Il vero dark fantasy: Rancore con Sangue di Drago e i Beast in Black con Blind and Frozen

C’è una grande differenza nella concezione della principessa, come dolce creatura da salvare, in Italia e in Finlandia. Fra Sangue di Drago e Blind and Frozen.

Qualche giorno fa – da metalhead ancora nell’animo – sono incappata in una band finlandese, i Beast in Black. Cantante dalla voce cristallina, Yannis Papadopoulos, in grado di passare dal growl al falsetto con una facilità impressionante; flow delle canzoni, orecchiabili e musicalmente impeccabili, fantastico. Grandiosi assoli di chitarra e di tastiera, per un sound pieno e corposo; power metal vecchio stile, come non se ne sentiva da anni. L’esordio dei Beast in Black, avvenuto nel 2017, con l’album Berseker, è stato più che felice: dall’esser sconosciuti, i quattro ragazzi di Helsinki, si sono ritrovati con un contratto con la Nuclear Blast, la casa discografica tedesca principe nel mondo del metal, un tour solista con gli storici quanto decaduti Turmion Katilot, ma, soprattutto, ad essere band di supporto dei conterranei Nightwish nel Decades Tour 2018. Due anni in giro per il mondo con la band power symphonic più blasonata al mondo: due anni con Marco Hietala, con Tuomas Holopainen. Chi non desidererebbe di più? Partire come band formata da un fuoriuscito dei Battle Beast, Anton Kabanen, appassionato di un manga abbandonato perfino dal suo autore, il mitico Berserk, ritrovarsi con alla chitarra uno come Kasperi Heikkenen– ex Gamma Ray– e una major che crede così fortemente nel tuo progetto old style dal lanciarti in giro per il globo terracqueo. Insomma, Gatsu, il suo spadone, la nuovamente assennata Caska, il prima cattivissimo e ora buonissimo Grifis, sembra che abbiano portato fortuna a qualcuno di diverso da Kentaro Miura. Se Manzoni lavò i panni in Arno per la versione finale dei Promessi Sposi, i Beast in Black hanno lavato gli Europe in Giappone. Saranno in Italia, a Milano, il 4 dicembre.

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A sinistra Grifis, principale antagonista di Berserk; a destra Gatsu, protagonista del manga che ha ispirato i Beast in Black.

Eppure, in questo incensamento ad un prodotto che proviene da ben oltre il circolo polare artico, c’è un ma. Un enorme ma. Enorme come le foreste della Finlandia, come il deserto del Sahara, come il Mediterraneo. Lo stesso giorno incappai anche nel videoclip del singolo da Berserker dei Beast in Black, Blind and Frozen. Riff orecchiabilissimo, il greco vocalist che canta come una dama del gothic metal, con un calore che sicuramente contribuisce allo scioglimento delle calotte polari, e una principessa. Sì, una principessa. Chiusa nel castello nel cui cortile la band strepita, Yannis si strugge e canta d’amore; una principessa mezza nuda in mezzo alla neve, una Sansa Stark di Grande Inverno ma con molto meno fegato, che per qualche ragione è incuriosita da uno strano amuleto (che poi è quello di Doom 2) alla quale vengono affiancate immagini varie di morte violenta- teschi, scheletri, spade. La principessa lo tocca, si spaventa, scappa attraverso le sale del castello, mentre uno strano uomo la insegue intorno a un tavolo con dei fiori secchi, finchè lei non riesce a seminarlo finendo in una camera da letto in cui nevica (ci sono anche i qui i fiori secchi) una neve tossica che ricorda un po’ quella dell’Eternauta. L’omaccione- un gran pezzo di maschio, ad ogni modo- ritrova l’amuleto, cerca di raggiungere la principessa, ma c’è un muro a dividerli, che lui cerca di scalare malamente, crollando a terra. Lei non si vede più.

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La principessa dei Beast in Black e il suo amuleto.

Ora, io non discuto il valore artistico del video, tantomeno quello del brano. Mi sovviene un altro paragone: l’ultimo brano in cui si parla di principesse che abbia avuto una qualche rilevanza nel nostro paese è Sangue di Drago di Rancore. Non ci sono draghi rilevanti in Berserk, ma tutto il fantasy ne è permeato. Anzi, il dark fantasy: quello di Game of Thrones, per eccellenza. Ma, soprattutto, in Sangue di Drago c’è la principessa chiusa nell’alto castello, e viene rovesciato lo spirito delle favole classiche: il principe, che in realtà è un fetente imbroglione, cerca di conquistare la principessa uccidendo il drago che sorveglia il castello. Il drago, che, in realtà, era un mentore e mago di un principe sconfitto, trasformato in forma rettile per una maledizione. Il narratore è un cantastorie condannato a morte per aver scoperto le oscure trame del principe.

Si tratta di generi diversi, va ammesso. Power metal, hermetic hip-hop: musica che parte da radici differenti, che ha scopi differenti. Due anime indubbiamente diverse, Rancore, al secolo Tarek Iurchic, nato a Roma da padre rumeno e madre tunisina, e Anton Kabanen, coetaneo di Rancore ma nato in un altro luogo: la Finlandia. Forse la differenza è tutta qui. Il power metal, se si eccettua qualche incursione esistenzialista dei Sonata Arctica e delle derive mangaka degli Epica, è un genere che parla d’amore, di alti sentimenti, di romanticismo vecchio stile, di Romeo e Giulietta, di grandi classici che non esistono più. E lo fa con delicatezza, con trasporto: con ottimismo e leggerezza. Il power metal è musica d’evasione, è dolcezza con chitarre elettriche, è epòs di cavalieri e grandi re, è struggersi per il fatto di essere umani e provare emozioni. È la sublimazione dell’arte che nasce dall’amore, che sia per sè stessi, per una donna, per un uomo. Insomma, qui non attecchirà mai seriamente (se ignoriamo i Rhapsody of Fire). Perché? Perché l’arte, quella non asservita al mero consumo, in Italia, nasce da altro. In Italia, la musica in grado di esprimer qualcosa non viene dalle farfalle nello stomaco, bensì dai pugni. Viene dalla rabbia, dal rancore (appunto), dalla sofferenza, dalla frustrazione. Viene da ciò che in Finlandia non è il pane quotidiano.

La differenza fra la principessa di Blind and Frozen di Kabanen e quella di Sangue di Drago di Rancore è ciò che costei ha attorno.

In Blind and Frozen è oggetto d’amore da parte di un uomo, in Sangue di Drago viene amata da un drago. Un drago che è stato ingannato, che era uomo, che era in grado di esprimere la propria arte in versi, ma al quale è stata tappata la bocca. E può esprimere il suo amore verso la principessa soltanto proteggendola in silenzio, prendendosi una freccia nel cuore per lei, da parte di un principe che non merita questo nome. Un principe che non la ama, che la considera un trofeo da esporre alla prossima udienza del Regno. La principessa di cui si narra in tutto Berserker  è, invece, un archetipo di pura bontà: esiste solo perché l’amato ne canti. La principessa di Sangue di Drago è innamorata del drago, senza però rendersene conto, ed è destinata ad una vita priva d’amore, assieme a quel principe che la rapisce; una tragica allegoria della politica nel nostro paese. Un drago, un mostro col cuore di fuoco, ma in grado di amare; una creatura che in realtà non è un nemico, più umano del principe, perché dà la vita per ciò che vuole viva per lui: la principessa. Lei è amata: eppure, lei, esiste di per sé. Lei, innocente, ingenua, in balia di poteri infinitamente più grandi di lei. Tragicamente innocua, nella sua serenità.

La differenza è tutta qui: la serenità. In Finlandia, l’arte, probabilmente, nasce da moti interni dell’animo; in Italia, nasce dalla frustrazione. Che, incanalata con rigore e disciplina, ci regala altissime vette come Musica per Bambini, con la sua Sangue di Drago, di Rancore. Musica per Bambini, laddove oltre il circolo polare artico ci si ispira a un manga splatter come Berserk per parlar d’amore.

Giulia-della-pelle

Wannabe ricercatrice e wannabe scrittrice. Amante dell’improbabile e del surreale. Adoratrice del Sole e dei dati statisticamente consistenti.

2018-09-30T21:59:04+00:00 30 settembre 2018|Approfondimenti e Curiosità|0 Commenti