Supersantos” del cantautore romano Mannarino, del 2011, è un condensato di stornelli romani e ritratti pungenti della società, intrinseci di amore e sentimenti perduti e sofferti

Supersantos, Mannarino

Certi amori non finiscono, fanno dei giri immensi e poi ritornano”, direbbe il vate Venditti, e stasera l’ascolto è un remind del passato, di quei pomeriggi spensierati in vacanza in Salento con gli amici di sempre, uno dei quali – napoletanissimo – aveva appena scoperto questo menestrello romano, e ci allietava i pomeriggi in spiaggia con la cassa bluetooth al suono di “Me So Mbriacato”. Come se l’odio calcistico fra le due capitali italiane non fosse mai esistito. Come se il potere della musica potesse davvero riunire tutte le popolazioni e abbattere le barriere (spesso stupide) di rivalità a fini sportivi. Come se fuori dal campo potessimo essere tutti amici, come ci insegnano i precetti del rugby e la dottrina del terzo tempo. Come se l’episodio della morte di Ciro Esposito, il 3 maggio 2014, potesse essere certezza di un solo errore da non ripetere.
E a proposito di pallone, è proprio “Supersantos” il vinile in ascolto stasera, nella prima settimana di primavera, in una fase di convalescenza per me, dove la musica è il mio unico diversivo.

Siete pronti a ripetere il solito rito settimanale dell’alzata della testina? Allora fuori dall’involucro questo vinile, e via con l’ascolto.

Primo brano di questo vinile è Rumba Magica, che al contrario del titolo non è affatto una rumba, ma essendo magica, con l’immaginazione tutto diventa possibile.

..dal policlinico al verano
tutta vita tocca camminà
da Gerusalemme al Vaticano
tutti quanti fanno inginocchià
alzati e balla contro mano
questa nuova rumba magica.

[…] se la strada è lurida
per fortuna c’è l’amor!”

Uno spaccato di umanità “inferiore”, di quella relegata ai margini della società. La denuncia è chiara, Mannarino si scaglia contro l’autorità precostituita in ogni sua forma, con un occhio di riguardo per il Vaticano, bersaglio da esorcizzare con la voglia di vita e di libertà.
Il tema sociale è da sempre il punto di forza dello “stornellatore”, così come l’amore viscerale per la sua città che ha omaggiato in una chiara “Roma”, anche nell‘ultimo album.

Secondo brano di Supersantos è Serenata Lacrimosa, un inno quasi anticlericale, una denuncia sui controsensi della religione, un appello ad un vescovo che sordamente non ascolta quello che lui urla “sui gradini di una chiesa”.

A proposito di voglia di vita e di libertà, come vi dicevo all’inizio sono convalescente, ai contraccolpi della vita non sempre il nostro fisico riesce a soprassedere, ci sono anche le volte in cui decide di ribellarsi e – anche se tu ne ignori i segnali, dapprima piccoli – esso riesce sempre ad imporsi, e intimarti di fermarti, perché oltre un limite c’è solo un punto di non ritorno. Ebbene in questi giorni di stop lavorativo, social e di completo annichilimento rispetto alla vita al di fuori del mio io, mi sono interrogata spesso su questo concetto così inflazionato, cioè la libertà. Se ne fa un gran parlare, si prendono spesso ad esempio gli anni del sessantotto mondiale, la nascita degli hippie, la parità dei sessi, la rivalsa delle donne e la forza autoritaria di quest’ultime. Eppure a me sembra che il potere decisionale di noi donzelle sia diminuito drasticamente (se non estinto) proprio come causa- effetto di questa crescente e senza freni libertà. Il vagina- power non è più alla base dei rapporti, oggi alla base di questi ci sono i compromessi virtuali, il desiderio consumato entro i primi tre appuntamenti e un mordi e fuggi di relazioni umane. Senza scadere nel clichè, se guardo me e le mie amiche, tutte così diverse fra di noi, impelagate comunemente in situazioni di cui abbiamo perso il manico del coltello. Cosa ci è successo in questi ultimi dieci anni? Abbiamo infranto le regole di protocolli collaudati dalle nostre nonne, quelli di amori duraturi ed errori bypassabili, per riscriverne di nostre che ci hanno rese così volubili ed insoddisfatte. Abbiamo messo in dubbio i nostri genitori e i loro consigli, forse finanche il loro bene.
Abbiamo provato a ricevere un’istruzione adeguata e crearci un lavoro all’altezza dei nostri sogni, a renderci indipendenti. Tutto ciò ci ha rese schiave di relazioni da infilare in buchi di tempo, quello che strappiamo al riposo; bisognose oltre ogni limite di attenzioni, lacunose di amor proprio mascherato nell’outfit della donna in carriera. Abbiamo venduto la nostra libertà di scelta, anche quella di far entrare chi vogliamo nelle nostre vite con le nostre modalità e tempi, e ad indicargli la via d’uscita quando questo tempo comune è palesemente finito, per un pizzico di ribellione.
Come se i miei pensieri avessero preso una forma esteriore oltre che interiore e stessero urlando sovrapponendosi a giudizi, irrompe la voce di Mannarino che col terzo brano di Supersantos mi intima uno Statte Zitta, ed ecco il mio brano preferito in questo album.


E statte zitta
che ne sai tu de quello che sento
c’ho na fitta ma nun me lamento, nun me lamento”

Eh Alessà, c’ho provato pure io a patire le fitte e non lamentarmi, ma ce l’hai mai avute le coliche renali tu? Io si, e ti assicuro che non sono una bella cosa, forse possono competere addirittura con le pene d’amore.

Amore un corno
i panni s’asciugano soli
e sto freddo non viene da fori
io ce l’ho dentro”

Giustamente anche tu convieni con me che tra le due cose, “amore un corno”. Un testo che ho sempre amato per l’ambivalenza dell’amore nella stessa persona; un duro irreprensibile che intima a lei il silenzio, ma che si scioglie al tremolio delle sue carezze. Mannarino descrive la fragilità di un uomo che non avrebbe paura di niente e saprebbe pure affrontare la vita in solitudine, se non dovesse fare i conti con la propria interiorità, un freddo che avanza al solo pensiero che lei non ci sia più. E cosa resta alla fine quando lui/lei non c’è più? Delusione, nella migliore delle ipotesi. Quella che si misura in doppie spunte blu, o in like coatti senza possibilità di contatto. Nel famoso ghosting.

A tal proposito Mannarino col quarto brano di Supersantos, arriva in scivolata con calcio sullo stinco e affondo in mezzo al campo, in Quando L’Amore Se Ne Va (partono le rotelle… sì vi sto sentendo canticchiarla insieme a me). A me se n’è andato spesso, a volte per colpa altrui, molto spesso per colpa mia. La verità è che viviamo nella generazione del “vorrei e non vorrei, potrei ma non mi va abbastanza!”. Ci crogioliamo dietro impegni apparentemente improrogabili, faccende che speriamo di risolvere prima di poterci definitivamente concedere il lusso di impegnarci nel dare le giuste attenzioni ad una persona che – per pazienza e infinita devozione nei nostri confronti – le merita, ma la vita ci pone davanti a nuove sfide e priorità, come un cane che si morde la coda. E nell’attesa di trovare il capo del filo di Arianna, la controparte impazzisce, improvvisamente si sveglia dal sonno di Biancaneve e decide di voltare pagina. E così restano pagine di note sul cellulare scritte, sentimenti messi nero su bianco, paure teorizzate in turpiloqui a scadenza oraria con le amiche, e un “mi manchi” che preferisci far ammuffire nel più recondito dei cassetti della tua dignità che affermarlo a voce alta, per non incorrere il rischio di sentirti ancora più stupida di così.
Quando l’amore se ne va, devi decidere, morire o vivere, far finta di niente, farti più in là”, recita Eduardo de Crescenzo.

A tal proposito rileggo due conversazioni in merito alla stessa persona, per una Anna che al “mi pensa ancora, secondo te?” risponde con “Certo che ti pensa, e ti amerebbe anche se solo ne avesse il coraggio. Ma tu sei troppo maschia per lui, sai quello che vuoi e come prendertelo, sai dare forma ai tuoi sogni e riesci a realizzarli. Questo frena le persone con poco carattere, specialmente se maschi!”, c’è un Giorgio che sentenzia “No. Anzi starà già scopando con una con più tette di te, come se ci volesse molto!”. Che abbia ragione Anna o Giorgio, questo basta per renderci conto quanto quel cromosoma Y renda queste due fazioni uomo/donna così diverse fra di loro, creando spesso problemi di incomunicabilità. Certo i sentimenti facilitano la mediazione, quando ci sono.

Ok mi sto incupendo, sotto col prossimo brano di Supersantos, L’Era Della Gran Publicitè, che riporta un po’ di ritmo in questa serata così sottotono. Un mood pensieroso che torna presto con il prossimo brano di Supersantos, Serenata Silenziosa, che segue quella lacrimosa, come a dire che alla fine anche le lacrime non valgono più la pena e meglio scegliere il silenzio.

C’è chi ha detto io te vojo bene
Ma se nun cambi nun se po’ sta insieme
E all’improvviso s’è trovata sola
e ormai non dice na parola

C’è chi sta gobbo
C’è chi sta dritto
Questo è er tempo in cui chi ce guadagna è chi sta zitto!”

Una delle cose più dolorose da fare nelle ultime settimane è stato mettere nero su bianco un “Ti Voglio Bene e voglio che ciò resti così”, per la paura che l’inerzia possa rovinare anche un sentimento, oltre che una storia.
Ultimo brano del
Lato A di Supersantos è un evergreen, Maddalena. Mannarino è un cantastorie che ci narra una verità tutta sua, la storia d’amore e rivoluzione tra Giuda e la “peccatrice redenta, in questo brano. Che poi chi lo ha detto che fare sesso è peccato? Nutrire il mio corpo con altri corpi è bello, il sesso dei trent’anni che è un compimento, sesso dal latino scisso, stessa radice, si fa sesso per completarsi. Oggi si parla di sesso con più facilità anche se negli ultimi mesi vedo molti passi indietro. Le donne che ci hanno precedute hanno fatto grandi conquiste di libertà pensando che noi generazioni successive fossimo in grado di mantenerle, e invece queste erano legate ad una congiuntura economica di benessere, che con un paese in recessione è venuta a mancare, così come i precetti del passato. Si parla di divorzio e di aborto e si tenta di metterle in discussione a mesi alterni, poi non se ne fa nulla, ma già il fatto di avere pensieri contrastanti rispetto a delle leggi che ormai dovrebbero far parte del DNA dell’umanità degli anni 2000 è un passo indietro culturalmente.
Chissà se Maddalena aveva la mia età.
Con questo dilemma mi alzo, do un’altra bevuta alla mia bottiglia d’acqua e vado a cambiare il lato del vinile e lascio che questo ascolto, che si sta dimostrando una psicoanalisi, finisca di fare il suo corso.



Primo brano del
Lato B di Supersantos è Marylou, la donna del porto che “balla con l’abito corto“, sulle note di uno sfrenato swing, spezzando il cuore a tutti i marinai.

Una mattina ha preso la corriera
perché voleva andare alla città,
che il padre con la zappa le rubava tutta la felicità.
Trovata fu rinchiusa in un convento,
però poi fuggì dall’aldilà
e in questa strada sporca come il mondo quanto è bello camminar.”

Segue Il Merlo Rosso, in cui la voce angelica di Claudia Angelucci, fa da contraltare a quella cavernosa di Mannarino per questa poetica metafora sulla vita e “sul rischio di viverla veramente”, una marcetta piena di violini, vicina ancora una volta a Capossela, unita a un tipico stornello romano, molto suggestivo il finale strumentale:

Le lacrime dell’inferno servono a qualcosa, nutrono la terra fan crescere una rosa”

Mentre rifletto su tutte le cose che ho lasciato in sospeso in questi giorni di pausa forzata e riflessione, le parole de L’Onorevole mi ricordano quanto sciocco sia anteporre il lavoro, la carriera ai sentimenti:

Preso un lavoro e perso una donna
Andò sul canale a cercare la luna
Ma trovò nell’acqua salmastra L’altra sua faccia, solo più scura
E fece finta di non avere mai avuto paura
Fece finta di non avere mai amato nessuna …”

Alla fine il protagonista muore, e io in questi giorni che la morte l’ho vista in faccia mi fermo a meditare. Nonostante sia una sempre di corsa, nonostante la mia proverbiale pigrizia, nonostante sia la regina degli accidiosi, un’adepta del “procrastinesimo”; nonostante la feroce malinconia sempre infilata tra le ossa, io sono sempre di corsa, o lo ero prima di questo episodio. Sono una che ha sempre corso perché ha bisogno di andare avanti, di guadagnarsi il suo posto al sole che è sempre un po’ più in là, più avanti, oltre ogni ostacolo di persone ed eventi. Sono una che corre ma che spesso inciampa e cade e si sbuccia le ginocchia e si rialza e inizia a correre di nuovo. Prima o poi arrivo ai miei obbiettivi, al mio posto al sole, anche a costo di spostare di peso chi cerca imperterrito di farmi ombra. Ultimamente sono caduta e mi sono fatta molto male ma questo mi ha permesso di fermarmi e realizzare che certe cose, certi valori come il peso delle persone nella tua vita, non le capisci mentre corri ma quando ti fermi a riprendere fiato.

A chiudere questo ascolto di Supersantos è L’Ultimo Giorno Dell’Umanità, che mi fa interrogare su un quesito: se davvero fosse l’ultimo giorno dell’umanità cosa faresti? Prenderei il telefono e comporrei quel “Mi Manchi” che sto lasciando ammuffire sul fondo della mia anima integerrima; lo farei perché è primavera, stagione di cui io sono diventata complice, nonostante le mie allergie me la rendano poco sopportabile, ma del resto anche i Panda non digeriscono i vegetali ma si nutrono di solo bambù senza morirne. La primavera è un po’ come me: a vederla sembra il ritratto delle proporzioni, l’equilibrio perfetto tra quello che avevi (l’inverno) e quello che vorresti (l’estate), ma il realtà è il frutto dell’eterna lotta tra gli opposti che cercano un posto nel mondo, come io lo cerco al sole, con l’aggravante dell’imprevedibilità. E dell’amore e le sue mancanze.