A sei anni di distanza dalle foto appese in camera e a pochi passi da una nuova consapevolezza, Camilla Buzzetti torna con “Pictures”, il nuovo singolo disponibile dal 6 febbraio 2026 per Altavibe Music. Un brano che racconta quel momento sospeso in cui ci si accorge che un’amicizia storica è cambiata, e che per crescere bisogna avere il coraggio di lasciare andare.
Ispirata alle ballad rock classiche come Iris dei Goo Goo Dolls, “Pictures” unisce un suono diretto e suonato – tra band e archi curati da Lorenzo Cazzaniga – a una scrittura intima e generazionale, cifra distintiva della giovane cantautrice varesina.
Il videoclip, girato a Villa Bossi da Massimo Viscardi, traduce in immagini il concetto di “vicinanza senza contatto”, trasformando la distanza emotiva in un racconto visivo elegante e simbolico.
Con questo nuovo capitolo, Camilla prosegue il suo percorso tra country-pop e sensibilità melodica italiana, consolidando un’identità artistica che mette al centro autenticità, crescita e narrazione personale.
L’abbiamo intervistata per farci raccontare com’è nata “Pictures” e cosa rappresenta oggi nel suo cammino musicale.
INTERVISTA
“Pictures” racconta un gesto quotidiano come cambiare delle foto sul muro. Quando hai capito che quel momento poteva trasformarsi in una canzone?
Inizialmente è nato tutto come un appunto visivo: mi ero segnata l’immagine perché mi sembrava uno spunto emotivo interessante, ma non immaginavo ancora che sarebbe diventato un brano. Scrissi solo: “I changed the pictures on my walls, I’ve never felt so lost looking at who I was before”. Probabilmente quelle foto erano lì da così tanto tempo che facevo fatica a riconoscere la me di oggi in quegli scatti. Ho lasciato sedimentare la frase per un po’, nonostante avessi già una melodia che continuava a girarmi in testa. Poi, passando in macchina davanti alla casa di una persona con cui ho condiviso un’amicizia importante, oggi terminata, tutti i puntini si sono uniti. Il testo è arrivato da sé, come un fiume.
Nel brano parli di un’amicizia storica che a un certo punto diventa un limite. È stato difficile raccontarlo?
Moltissimo. Quella consapevolezza mi ha colta alla sprovvista. All’inizio avevo cercato di vivere il distacco con un’apparente indifferenza, quasi per autodifesa. Riportare tutto a galla scrivendo il brano mi ha costretta a fare i conti con emozioni che non avevo ancora elaborato nemmeno con me stessa.
Nella canzone oscilli tra nostalgia e realismo. Come hai trovato l’equilibrio tra il ricordo affettivo e la necessità di andare avanti?
Scrivere questo brano mi ha permesso di guardare al passato con occhi diversi, forse più critici ma anche più consapevoli. Un legame così profondo non può essere ridotto solo alle sue ombre; la nostalgia è la prova del valore che quella persona ha avuto per me. Paradossalmente, nel mio caso la necessità di andare avanti ha preceduto la metabolizzazione del distacco: è accaduto per sfinimento, per come si sono evoluti gli eventi. Solo riguardando quelle foto ho sentito di aver finalmente riallineato i pezzi dentro di me.
Hai citato “Iris” dei Goo Goo Dolls come riferimento sonoro. Cosa ti affascina delle ballad rock classiche e come puoi tradurle nel tuo stile country-pop?
“Iris” è un brano che considero un vero “pugno allo stomaco”; ha una potenza sonora e una carica cinematografica che mi hanno sempre affascinata. Quando scrivo non cerco deliberatamente di “tradurre” un genere in un altro; penso che la sfumatura Country-Pop sia un’evoluzione naturale del mio modo di comporre. Il mio lavoro, insieme ai produttori e ai musicisti, è semplicemente quello di assecondare questa inclinazione e valorizzarla al meglio.
Cosa rappresenta “Pictures” dal punto di vista musicale?
Lo considero un passo “da grandi”. Non per svalutare i lavori precedenti, ma in questo brano c’è una maturità personale e una vulnerabilità che non avevo ancora esplorato. Spesso è più complesso raccontare la fine di una grande amicizia che una storia d’amore fugace. Musicalmente è stata una sfida: insieme ai miei musicisti abbiamo cercato di costruire quell’atmosfera cinematografica che avevo in mente sin dall’inizio.
Quanto ti senti cambiata rispetto ai tuoi primi singoli indipendenti?
Direi molto e pochissimo allo stesso tempo. L’urgenza della scrittura è rimasta la stessa: è il mio momento di massima libertà ed espressione. Tuttavia, il salto di qualità tecnica è innegabile grazie al lavoro con Lorenzo Cazzaniga, AltaVibe e le registrazioni agli Alari Park Studios. C’è voluto tempo per definire il mio sound, e so che sarà un percorso in continua evoluzione, ma Pictures oggi rappresenta esattamente chi sono e dove voglio essere musicalmente.
Il video gioca sul concetto di “vicinanza senza contatto”. Come è nata questa idea?
La presenza di Sofia Russo sul set ha ampliato enormemente le nostre possibilità espressive. Quello che doveva essere un semplice accompagnamento coreografico si è trasformato in un racconto interpretativo: lei rappresenta l’altra parte della relazione. Mentre lei danza noi siamo “accanto” ma senza mai interagire o cercarci con lo sguardo, per sottolineare come ci si possa sentire profondamente soli anche in un contesto idilliaco e in compagnia di qualcuno. Il video simboleggia questo percorso: dalla solitudine tra le mura della villa fino all’uscita finale, che rappresenta la scelta consapevole di lasciare un luogo ormai diventato un limite.
Che atmosfera volevi trasmettere attraverso la scelta degli spazi ampi e silenziosi di Villa Bossi?
Volevo che la villa fosse una metafora: un ambiente all’apparenza perfetto, elegante e luminoso, che però si trasforma in una sorta di gabbia dorata. Rappresenta quelle mura invisibili che ti costringono a restare legata a una persona o a un ricordo, in uno spazio immenso che però non dovrebbe essere esclusivo di una singola amicizia. Sono ambienti nati per essere condivisi con molte persone e, proprio per questo, vederli abitati solo da noi due ne accentua la desolazione. Invece di affascinare, quel silenzio così vasto finisce per creare un senso di malinconia: le stesse mura che dovrebbero ospitare vita diventano un confine che ti isola, rendendo ancora più evidente l’incapacità di abitare davvero quegli spazi insieme.

Per ogni cosa c’è un posto
ma quello della meraviglia
è solo un po’ più nascosto
(Niccolò Fabi)