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La poesia si scrive dal vivo: il mondo di Mr. Paganini – INTERVISTA

by Alessia Andreon
e tu la chiami poesia copertina

Cantautore e direttore artistico romano, Mr. Paganini porta avanti dal 2022 il progetto Paganini Caravan, un collettivo artistico indipendente nato con l’idea di restituire alla musica una dimensione comunitaria, fisica e performativa.

Attivo nella scena underground della Capitale, ha costruito negli anni una poetica che intreccia teatro-canzone, immaginario circense e scrittura poetica, con una forte attenzione alla dimensione live come spazio centrale della creazione artistica.

Il suo percorso discografico, articolato in tre album pubblicati dal 2023, si muove tra Americana, folk-rock e canzone d’autore, fino a una progressiva rarefazione del suono che approda nell’ultimo lavoro E tu la chiami poesia. Qui la scrittura si fa più intima e spoglia, mettendo al centro fragilità, solitudine e tensione poetica, mentre la dimensione performativa resta il fulcro del progetto, tra riarrangiamenti continui e una forte componente teatrale.

In questa intervista, Mr. Paganini racconta il rapporto tra studio e palco, la natura collettiva del suo lavoro e il valore narrativo delle sue canzoni, attraversando temi personali e politici che affondano le radici nell’esperienza del viaggio, dello sradicamento e dell’incontro con l’altro.

INTERVISTA
Il disco si caratterizza per il suo ritmo non invadente, minimale, che crea un’atmosfera sospesa. Quanto conta la dimensione live nella costruzione di “E tu la chiami poesia”?

Il live è tutto. La mia concezione dell’arte si ispira agli spettacoli circensi itineranti: non a caso il primo disco si intitola La Carovana e il progetto si chiama Pagnanini Caravan.

Per puro caso ho scoperto che uno dei miei antenati — il padre del mio bisnonno — era un fotografo che, partendo da Parma, si unì a una compagnia teatrale itinerante. Mi sono riconosciuto profondamente in questa immagine: credo che la musica sia un racconto fatto dalla gente, per la gente.

Ancora prima della rivoluzione digitale ero convinto che questa dimensione dovesse essere preservata, come fece Capossela con “Live in Volvo“, viaggiando in camper di piazza in piazza per incontrare le persone e raccoglierne le storie.

Gli album nascono in studio, certo, ma il live è imprescindibile: molti brani vengono completamente riarrangiati per i concerti. Ogni tour cerco di costruirlo come uno spettacolo unico e teatrale, curato anche dal punto di vista scenico.

In questo album ci sono brani molto intimi che dal vivo cambiano forma, ma alcuni, come “Il vecchio e il mare” e “Ninna nanna“, rischierebbero di spezzare il ritmo di un’esibizione.

Come nel teatro-canzone, il pubblico deve essere predisposto all’ascolto: le sue reazioni contribuiscono ad affinare la proposta artistica.

Essendo parte del collettivo Paganini Caravan, quanto questo album è personale e quanto è frutto di una visione collettiva?

È un lavoro profondamente personale, perché nasce da scelte anche rischiose. Se nel primo disco il linguaggio principale era il ritmo, anche grazie a musicisti provenienti dal jazz e a un batterista panamense, in questo secondo lavoro ho scelto la poesia, quindi un percorso più introspettivo e meno immediato.

Volevo spogliarmi di ogni artificio stilistico e di ogni ipocrisia artistica, senza preoccuparmi di piacere a tutti, ma raccontando me stesso senza filtri.

Allo stesso tempo è un lavoro collettivo: musicisti, arrangiatori e autori straordinari hanno sposato questa visione, realizzandola in modo minimale e rispettando la fragilità dei brani.

A un certo punto la componente ritmica si riduce completamente, lasciando solo voce e chitarra: questo è stato possibile grazie a un grande lavoro condiviso e a una forte sintonia con la mia idea intimista.

Abbiamo fatto quattro date e stiamo ancora capendo come il pubblico reagisca a un linguaggio meno immediato. Per ora sono molto soddisfatto: chi ha ascoltato il disco spesso ha colto aspetti della mia storia e del mio background artistico anche più di me, apprezzando il legame con la musica d’autore italiana.

Credo sia importante contrastare l’idea, diffusa dagli anni ’90, che la musica sia solo intrattenimento.

I brani come “Dove appendere il cappello” evocano immagini molto narrative: parti prima dalle storie o dalla musica?

Sono sempre stato attratto dalle storie e dai personaggi. La musica è un linguaggio e deve comunicare qualcosa: per questo l’arrangiamento è fondamentale, ed è un ambito in cui mi affido a professionisti che mi aiutano a sviluppare le mie idee.

In studio si discute molto, a volte anche duramente, su una parola o una nota. Quando il disco esce significa che abbiamo trovato una chiave efficace, non necessariamente perfetta, ma capace di trasmettere il messaggio.

“Dove appendere il cappello” ha avuto una gestazione lunga. L’ho scritto completamente da solo, musica e testo, una notte alla stazione Trastevere. È un brano profondamente politico, anche se non lo sembra a un primo ascolto.

Quando lavoro a una storia devo trovare la sua chiave, altrimenti non dormo. In quel periodo, dopo prove estenuanti, ci fermammo a mangiare vicino alla stazione: lì, tra le persone invisibili della notte romana, ho trovato l’immagine centrale del brano.

Il “fondale” sono proprio quelle vite dimenticate: immigrati, marginalità, solitudini. A un certo punto vidi un gabbiano volare sopra i binari del tram, da lì nacquero i primi versi.

Mi sento vicino al tema della migrazione: ho vissuto anch’io lo sradicamento e la nostalgia. Chi parte porta con sé ambizioni e paure, ma spesso si trova a vivere una solitudine che idealizza ciò che ha lasciato.

Il gabbiano diventa simbolo di libertà e prospettiva: anche in un luogo come una stazione si può intravedere l’oceano. La casa, allora, è il luogo in cui “appendere il cappello”.

Il titolo “E tu la chiami poesia” suona come una sfida: a chi è rivolto?

È una domanda ironica, rivolta un po’ a tutti: pubblico, critica e anche a me stesso.

Il disco non segue un tema unico in modo esplicito, ma il filo conduttore è proprio la poesia, intesa come necessità di mettersi a nudo.

Si apre con “A mezzanotte“, un brano molto diverso dagli altri: il protagonista, un banditore stanco, scende dal piedistallo e si confronta con la propria ombra, che lo provoca e lo mette in discussione.

Da quel momento si spoglia di tutto e comunica solo attraverso la poesia, mostrando le proprie fragilità.

C’è un conflitto costante tra il desiderio di piacere e la consapevolezza che l’arte nasce anche dalla sofferenza. Alla fine, scrivere diventa quasi un’anestesia: un modo per trasformare il dolore in espressione.

Hai collaborato con Valentina del Re, a cui hai dedicato “Il regno delle fragole”. Come è nata questa collaborazione?

“Il regno delle fragole” è nato il giorno in cui ho saputo della sua scomparsa. È stato scritto di getto, al pianoforte, in un momento di dolore profondo.

Paradossalmente, non è un brano triste: Valentina era una persona luminosa, e sarebbe stato ipocrita raccontarla in modo diverso.

La produzione è stata rapidissima: il contrabbasso è un nostro grande amico comune, il contrabbassista Fabio Penna, che ha voluto partecipare in onore di Valentina e il pianoforte è stato registrato da Marcello Tirelli, in un’unica take al Pigneto. Tutti i musicisti coinvolti sono stati scelti non solo per la tecnica, ma per l’affinità emotiva con il progetto.

Con Valentina collaboravamo da circa quindici anni. All’inizio suonavamo canzoni d’autore, senza una visione così definita come oggi. Quando interruppi il progetto, lei e Fabio rimasero molto delusi perché avevano creduto in me.

Quando l’ho ricontattata, le ho fatto ascoltare Nothing to say, ispirato a Pasolini: colse subito il valore del lavoro e registrò i violini di Rhymes of Perdition, nonostante fosse impegnata con Morricone.

Stai già pensando a nuovi progetti oltre al live?

Sì, sto tornando a un filone più vicino alla musica americana da film, con una dimensione narrativa più marcata.

Dopo due album in italiano, ho diversi brani in inglese e mi piacerebbe sviluppare un progetto che unisca musica e immagine cinematografica.

Non so ancora se sarà un EP o un disco, ma ci stiamo lavorando. Parallelamente sento anche il bisogno di semplificare: qualcosa di più essenziale, quasi anacronistico: io, da solo, con la chitarra.

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