Dopo l’ultimo album in studio, Rave Tapes, e i due lavori rappresentanti le colonne sonore dei documentari “Atomic” e “Before the flood”, i Mogwai tornano sulle scene con “Every Country’s Sun”. Il nuovo lavoro della band scozzese non rappresenta un cambio di sonorità, innovazione o punto di svolta nella carriera musicale della band ma è ben si un continuum coerente con quanto li ha resi grandi già in passato.La fusione tra post rock ed elementi hardcore ed elettronici (tipici della scena post rock americana) è riscontrabile anche in questo lavoro, dove si avverte però un leggero cambiamento nel songwriting, sicuramente influenzato dal recente lavoro a colonne sonore.

Un viaggio tra post rock, hardcore ed elettronica dal taglio vintage, il tutto in salsa Mogwai. 

In Every Country’s Sun troviamo dei Mogwai coerenti con se stessi che, allo stesso tempo, sono riusciti anche ad inserire elementi di novità in un lavoro che mantiene alta l’asticella qualitativa della loro discografia. Vedasi il singolo Party in the dark. Sicuramente non un pezzo post rock, si avvicina in particolare a lidi ben più pop rock/indi con uno spiccato vibe vintage che riporta senza troppi problemi a un sound fine anni 80/inizio 90. Nonostante le grandi differenze stilistiche Party in the Dark rimane un pezzo coerente con il resto del lavoro svolto. Pesanti atmosfere costruite con gracchianti pad, un basso spesso fortemente distorto, un pesante utilizzo dell’elettronica e chitarre dal sound quasi post metal sono di fatto riscontrabili in tutti e i 57 minuti di durata di questo nuovo album.

In Every Country’s Sun i Mogwai si muovono tra l’ambient più elettronico (la opener Coolverine, tra i pezzi meglio riusciti dell’album) e pezzi dal taglio più “aggressivo”, il tutto con un onnipresente uso di elementi “noise”. Si parte spesso dalla strutturazione di un tema, mantenuto e poi sviluppato nel corso della canzone in un rollercoaster fatto di ascensioni, pause, discese ed esplosioni atmosferiche che portano a un lavoro godibile, dal facile ascolto ma mai banale o ridondante.

 

Coolverine è un pezzo immerso in una chiara ed eterea sonorità sospesa tra il malinconico e il pacato. L’arpeggio di chitarra, la batteria cadenzata sugli accenti e l’intreccio di pad e sintetizzatori costituiscono le componenti che creano un’area rilassante e sospesa. Un senso di attesa che culminerà poi in un esplosione dove un basso distorto entra violentemente nel pezzo mentre la batteria alza le dinamiche. Un’orchestrazione che porta poi a un muro del suono esplosivo e a un ending mastodontico e dal forte impatto emotivo.

Brain Sweeties, terza traccia dell’album, parte da una ritmica che si manterrà per tutta la durata del pezzo, dove secondo dopo secondo verranno ad intarsiarsi sintetizzatori dal suono quasi 8bit, pad atmosferici e graffianti, il tutto impreziosito da elementi schiettamente noise. Un mix in grado di regalare anche a questa traccia un sound piuttosto vintage. Crossing the road material parte invece con un placido arpeggio di basso e sale gradualmente fino a giungere all’esplosione centrale, dove chitarre post metal ed elementi elettronici si incastrano creando un muro sonoro che andrà poi a sgretolarsi nel lungo outro del pezzo, dove i toni tornano bassi e pacati. Simile è Don’t believe the fife, una partenza pacata, un lento ascendere e poi un’esplosione sonora finale tipica del genere ed estremamente di effetto.

In aka 47 e 1000 foot face troviamo pacati pezzi atmosferici e minimali che riportano in parte al sound del precedente Atomic.

Battered at a scramble e Old poison sono senza dubbio i pezzi dove gli elementi noise e post metal si fondono maggiormente, ridando indietro tracce dal sound duro, estremamente distorto e graffiante. La prima è particolarizzata da fraseggi di chitarra che si intersecano nel finale andando a formare una melodia che, appoggiata da un organo, è in grado di costruire un sound quasi folk. Nella seconda troviamo invece un pezzo delimitato da un riffing di chitarra tagliente e basso fortemente distorto (che in parte tendono a ricordare band come i Radiohead di The bends o i Muse di Showbiz e O.o.s).

In conclusione troviamo la title track. Finale perfetto dove vengono riassunti tutti gli elementi sonori ascoltati nei precedenti minuti. Un inizio lento e atmosferico dove si intersecano arpeggi di chitarre distorte e possenti pad che portano poi a una regolata esplosione. L’ingresso della batteria dona incisività alla sezione finale mentre arpeggi di chitarra e sintetizzatori tra il noise e l’atmosferico costruiscono un ending epico e solenne.

 

Una grande varietà di spunti. Hardcore, pesanti elementi elettronici, post rock misto a post metal, uno sguardo ai sound del passato e la onnipresente venatura noise rendono Every Country’s Sun un album coerente, variegato ma allo stesso tempo riconoscibile. La traccia sonora dei Mogwai è evidente e marcata come in ogni loro lavoro. Otteniamo così un album senza dubbio di grande valore, forse una delle loro migliori uscite degli ultimi anni, che si va a infilare nella scena post rock/alternative in modo sfrontato e poderoso anche senza portare grandi innovazioni.

 

  Lorenzo Natali