e non di sincero affetto: l’effetto mortale dell’egoismo. Il brano contiene ben 47 cambi di metrica, alternando eventi prettamente rock a interludi elettronici contaminati dalle chitarre e dal basso insolitamente alto.

Si prosegue con Parabol/Parabola, una coppia di canzoni che va ad analizzare il tema del doppio, e, per i più attenti, della funzione matematica. Parabol è una nenia distorta, campane tibetane e monaci di nero vestiti, il lento fluire del sangue venoso verso il cuore e la circolazione polmonare, avendo esaurito l’ossigeno di Schism. Parabola è invece il recupero dell’energia, che parte fortissimo con Keenan che sussurra e la batteria furibonda di Carey: un’insolita melodia di chitarre e basso si fa strada in ciò che è sostanzialmente un amplesso fatto musica, con tutte le endorfine che ne conseguono e, dunque, la non-esistenza del dolore che si prova durante quei momenti. I cambi di metrica sono ridotti al minimo: all’intro, alla strofa, all’interludio, e solamente due all’interno del refrain. È presente una chitarra di supporto, che suona indipendentemente dalle altre, come un solista. O un voyeur. Il folle videoclip dà invece un’interpretazione più filosofica e più ascetica del testo: le figure in giacca e cravatta danno origine ad uno zigote (forse i componenti della band e la band stessa), ossia una cellula embrionale che, crescendo e dividendosi, cambia, e diviene una persona. Con troppi occhi, come nell’artwork.

Ed è questa la prima parte di Lateralus, dedicata all’analisi di amore e matematica.

Ticks and Leeches è pura violenza. Viene abbandonata la delicatezza dell’amore e della fertilità, e ci si fionda in un mondo di percussioni incattivite, di riff metal e di batteria impazzita: si sfocia nel nu-metal tanto in voga all’epoca, ma con stile. Keenan urla ed è distorto, e Carey gioca con i tempi neanche fosse Doctor Who. L’improvvisa decelerazione e gli arpeggli delicati contornati da archi ci fanno credere di essere finiti in un disco degli Agalloch, con sussurri incomprensibili: si ode il vento alzarsi, e spazzare infine via tutto quello che la canzone ha creato, per poi soltanto ripartire ancora più hardcore di prima.

Si approda a Lateralus, la title track, e vero e proprio manifesto di math rock: infatti la canzone è basata sulla sequenza di Fibonacci. 1 1 2 3 5 8 13, e così via: una sequenza che si ritrova nelle conchiglie dei nautilus, nelle galassie a spirale ed in moltissimi altri casi nel mondo naturale. Riff energici nascondono il testo che viene sillabato proprio in tale sequenza. Il testo evoca a esperienze extrasensoriali e out of body, mentre Carey e Chanchellor compiono delle vere e proprie imprese a batteria e chitarra. Quasi dieci minuti di storia della musica.

La seconda parte di Lateralus ha dunque giocato con le leggi dell’Universo, mentre la Terza si propone l’enorme compito di analizzare ciò che fu prima e ciò che sarà: quando il tempo non esisteva ancora e quando non esisterà più. L’escatologia secondo i Tool.

Ventriquattro minuti alla fine, a partire da Disposition, lenta ballad di tamburi tribali, in cui la frase I watch the weather change viene ripetuta come la calma prima della tempesta; Reflection riprende le percussioni e ne aumenta la eco, prende spunto dalla chill out, dalla new age, dal rock atmosferico e da Brian Eno. Contaminazioni elettroniche e gli immancabili tempi dispari si mescolano in una suite di dieci minuti che è fra le più belle dell’intero album. Parla senza dirlo di contatti con civiltà aliene, di ciò che è al di sopra dell’umanità e di ciò che ci sarà ancora dopo la nostra dipartita: le stelle. O forse la luce che dicono di vedere i sopravvissuti ad un’esperienza pre-morte. È una Kashmir in stile Tool, un prog destrutturato e reinventato. Il basso si trasforma in uno strumento solista, le percussioni in protagonisti.

Siamo quasi alla fine. Triad si apre col suono di uno treno sui binari cui si avvicenda la chitarra furiosa di Jones: ed il metal, puro, incazzato, è servito. Echi indiani svaniscono pian piano, e le chitarre sono protagoniste in un pezzo che potrebbe essere post metal, un angoscioso crescendo di otto minuti.

Il finale, Faap de Oiad, significa La Voce di Dio in islandese. Ed è la disturbata (da chitarra distorta) trasposizione della seguente conversazione, avvenuta fra un radiocronista ed un ascoltatore che telefonò in trasmissione, asserendo di essere un dipendente dell’Area 51:

Io, io non penso di avere molto tempo. Um, OK, sono un ex-impiegato dell’Area 51. Io. Io ero in licenza circa una settimana fa e, e… Mi sembrava di correre attraverso un campo. Cazzo, non so da dove partire, ci sono, ci possono essere, uhm, loro triangoleranno questa posizione molto presto.

Ok, um, um, OK, cosa pensiamo di, di alieni, sono esseri intradimensionali, che, un precursore del, um, programma spaziale con cui presero contatto. Loro non sono quello che pensiamo che siano. Uh, si sono infiltrati in, in un sacco di aspetti del, delle, delle istituzioni militari, in particolare dell’Area 51.

I disastri incombono, loro, i militari. Mi scuso, il governo sa di loro. E ci sono molte aree sicure in questo mondo in cui possono spostare la popolazione da ora. Non ci sono! Loro vogliono che i maggiori centri di popolazione si svuotino in modo che i pochi rimasti siano più facilamente controllabili.

I Tool hanno compiuto una magistrale opera di musica, con Lateralus. Hanno insegnato ad un decennio cosa significa fare prog, cosa significa fare arte, ed in quanti modi un semplice concetto può essere declinato: che connessione c’è fra perfezione matematica e perfezione umana? La risposta, per i Tool, non c’è: è solamente nel viaggio, e dagli affetti sinceri si può ottenere un po’ di conforto. È un continuo rimbalzare fra fenomeno e noumeno, e solo i Tool potevano gestire una materia simile.

Giulia Della Pelle

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Wannabe ricercatrice e wannabe scrittrice. Amante dell’improbabile e del surreale. Adoratrice del Sole e dei dati statisticamente consistenti.

2018-10-26T11:58:06+00:00 29 aprile 2018|Recensioni|0 Commenti