I Rockets sono una band che ha fatto la storia: abiti fluo, emblema dei tardi ’70 – primi ’80, pelle argentata, performance aliene di raggi laser e synth rivoluzionari. Hit come Future Woman, One the Road Again, Galactica, sono entrate nei ricordi collettivi di un’intera generazione. Ma loro, da alieni, creature adattabili, non soccombettero al passare del tempo, ma si evolvettero: lo storico tastierista, Fabrice Quagliotti, dopo anni travagliati, riprese le redini della band per guidarla in una direzione attuale, attenta alle sonorità moderne. Ultima fatica è Wonderland, uscito in maggio, che abbiamo recensito qui. L’album, anticipato da Kids from Mars, è imperniato su un unico tema, gigantesco: la nostra Terra. Abbiamo incontrato Fabrice per un excursus sui progetti passati, attuali, futuri.

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Ciao Fabrice! innanzitutto complimenti per Wonderland, album davvero godibile. Riguardo l’album, che sensazioni vi ha dato come band e a te come anima dei Rockets rilasciare questo album?

E’ un disco che ho iniziato a registrare tre anni fa, assieme a Michele Durante, mio amico produttore. Cercavo sonorità innovative. Per quanto riguarda testi e composizione me ne sono occupato personalmente, ma il grosso del lavoro è avvenuto in studio assieme a lui, per avere un suono davvero particolare, anche perchè questo album, se ben ascoltato, rappresenta cinquant’anni di contaminazione musicale. Da Bowie, ai Men At Work, Imagine Dragons: è un viaggio nel tempo e divertentissimo.

Quindi questo album si può dire che si auna sorta di summa di tutte le tue ispirazioni musicali ed un nuovo start per i Rockets?

Ahia (ride). Quando componi sicuramente subentra ciò che si è ascoltato nel tempo, che entra nel subconscio e si ripresenta al momento. In realt ho usato il primissimo logo dei Rockets perchè è un ciclo che si chiude: questo saràl’ultimo album targato Rockets.

Notizia orribile.

Non ti preoccupare, ci sarà almeno un anno e mezzo di lavoro su Wonderland, fra singoli e tour!

Ecco, parliamo dei singoli. Kids from Mars. A quanto ho potuto immaginare, Wonderland ruota tutto attorno al concetto di “infanzia”, ed è oltretutto ambientato sulla Terra. Nel videoclip, i bambini cosa rappresentano? Dei Salvatori?

Wonderland è un concept album. Il punto di partenza è che i bambini rappresentano il nostro futuro. Il titolo, Wonderland, paese delle meraviglie, rimanda a qualcosa di immaginario: per me, invece, il paese delle meraviglie, cel’abbiamo sotto i piedi. LA stiamo maltrattando da almeno cinquant’anni, martoriandola col menefreghismo, e con la voglia di potere insensata. I bambini di oggi saranno gli adulti di domani: coloro che avranno avuto una presa di coscienza, un domani, magari riusciranno ad invertire questa rotta devastante. Non nego l’utilità della tecnologia, che dovrebbe essere messa al servizio anche della natura. C’è un astronauta italiano, Luca Parmitano, che ha rilasciato un’intervista meravigliosa, in cui ha affermato: “Se i potenti di quesot mondo mi accompagnassero nello spazio, vedessero la Terra da lassù, si renderebbero conto dello sfacelo.”

Quindi, dopo tanti anni di Spazio e di tematiche fantascientifiche, con Wonderland vi siete inscritti nel filone della sensibilizzazione?

Non ci consideriamo ecologisti in senso stretto. Siamo delle persone coerenti, e ci rendiamo conto degli errori. Qualcosa di piccolo, si può già fare: non buttare la plastica nel mare, ad esempio. Credo e vedo che almeno da parte dei giovani c’è un minimo di presa di coscienza, come di tutto il marcio che ci circonda. E’ più facile vedere un adulto che getta la plastica nel mare, che un ragazzo. L’adulto di oggi è fondamentalmente sbagliato. Se non sai rispettare il tuo prossimo, come puoi farlo con la natura? Confido molto nei giobanissimi, in questo album mi sono affidato a tanti giovanissimi: la copertina dell’album è opera di Leo, un artista di ventun’anni, quella di Kids from Mars me l’ha fatta Francesca, di neanche trenta. We are one, uno dei brani dell’album, è interpretato da una ragazza angloamericana. ALtri brani li ho prodotti con Axel, un giovanissimo producers. E ci sono tre brani con voci bianche: Kids from Mars, Doot Doot e Heaven, dei ragazzi di un coro di Bitonto.

Un’infinita contaminazione di gioventù.

Quasi nessun adulto vuole lavorare con i ragazzi, dicono che non hanno esperienza. Ma che significa esperienza, in realtà? E’ una parola vuota. Si può fare una vita intera senza capir nulla, ma vivere per poco e apprendere molto. Nella musica, i grandi gruppi erano composti da ragazzini: Beatles, Led Zeppelin, Who…Rockets [ride].

Riguardo la copertina: c’è una predominanza del colore viola. In tutta la vostra storia, siete sempre stati legati ai colori, in un rapporto sinestetico. Perchè proprio il viola?

Quando la Terra era giovane e la vita era appena nato, il nostro pianeta aveva un aspetto violetto, dovuto alla colorazione di batteri fotosintetici viola. E’ una metafora riferita alla pulizia e alla bellezza che c’erano a quei tempi, nell’era pre-umana. Ho fiducia nei bambini perchè l’adulto non è più educabile alla bellezza, i bambini sì.

Questi bambini, allora, sono teenager alieni.

Sì, sono alieni, che guardano la Terra dall’alto: il paese delle meraviglie. La Terra è stupenda: guardo fuori dalla finestra e c’è il verde degli alberi, il grigio delle nuvole, l’azzurro del cielo. Dobbiamo ricordare dove viviamo, cosa abbiamo: siamo dei privilegiati, ad essere sull’unico pianeta del sistema solare che ospita la vita. Conosciuto, ad ora. Perchè sonbo assolutamente convinto ci sia altro: i primi testi dei Rockets parlavano di vita nello spazio.

Beh, diciamo che all’epoca era un tema molto più sentito, immagino: era il periodo della corsa allo spazio.

Sì, si pensava ad un futuro ambientato altrove. Ora il focus si è spostato: il nostro futuro è sulla Terra.

Torniamo al campo tecnico e musicale. Tu sei un tastierista, e sei sempre stato attentissimo alla qualità dei suoni. Quelli che ho ritrovato in Wonderland sono molto raffinati e anche molto vari. La genesi di questi suoni – da synth a archi – come è stata?

Beh, probabilmente ci sono meno synth di quanto immagini! Cornamusa, ghironda, flauto irlandese…sono veri, non campionati. Io cerco i suoni, ma odio gli scimmiottamenti. Parliamo di We are One, in cui c’è anche un rapper, la cui voce assomiglia tantissimo ad Eminem – che adoro. E’ un brano fra i più riusciti, fortemente nu-metal, a là Evanescence, Linkin Park. Forse sarà un singolo, dopo The One.

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I Rockets nel 1982. Courtesy of lesrockets.com

Parliamo di Heaven. Il protagonista danza durante l’apocalisse. Di cosa tratta?

Il testo è di John. E’ ovviamente una metafora, il paradiso è la terra delle meraviglie, la nostra Terra. Tutti i brani sono riferiti a ciò, tranne Doot Doot, Get it on, e Rock ‘n Roll Loser, che tratta di chi rimane imprigionato nella piccolezza delle epoche passate, rimanendo ancorato a sound che sono morti. Agli eighties. Bisogna sempre guardare avanti.

E’ un po’ la filosofia degli attuali Rockets? Vi siete evoluti, al contrario di tante band degli anni ’80, che sono svanite.

Tanti artisti che ebbero successo all’epoca hanno continuato a proporre sonorità anni ’80. Io credo che se non si abbia nulla da dire, è meglio smettere di far musica.

Insomma, evolvi o soccombi. Avete fatto tanti brani iconici nella vostra carriera, e due che mi vengono in mente sono Prophecy, Anastatis e Astrolite. Li modificheresti?

Prophecy? Un brano prog! Mi ispirai ai Genesis. Adoro Tony Banks, un tastierista che ha inventato tantissimo, molto più del più blasonato Keith Emerson. Il mio primo gruppo, a sedici anni era prog: facevamo Yes, King Crimson. A prophecy, ad ogni modo, non cambierei una virgola: solo la batteria è leggermente invecchiata. Stesso per Astrolite. quel minimoog, non lo cambierei mai.

Ecco, tu ti sei vissuto la transizione da analogico a digitale. Hai nostalgia delle manopoline o hai abbracciato il digitale?

Io non sono un Rock ‘n Roll Loser [ride]. Ai tempi fu strano. Feci un periodo a Parigi, dove reincontrai un mio amico d’infanzia, in un enorme negozio di strumenti musicali e musica. Mi misi d’accordo col proprietario per provare tutto quello che volevo: provai tutte le tastiere, tutti i PPJ, e insieme al mio amico scoprimmo tutti quei suoni. Un giorno nel negozio entrò un omone con la barba: era Vangelis. E mi chiese di fargli sentire quei suoni, di cui rimane estasiato. Quindi diciamo che quella transizione l’ho abbracciata, non ho però digerito mai i synth yamaha, quelli anni ’80 italian disco, in cui si usa un solo set. Io uso ancora il moog, il piano digitale, moltissimi set, infiniti plugin, il vocoder…

Ecco, l’iconico vocoder! Come nacque l’idea di inserirlo nei primi dischi dei Rockets?

Il nostro produttore dell’epoca, Claude Lemoine, aveva un conoscente tastierista che ne aveva uno della Sonizer, che fece una versione di un brano dei Beatles interamente in Vocoder. Costui venne a Parigi, e grazie a quel vocoder facemmo On the Road Again. Io all’epoca suonavo la batteria. In Wonderland l’abbiamo usato con parsimonia, soprattutto nella cover di Doot Doot.

Ora che siamo tornati a Wonderland: c’è Nuclear Fallout, una strumentale in stile Rockets. Questo fallout è causato da una guerra da un’esplosione come Chernobyl?

La guerra nucleare non avverrà mai. E’ solo terrore. Quel fallout nucleare è dovuto ad un esperimento sbagliato. Come avvenne in Nuova Polinesia da parte dei francesi, in Algeria.. L’energia nuclare di per sè non mi spaventa, non sono ecologista in senso stretto: bisogna esserlo con criterio.

Voi, Rockets, come suoni, avete fatto scuola: Daft Punk, gli M83, e ultimi i Pheonix. Quanto credi che avete influenzato questa scena che è venuta dopo?

Tantissimo. Il primo produttore dei Daft Punk negli anni ’80 era sempre da noi in studio! Sicuramente c’è stata una contaminazione enorme nei Daft Punk. Loro, però, sono stati i primi ad utilizzare ottimamente il sampling: mi viene in mente One More Time, che è basata sul sample di un brano di Eddie Jones, More Spell on You. Lo stile, il modo di vestire, è tutta farina del sacco Rockets. Stesso vale per i Justice.

Ora, una curiosità suoi tuoi gusti musicali: cinque band attuali che trovi innovative e che non sono Rock ‘n Roll Loser.

Sicuramente gli Imagine Dragons, adoro i Subsonica, Sia, che gioca molto con synth ricercati, alcuni dj molto interessanti come Calvin Harris, Zed: tutti giovani, musicisti, che hanno studiato composizione e pianoforte. Credo che oggi come oggi sia difficile fondare una band e avere successo mainstream. Un gruppo è difficile da gestire, si tratta di svariate carriere, altri tipi di costi, mentre un cantante è una sola persona. Si investe tanto in trasmissioni – pessime – come X-factor, che fanno solamente male a quei ragazzi, catapultati in tv, raggiunto un successo effimero e doloroso. Il sistema karaoke delle cover è ancora peggiore, bisogna far mostrare il loro prodotto.

Non c’è continuità.

Esatto, è vero che i dischi non si vendono, ma i concerti sono iperfrequentati. Mi vengono in mente i trapper, quelle migliaia di ragazzi che conoscono i testi.

A proposito di concerti: quando parte il tour?

Da luglio. Non so se passeremo per Roma, la vedo più come location teatrale invernale. Andiamo in Umbria, Sicilia.

Non vedo l’ora. Grazie Fabrice e in bocca al lupo per Wonderland!