Dalla formazione accademica nei teatri e nelle istituzioni più prestigiose della lirica italiana fino alla sperimentazione tra rap, rock e sonorità urban: con Dies Irae, Jey inaugura un percorso artistico personale e fuori dagli schemi.
Il primo EP della soprano faentina Jennifer Turri attraversa fragilità, rabbia, oscurità e rinascita, fondendo tecnica lirica e linguaggi contemporanei in quello che l’artista definisce “lyrical rap”.
Un progetto intenso e cinematografico, dove ogni brano rappresenta un frammento emotivo e identitario.
Abbiamo incontrato Jey per parlare della nascita di Dies Irae, del bisogno di superare le etichette musicali e della ricerca di una voce autentica capace di unire mondi apparentemente lontani.
Il tuo percorso parte dalla lirica e arriva fino al rap e al reggaeton: quando hai capito che queste influenze così lontane potevano convivere in un unico progetto come Dies irae?
In realtà non c’è stato un momento preciso in cui ho capito che tutte queste influenze potessero fondersi.
Ho seguito il flusso, le sensazioni e incontrato le persone giuste per inoltrarmi in questa sperimentazione.Ho sempre sentito un collegamento tra tutti questi generi, come se ci fosse un filo invisibile che lega tutta la musica indipendentemente dalle etichette.
Spesso viene considerato “sbagliato” mescolare mondi così diversi, perché oggi sembra quasi obbligatorio identificarsi in un’unica identità artistica.
Io invece credo che la mia identità stia proprio in queste sfumature, nei contrasti e nella libertà di passare da un linguaggio all’altro mantenendo viva la trasformazione.
In Dies irae il contrasto tra luce e oscurità è centrale. Quanto c’è di autobiografico nei temi di fragilità, rabbia e rinascita che attraversano l’EP?
C’è tantissimo di autobiografico.
Ogni brano nasce da momenti che ho vissuto davvero, da stati emotivi che ho attraversato in questi anni.
La fragilità, la rabbia, il senso di smarrimento, ma anche la voglia di rinascere e trovare un equilibrio sono cose che fanno parte del mio percorso.
Anche quando uso immagini più simboliche o poetiche, parto sempre da qualcosa di reale, magari più difficile da spiegare con le parole, ecco perché uso spesso immagini astratte.
Per me la musica è un mezzo per trasformare esperienze difficili in qualcosa che possa avere un significato anche per gli altri, una forma di connessione e comprensione.
Hai definito il tuo stile “lyrical rap”: quali sono state le sfide più grandi nel trovare un equilibrio tra tecnica lirica e linguaggio urban contemporaneo?
La sfida più grande è stata trovare naturalezza, quasi più “umana” che “artistica” perché mi sentivo sbagliata.
Quando unisci due mondi così diversi rischi facilmente di creare qualcosa di forzato, Io invece volevo che la tecnica lirica non fosse solo un “effetto”, ma una parte viva del racconto.
Allo stesso tempo cercavo un linguaggio urban che restasse autentico e diretto, senza perdere profondità.
Ci è voluto tempo per capire come usare la voce in modo libero, senza sentirmi obbligata a rispettare gli schemi di un solo genere.
Nel disco ogni brano sembra rappresentare un capitolo emotivo diverso, da “Echi d’ombra” fino a “Kick ‘n’ Shine”. C’è una traccia che senti più rappresentativa della tua identità artistica oggi?
Probabilmente “Echi d’ombra” come concetto e sperimentazione, perché rappresenta molto il tipo di direzione che voglio continuare a esplorare.
Dentro quel brano convivono il lato più oscuro e teatrale, una scrittura più cruda, le influenze liriche e quella ricerca emotiva che per me è fondamentale.
Però anche “Kick ‘n’ Shine” è importante, perché mostra una parte diversa di me: più leggera in superficie, ma comunque consapevole.
Dopo esperienze prestigiose nel mondo della lirica — dal Coro Cherubini al Premio Maria Callas — cosa ti ha spinto a metterti in gioco in una scena musicale completamente diversa come quella urban?
La necessità di esprimermi in modo più personale e contemporaneo.
La lirica mi ha dato tantissimo e resterà sempre parte di me, però a un certo punto sentivo il bisogno di raccontare la mia generazione, le mie esperienze e il contesto in cui vivevo con parole più dirette.
È stato un salto nel buio prendere questa strada, ma anche l’unico modo per trovare me stessa artisticamente.

Per ogni cosa c’è un posto
ma quello della meraviglia
è solo un po’ più nascosto
(Niccolò Fabi)