Fra le poche, pochissime band prog – anche se non amano la definizione – che sia mai stata esportata da terra italica ci sono i Kingcrow, ragazzi romani che propongono un sound elegante, raffinato, godibile e allo stesso tempo complesso. Il loro ultimo lavoro, The Persistance, è stato acclamato dalla critica internazionale e Drenched, il singolo di lancio, è entrato fra i classici dell’ondata contemporanea del genere. Abbiamo incontrato Diego Cafolla, principale compositore e fondatore della band, per quattro chiacchiere e per conoscere meglio questo progetto così unico in Italia.

Ciao Diego! Cominciamo con una domanda di rito. Cos’è per te il progetto Kingcrow?

Beh, è tutta la mia storia. Eravamo dei ragazzini, l’abbiamo fondata io e mio fratello. Musicalmente è il luogo dove posso dare sfogo a tutte le mie pulsioni, è il punto d’incontro di tutte le influenze che ho assorbito durante tutto il mio percorso musicale. Ideologicamente, è una sorta di valvola di sfogo, nel quale non c’è nessun limite di genere musicale. Facciamo e suoniamo ciò che vogliamo. Non ci interessa neppure più di tanto la continuità stilistica fra dischi, è un progetto molto molto libero dal punto di vista artistico.

Insomma: siete in antitesi con l’attuale tendenza di fare consequenzialità a volte anche snervante, cercare fil rouge laddove sono difficili da fare. E’ spontanea.

Esattamente. La nostra musica è spontanea, per quanto si trova in un genere complesso e stratificato, richiede un lavoro molto preciso che ha stilemi diversi da una jam session, non è quel tipo di spontaneità. Ma è una musica spontanea, sì.

Qual è l’origine del vostro nome, Kingcrow?

Beh, il nome è nato quando io e mio fratello chaicchieravamo, af ine anni ’90, di Edgar Allan Poe. Avevamo circa vent’anni, suonavamo dai Sepoltura, ai Beach Boys, al death metal: abbiamo ascoltato di tutto. Parlavamo del racconto del Corvo,poesia di Poe.

diego cafolla kingcrow intervista

Parlando invece di The Persistance: c’è un concept specifico, dietro?

C’è a livello di tematiche, non c’è uno storytelling. Il concetto di persistenza mi ha sempre affascinato, tanto ch eil titolo è venuto prima del disco vero e proprio. Come band avevamo passato un periodo abbastanza sgradevole, e quindi il concetto di persistere ed attraversare assieme le difficoltà è il fulcro principale. I testi, poi, possono essere variabili, ma il centro rimane quello, e sono leggibili a sè.

Lo consideri il vostro migliore lavoro?

Mmmh, non so, non riesco a confrontarlo con i lavori precedenti, se non per il fatto che The Persistance e Eidos rappresentano i Kingcrow al meglio delle loro possibilità. Eidos è più classicamente prog, più legato ai suoi stilemi e clichè (il che è già una contraddizione), The Persistance è più libero: c’è qualcosa di prog metal, c’è molto Radiohead, c’è molto Massive Attack, ma moltissima ambient. E c’è da dire che il prog metal non rientra fra i miei ascolti preferiti.

Ci ho trovato ispirazioni dal djent, dai Leprous, come scelte ritmiche o armoniche. Per me, The Persistance rimane coeso all’interno del prog contemporaneo.

Sì, hai ragione, le influenze nel prog metal sono semplicemente cambiate, negli anni ’90 i riferimenti erano i Dream Theater – dai quali sono nati mille cloni tutti uguali, a sua volta dei Rush, il riff di Natural Science era ovunque all’epoca. Ogni periodo ha il suo background musicale.

Già che ci siamo: quale sono le influenzi musicali particolari che hanno determinato la tua identità, il tuo bagaglio?

Il mio percorso è stato molto molto lungo! Ho tantissime influenze, ma essendo il compositore parlo anche a nome di quelle di tutti. Mi piacciono molto i Beatles, i Beach Boys, sono stato fan di death e black metal, mi piace il trip hop, i Massive Attack, i Portishead, i Radiohead, e così via. Una miscellanea. Quando scrivi un pezzo, uno non ci pensa a chi si riferisce, viene naturale. Di band più recenti amo i Mars Volta.

Ecco, tu, Diego, sei il compositore dei Kingcrow: quali sono le tua abitudini di composizione?

Io suono diversi strumenti, nel mio studio di registrazione: nasco come pianista ma sono passato a basso e chitarra, e suono poco la batteria. Solitamente io faccio le demo, nello studio con ogni strumento. Non ho una percorso standard, posso partire da qualunque strumento: The Persistance è stato però composto principalmente in tastiere e pianoforte, synth, e così via. Amo il sound design, l’ambient, sono partito da quello. Eidos, d’altro canto, è più chitarristico.

Ora siete una band di respiro internazionale: com’è essere italiani nel mondo del metal internazionale? Come siete riusciti da qui, in una realtà relativamente limitata, a proiettarvi nel mondo?

Dal punto di vista discografico, la questione conta relativamente. Abbiamo management olandese e etichetta americana. L’unico consiglio che posso dare è semplucemente di lavorare bene per emergere: essere al meglio delle tue possibilità. Non solamente dal punto di vista musicale ma proporre una produzione competitiva, un sound di qualità, non amatoriale. La pianificazione dell’attività deve essere ben gestita, soprattutto. Devi essere un artista organizzato e manager di te stesso!

Dimmi un po’ dei  pimi tre album dei Kingcrow, introvabili: Insider, Timetropia, e Phlegeton.

Sono sostanzialmente delle demo, con la lunghezza di un album ma non la qualità che raggiungiamo ora. Sold out, in formato fisico. Vogliamo fare delle ristampe, ma attualmente è piuttosto complicato.

Riproporreste qualcosa di quel materiale o guardate sempre avanti?

Mah, non amo le operazioni nostalgia. Un disco deve essere la rappresentazione di ciò che sei nel momento in cui l’hai scritto, non ha senso riprenderlo. Sarebbe qualcosa di diverso. Cambierei di tutto, riascoltandoli, ora, con la cultura musicale del Diego Cafolla attuale. Phlegeton, In crescendo, ed Eidos sono una trilogia, in realtà: Phlegeton è focalizzato sull’infanzia, come ciò che vivi in tale periodo ti determina come persona; In Crescendo è il passaggio all’età adulta, la fine della giovinezza. Eidos è una retrospettiva in cui si tirano le somme della propria vita.

E The Persistance è ciò che rimane ai posteri.

Invece, dimmi una curiosità personale: la copertina di Eidos è una foto scattata sul lago di Bracciano (la scrivente è di lì NdR)?

Esattamente, all’alba. L’artista è lo stesso dell’artwork di The Persistance, Devilnax, che si occupa della parte visiva dei Kingcrow dal lontano 2004. Abbiamo sempre lavorato in sinergia: l’artwork viene in genere lavorato durante la scrittura dei pezzi. Invito Devilnax in studio, ascoltiamo le demo assieme, e magari decidiamo il “colore” del disco in sè. L’aspetto cromatico che lo rappresenta. Eidos, di per sè, è stato ispirato dagli Amanti di Maigritte.

Parliamo dunque dell’artwork di The Persistance.

Beh, c’è un volto distorto. L’idea è che nonostante vi sia qualcosa che tenta di cancellarlo, esso persiste. Perchè nonostante la distorsione, è ancora visibile.

Da addetto ai lavori, dimmi invece: cosa pensi della scena musicale contemporanea, a livello metal e rock?

Onestamente non credo ci sia una scena italiana. C’è stata l’ondata power metal dei Rhapsody of Fire e vari emuli, che è stata competitiva all’estero.

E qual è lo stato di salute dell’underground e del mainstream, anche se sparpagliato, che vedi?

Vivere di questo genere, a livello nazionale, è difficilissimo. In più, i dischi si vendono molto poco. C’è decremento delle vendite di anno in anno. Anche se noi abbiamo sempre venduto di più di anno in anno, abbiamo sicuramente sofferto di tale crisi. Essere musicista di professione è quasi impossibile, ad ora.

Attualmente, ti chiedo, ci sono artisti coi quali vorreste collaborare o avere come ospiti in live, che potrebbero aggiungere pregio?

Su The Persistance ho portato chi volevo : in Night Descending c’è David Gildenlow, dei Pain of Salvation. La linea vocale era perfetta per lui! L’ho invitato, ci conoscevamo per via del tour in nord America assieme. Il mio sogno segreto però rimane Thom Yorke. Assieme a Trent Reznor. Amo i musicisti che si occupano anche di produzione, non esclusivamente strumentisti.

Guardiamo un po’ in retrospettiva. Si parla tanto di crisi del rock, e tu, che hai iniziato la tua carriera negli anni ’90, come te la sei vissuta? Credi che esista o che il genere di per se si sia evoluto per non morire?

Io credo che questa definizione di crisi sia più riferita ai numeri di vendita che a livello di contenuto artistico. Il rock, mainstream, è una nicchia: ciò che va di moda è il rap, ora la trap, tranne per quel pugno di band fra cui i Muse, i Foo Fighters, che sono delle eccezioni rispetto alla media della musica che si ascolta. ORa non ci sono più molte band che arrivano ad un pubblico vasto: ora magari ce ne sono anche di più, ma in un contesto frammentato, ciascuno isolato. I festival rock esistono ancora grazie ai Metallica, agli Iron Maiden. Quando loro andranno in pensione, chi ci sarà? Non c’è, secondo me, ricambio a quel livello.

Ultima domanda e ti lasciamo andare: cinque album che per te sono stati a livello storico artisticamente influenti per te, come artista.

Dark side of the Moon, sicuramente. Fragile, dei Nine Inch Nails. Kid A, Radiohead.

Mezzanine dei Massive Attack?

Esattamente! Ci siamo capiti. Ah, ed Hemispheres dei Rush.

Grazie Diego, sei stato gentilissimo!