Maldestro e i suoi Muri di Berlino: “sono le barriere dentro e fuori di noi”

Il cantautore di Scampia, vincitore del premio della critica al Festival di Sanremo, racconta nell’ultimo lavoro i muri e le crepe dell’animo umano

Maldestro è un giullare partenopeo dalla voce graffiante, l’aria distratta e ironica che nasconde contenuti profondi in una sensibilità lucida. I muri di Berlino, titolo dell’album uscito lo scorso 24 marzo per la Warner, sono le barriere che costruiamo dentro e fuori di noi, come protezioni effimere che si cristallizzano dopo dolori e delusioni, dopo convivenze e treni sbagliati ma che vanno superati, perché no, anche attraverso la musica. Questo cerca di fare Antonio Prestieri, vincitore del Premio della Critica Mia Martini nell’ultima edizione del Festival di Sanremo con Canzone per Federica. Un giovane cantautore contemporaneo, consapevole dei problemi di oggi, che rifiuta sistemi sbagliati, canta la rabbia per una terra che ama, la sua Napoli, ma che vorrebbe cambiare quelle cose che proprio non vanno. Senso di riscatto, di ribellione sempre attraverso un umorismo dissacrante che parla di contenuti importanti con la maschera dell’ironia. Sì perché Maldestro viene dalla scuola di Troisi che diceva ” se vuoi dire una cosa seria fagli fare una bella risata”. Così in questo album descrive le crepe che si possono formare nei muri che abbiamo dentro, dalle quali filtra una luce che dobbiamo seguire per volare su una mongolfiera composta da un gomitolo di lana e un cappello, come racconta la copertina dell’album in un disegno suggestivo e calzante. Dal taglio apparentemente leggero di Abbi cura di te, colonna sonora del film di Massimiliano Bruno Beata ignoranza, al messaggio di rifiuto di Io non ne posso più, passando per Tutto quello che ci resta fino ad arrivare alla profonditá cruda e struggente di Sporco clandestino. I brani del disco sono dieci colpi, teneri e taglienti, sui muri che si stratificano nell’animo umano.

Il tuo nome d’arte rimanda ad una personalità un po’ strampalata, come quella di chi vive in un un’altra dimensione quindi nella realtà appare distratto. Un segno di grande profondità a mio avviso, gestire due dimensioni è più complicato credo.
La scelta del nome deriva dal fatto che sono realmente “maldestro” nella vita. Sono distratto, rompo tutto, se cade qualcosa a tavola la colpa è sicuramente la mia. Poi, in tempi non sospetti, i miei amici hanno iniziato a chiamarmi così, ho sempre avuto la testa tra le nuvole. Quindi quando ho dovuto scegliere il nome per il mio progetto musicale non mi sembrava potesse esserci nome più adatto di questo.

Fino a pochi anni fa eri Antonio Prestieri, attore e autore teatrale di Scampia. Cosa è cambiato avvicinandoti alla musica e allontanandoti dalla tua terra?
In realtà non è cambiato nulla perché ho sempre fatto musica, ho cominciato all’età di nove anni, a sedici ho incontrato il teatro e non l’ho più lasciato. Ho abbandonato per un momento la musica poi quattro anni fa, mentre cantavo le mie canzoni solo per divertirmi, i miei amici hanno cominciato a dirmi che avrei dovuto fare il cantautore e pian piano mi hanno convinto a provare e a fare di quei pezzi, dei quali mi vergognavo, il mio lavoro.

Una domanda d’obbligo, cosa ha rappresentato la partecipazione al Festival di Sanremo?
L’ho vissuta in maniera serena e positiva, con molta tranquillità, cercando di vivermi al massimo questa esperienza all’interno del vortice di emozioni e dinamiche tipiche del Festival. Sanremo è come ci arrivi e quello che fai dopo, se non hai un minimo di esperienza rischi di essere una meteora, se invece ci vai già con 150 concerti alle spalle, dopo aver mangiato polvere e aver suonato nelle situazioni più complicate forse hai più possibilitá di riuscire. Nel bene e nel male è il festival più importante d’Italia e se ad un cantautore indipendente come me permette di esprimermi per quello che sono che ben venga Sanremo.

Cosa sono i muri di Berlino?

Per me sono i muri che ci portiamo dentro. Io cerco di raccontarli nelle tracce del disco, attraverso i sentimenti umani, quelli più semplici, dalle gioie ai dolori, dalle noie, alle convivenze, ai treni in partenza. Ho provato a parlarne in un modo più vero e sereno rispetto al primo disco dove ero un po’ più arrabbiato, affinché l’ascoltatore potesse entrare nelle storie e riconoscerai nelle cose che scrivo.



Per la copertina hai scelto un disegno particolare e suggestivo, una mongolfiera formata da un gomitolo di lana e un cappello che vola sopra muri colorati. Come è nata l’idea?

Questa non è opera mia. Era nata l’idea di fare un album tutto ad acquerello dopo che una fan un giorno mi inviò un autoritratto molto bello, che tra l’altro è all’interno del disco. Rimasi così colpito che le chiesi di disegnare tutto l’album. Lei si chiama Aria Carelli. Io ho scelto il titolo e lei ha realizzato questo meraviglioso disegno nel quale il cappello rappresenta la voglia di superare i muri ad esempio attraverso la musica. Questa l’idea di base del lavoro che io ho cercato di spiegare attraverso le canzoni e che lei ha rappresentato alla perfezione nella copertina.

In canzoni come Abbi cura di te o Tutto quello che ci resta il sound è apparentemente allegro ma nasconde una leggerezza amara visti i contenuti. Una sorta di sdrammatizzazione?

Sì, a volte alcune canzoni vanno alleggerite, la musica ha il potere di farlo. Mi sono anche divertito a rendere ironici degli aspetti che in realtà sono più profondi. Vengo dalla scuola di Troisi che diceva ” se vuoi dire una cosa seria fagli fare una bella risata”

Io non ne posso più
è un canto di ribellione, di rifiuto, parli dei pregiudizi e delle difficoltà a scegliere la strada giusta quando questa sfiora e spesso si sovrappone a quella sbagliata.
Esattamente. Volevo esprimere la rabbia che provo quando intorno ho sistemi che non mi piacciono, quando vedo cose sbagliate che mi portano a ribellarmi. Per fortuna c’è sempre un legame inspiegabile che mi tiene vicino alla mia terra, alle mie origini, alla mia cultura. Questo mi dà la forza di resistere e di lottare per un futuro che a volte appare stanco.

A proposito di muri e di confini, il pezzo Sporco clandestino affronta una tematica molto delicata, quella dell’immigrazione vista attraverso gli occhi dei bambini. Cosa ti ha spinto a fare una scelta così complessa?
Mi sono documentato molto e ho potuto ascoltare storie di chi ha vissuto in prima persona quella esperienza. Quello che mi ha sempre colpito più in profonditá è la meraviglia dei bambini che viene strappata via, credo che questo sia il crimine più grande che si possa compiere perché la meraviglia è quell’aspetto puro che perdiamo quando cresciamo. Ogni volta che sento queste storie mi si spezza il cuore e l’unico modo che conosco per esprimere questo dolore è scriverlo e cantarlo.

TRACKLIST

  1.   ABBI CURA DI TE2.    TUTTO QUELLO CHE CI RESTA3.    CANZONE PER FEDERICA

    4.    CHE ORA E’

    5.    IO NON NE POSSO PIU’

    6.    PRENDITI QUELLO CHE VUOI

    7.    SPORCO CLANDESTINO

    8.    ARRIVEDERCI ALLORA

    9.     TU NON PASSI MAI

    10.  LUCI’ (IN UN SOLO MINUTO)

Sabrina Pellegrini

2017-04-20T20:36:35+00:00 4 Aprile 2017|Interviste|0 Commenti