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Jocelyn Pulsar e le sue “4 canzoni senza atmosfera” – INTERVISTA

by Alessia Andreon
JOCELYN PULSAR

“4 canzoni senza atmosfera” è il titolo manifesto del nuovo Ep di Jocelyn Pulsar, artista di Forlì con la passione per il genere low fidelity.

Quattro tracce che guidano l’ascoltatore nel mondo di Jocelyn in cui, per trarre in inganno una potenziale partner, le chiede chi fosse “Il bassista dei Doors”.

Le altre tracce sono: “Io me le vivo male le cose”, onesta presa di coscienza dei propri limiti. “Quello simpatico”, che descrive le difficoltà relazionali ai tempi dei social e la fatalista “Tu tornerai da me” in cui l’artista ammette gli sbagli fatti nella relazione, pur essendo cosciente che il titolo, probabilmente, non sarà una profezia autoavverante.

Insieme a Jocelyn Pulsar abbiamo scoperto cosa sia esattamente il lo-fi e come è entrato a far parte del suo bagaglio musicale.

INTERVISTA

Ciao Jocelyn,
il tuo nuovo Ep dal titolo “4 canzoni senza atmosfera” è strettamente collegato e conseguente al disco precedente, “Stereolocale”. Cambiano, appunto, le atmosfere…Ti va di raccontarci meglio?

Diciamo che sono due Ep figli di una fase un (bel) po’ complessa della mia vita, in particolare dal punto di vista sentimentale: il primo parla della cosiddetta “botta calda”, quest’ ultimo la prende un po’ più con filosofia, diciamo che c’è stato il tempo di metabolizzare, e le canzoni sono una diretta conseguenza.

Questi due dischi sono usciti a breve distanza l’uno dall’altro, segno che i cinque anni precedenti di silenzio sono serviti a farti tornare la voglia di scrivere?

È probabile, ma è anche vero che nel frattempo la scena indie era cambiata così tanto che facevo francamente fatica a ritrovarmi: questo, unito alla routine quotidiana, alla nascita di una figlia, mi aveva portato a non sentire più il bisogno della musica. Non era vero, sotto la cenere la brace era ancora accesa, serviva una scintilla per ravvivarla: è arrivata, anche se non nel modo che avrei sperato.

Sei un artista “cult” della scena cantautorale lo-fi (low fidelity o bassa fedeltà). Mi incuriosisce molto questo genere che, forse, qui in Italia non è molto conosciuto. Come ti sei approcciato a questo genere che è più anglosassone?

Intanto grazie, mi fa piacere questa definizione: il merito è tutto di alcuni ascolti, arrivati in effetti un po’ in ritardo, dopo anni in cui prediligevo il cantautorato italiano più classico, De Gregori in particolare (che amo ancora ovviamente): poi, appunto, ho scoperto i Pavement ad esempio, i Dinosauri Jr e in generale il lavoro di Lou Barlow, ma anche nomi italiani come Babalot: iniziai così a leggere riviste come il Mucchio Selvaggio, Blow Up, Rumore, dove si parlava in modo ancora più approfondito di scene sotterranee di cui sapevo veramente poco: ho così scoperto che esisteva qualcuno in giro per il mondo che non si occupava troppo della qualità delle registrazioni, pubblicando materiale che, con i canoni mainstream, si poteva considerare “grezzo”.

Questa scoperta mi ha aperto molto mentalmente, e ho cominciato a considerare di registrarmi le cose da solo (anche se nel corso del tempo ho avuto anche esperienze di studio).

Ne “Il bassista dei Doors” dici delle grandi verità, come “Potessi, anche io divorzierei da me stesso”.
Molto spesso ci si trova in quella situazione in cui ci si sente insopportabili ma, a volte, è solo una nostra percezione di noi stessi, che poi non è suffragata da prove esterne, anzi, magari non volendo si fa più colpo così, non trovi?

È vero quello che dici: con quella frase però io voglio anche prendere coscienza delle mie colpe rispetto alla separazione da mia moglie; è un modo per ammettere che un fosso si fa con due rive: questa consapevolezza ci ha messo un po’ ad arrivare e lo considero un traguardo positivo, per me stesso.

Altra frase manifesto in “Quello simpatico” è: “i ragazzini oggi sono eroi, la mia adolescenza coi social sarebbe stata un inferno”.
Quali sono stati i tuoi modelli musicali da ragazzo e quale musica ti piace ascoltare ora?

Sono contento che ti piaccia quella frase, la considero anch’io una delle più significative del disco: io ascoltavo, come già detto, De Gregori, Ivan Graziani, ricordo anche che mi addormentavo con la cassetta di Automatic for the People dei REM nelle cuffie, col walkman, ma ho amato anche il primo disco dei Crash Test Dummies e canzoni sparse come Drinkin in L.A. dei Brani Van 3000…

Oggi sono molto meno preparato, non sono un grande ascoltatore di cose nuove, quello che sento in radio non mi piace, riesco quasi sempre a indovinare la nota che arriverà dopo nella canzone che sto sentendo: invidio chi non ci riesce.

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