Ci eravamo lasciati, in occasione dell’intervista per l’uscita del singolo “Altro che Colandrea”, con la promessa che ci saremmo risentiti appena fosse uscito il nuovo album, ed eccoci qui a parlare di “Uno” con Emanuele Colandrea.
“Uno” è il quarto album da solista di uno dei cantautori e polistrumentisti tra i più interessanti del panorama nazionale che, come ci aveva già anticipato, per questo album ha scelto di lavorare in solitaria, dando così valore al concetto di “Uno”, principio e forza di questo disco.
Colandrea prosegue sulla scia dei suoi precedenti lavori con un album intenso e personale che riflette i profondi cambiamenti intervenuti nella sua vita personale con la nascita del primo figlio.
La registrazione dell’album è diventata così un’occasione per poter scavare nei suoi pensieri e riflettere sui temi universali come la genitorialità, l’attesa, la lontananza, il consumismo, le guerre e, in generale, le ingiustizie di cui siamo vittime o compartecipi, a seconda del ruolo che ci scegliamo.
In questo disco si affacciano tre generazioni di Colandrea che si passano, idealmente, il testimone, nel capire e comprendere le storture della vita e, perché no, cercare di migliorarle mettendole in luce.
INTERVISTA
Ciao Emanuele, rieccoci per parlare di “Uno” che si rifà a quel concetto di unicità del tutto, la consapevolezza che ogni cosa, canzone, momento che ti ha portato a scrivere sia irripetibile, con le proprie caratteristiche distintive. È anche un atto di affidamento a sé stessi?
Sì è stato un affidamento un po’ voluto e un po’ indotto dal tipo di vita che faccio da un paio d’anni e devo ammettere che, ormai, ho cominciato a crogiolarmi in questa “unicità” per romanzarla al positivo; mi trovo bene in questo viaggio in solitaria.
È stato interessante e mi ha permesso di sperimentare in modi diversi, pure a distanza di tempo, perché non ho dovuto concentrarmi a scrivere e registrare in un periodo determinato; andavo in sala prove e avevo sempre quella freschezza che puoi permetterti solo quando non hai scadenze da rispettare ma, allo stesso tempo, questa libertà ti obbliga a concentrarti per il tempo che gli dedichi.
L’ozio è un concetto che esiste solo prima di arrivare in studio, poi, quando sei lì, devi essere il più pragmatico possibile.
Il tour di presentazione si sta allungando all’estate, segno che l’album sta piacendo! Possiamo tracciare un primo bilancio di queste date fino a maggio?
In linea di massima molto bene, sono contento di com’ è andato il primo giro di presentazione dell’album e di come è stato accolto.
A brevissimo annunceremo altre date estive, sempre organizzate da LA FABBRICA, quindi, credo di potermi ritenere soddisfatto!
C’è qualche canzone che in questa prima tornata di concerti ti ha stupito per l’impatto che ha avuto sul pubblico?
Non mi sono creato aspettative su questa o quella canzone, in realtà, però ho visto che l’album in generale sta avendo delle belle vibrazioni; quello che è piaciuto è il mood che è venuto fuori, che era anche il mio obiettivo principale.
Parafrasando il titolo di “Ho imparato”, in questo album ci sono almeno tre generazioni; cosa insegnerai a tuo figlio che hai imparato tu da tuo padre?
Io spero che lui impari guardando, più che ascoltando; quello che voglio è che trovi la sua strada, a prescindere dal padre, in quel senso di libertà che ci deve essere nello scegliere a chi somigliare.
Ho interpretato gli insegnamenti di mio padre nella frase “chi nasce rotondo, può morire quadrato”, ma non sono sicuro che mio padre volesse insegnarmi proprio questo concetto, ma sicuramente ho imparato guardandolo. In fin dai conti quello che ti rimane impresso di un’altra persona è dettato dall’atteggiamento che assume facendo o dicendo qualcosa e che poi, nel tempo, fai tuo.
Io ci tenevo tanto che questo album piacesse, anche perché è capitato proprio mentre anche io diventavo padre e quindi, gioco forza, la mia vita personale ha influenzato molto il disco e mi ha costretto a scavare dentro di me e a mettermi a nudo più del solito, in un contesto di estrema libertà.
Con “Con le mani nella guerra” hai voluto fare una riflessione sulla situazione delle guerre e in particolare su Gaza. Come immagini il mondo futuro?
Gaza è la guerra su cui ci stiamo focalizzando ora, ma è un conflitto che va avanti da molto tempo, ed è ulteriormente peggiorato.
Non so e non posso prevedere che mondo lasceremo, ma spero nelle nuove generazioni, anche se Monicelli diceva che non fosse corretto.
La mia generazione e quelle che son venute prima di me, iniziano le frasi con “ai miei tempi…”, ma credo che le nuove generazioni abbiano a disposizione dei mezzi, dei modi di comunicare e anche una società che noi della vecchia guardia non avevamo e che per loro sarà tutto più semplice perché, già da piccoli, frequentano bambini di varie etnie e crescere in questa società multietnica li porterà ad essere più aperti e accoglienti verso gli altri.
“Un giorno tre autunni” trae il titolo da un proverbio cinese che simboleggia la mancanza di qualcuno…
È un detto che non conoscevo e ho scoperto per caso ad una cena di amici: c’era una ragazza che aveva una maglietta con questa scritta e quindi, per la mia innata curiosità, le ho chiesto cosa significasse.
Così è nato un pezzo in apparenza sgrammaticato, che parla di mancanza, esattamente come il proverbio, senza punteggiatura, senza una congiunzione… ho voluto ricreare un senso onomatopeico di mancanza più che spiegarlo a parole.

Per ogni cosa c’è un posto
ma quello della meraviglia
è solo un po’ più nascosto
(Niccolò Fabi)