L’importanza dell’Artwork. Francesco Filippini: “i progetti li scelgo in base a quanto possano essere interessanti proprio da vivere come esperienza di lavoro”

di InsideMusic

Eccoci giunti a metà della nostra rubrica “Musica & Lavoro”. Oggi la nostra ricerca all’interno dei meandri nascosti della produzione di un album musicale toccherà quella che nel gergo viene definita: la sinestesia del supporto fisico, cioè l’artwork e la creazione di copertina e bookletters.

Nell’epoca del digitale tutto ciò apparentemente può sembrare irrilevante poiché la musica sta diventando sempre più liquida, e invece il ritorno al vinile, all’immaginare come suona un disco prima ancora di abbassare la puntina, solo dall’immagine evocativa della confezione, è una moda che sta tornando preponderantemente in auge. Le immagini che custodiscono il disco già lasciano percepire il tipo di musica che troveremo all’interno dell’album, i ritratti provano a farci intravedere l’animo dell’artista e ci pongono in una sorta di sinergia, di unione, con esso prima ancora di ascoltarne la musica. Abbiamo immediatamente disponibile una rappresentazione dello spirito che anima i musicisti in un determinato contesto storico-culturale, e dell’approccio alla musica registrata.

I colori applicati a un’immagine sono così dei messaggi subliminali di quanto è presente all’interno del disco stesso, e ciò lo si può riscontrare, oltre naturalmente che attraverso l’ascolto della musica, anche attraverso la semplice lettura dei titoli e dei testi dei brani dell’album.

In passato molti generi musicali erano ben definiti, oltre che dai canoni musicali che li caratterizzavano, anche dalle immagini, disegni o fotografie, delle cover dei dischi a esso appartenenti.

In questi casi l’aspetto grafico assume una rilevanza particolare.

I colori accesi e le immagini indefinite caratterizzano i tratti della psichedelia (13th Floor Elevators, Iron Butterfly, Cream, etc.), la fantasia dei disegni e gli scenari immaginari quelli del genere progressive (Genesis, King Crimson, etc.)

Parlavamo di sinestesia, essa è la contaminazione dei sensi nella percezione, durante la quale le stimolazioni uditive, tattili, visive e olfattive sono percepite dall’individuo come eventi sensoriali conviventi. Grazie alle copertine vengono stimolati quattro dei nostri cinque sensi: l’udito, il tatto, l’olfatto, la vista. Alla musica, quindi, si lega l’odore della confezione, l’immagine in risalto della copertina e la sua lettura durante l’ascolto. Lungimirante nel capire l’importanza del rimestarsi dei quattro sensi è stato – già nel 1930 – Alex Steinweiss che ha trasformato le confezioni di cartone marrone dei vinili in oggetti da collezione, aumentando del 900% le vendite dello storico Sinfonia n.3 di Beethoven.

Per quanto riguarda la scelta delle copertine, normalmente gli artisti appartengono a due categorie molto distanti tra loro, non solo concettualmente ma proprio nel metodo: da una parte abbiamo dischi il cui artwork è frutto di una collaborazione diretta con l’artista, che interviene attivamente nel definire l’identità (se non altro visiva) dell’oggetto-disco; dall’altra, abbiamo l’esempio classico di quei dischi che recuperano a mo’ di illustrazione opere già esistenti e in origine completamente slegate dal medium musicale – ad esempio la mela di Magritte sulla copertina di Beck-Ola del Jeff Beck Group o la famosissima banana di Warhol per i Velvet Underground.

Alla prima categoria appartiene Francesco Filippini – ospite di questa puntata – art director del nuovo album di Tommaso Primo, stella americana della produzione artistica, nella shortlist degli Oscar con un suo lavoro, e nella cinquina dei David di Donatello con “Gatta Cenerentola”. Incontriamo Francesco e scambiamo quattro chiacchiere con lui.

Francesco Filippini, 24 anni ma già una celebrità nel mondo dell’art directory, una stella in America che ha deciso di tornare a casa. Vuoi sfatare il luogo comune che “nessuno è profeta in casa sua”?
Innanzitutto qui ci sono gli affetti, c’è anche tutto il mio background, sono tornato qui per cambiare la mia via professionale dalla direzione artistica alla regia, quindi alla narrazione. Tutte le idee di narrazione che mi venivano in mente avevano luogo qui, volevo narrare questi luoghi cioè Napoli la provincia, l’Italia in generale, quindi non avrebbe avuto senso farlo dall’altro capo del mondo. A Napoli c’è questa realtà che è MAD Entertainment che sta crescendo di anno in anno, nonostante i limiti logistici dell’essere in Italia, e ho voluto provare a dare una mano qui a Napoli nel cercare di creare qualcosa di nuovo anziché cercare di inserirmi semplicemente in contesti già esistenti e funzionanti.

Dopo questo breve incipit per rompere il ghiaccio raccontaci un po’ la tua storia, per chi magari – oltre Tevere – non dovesse aver sentito (ancora) parlare di te.

Il mio approccio con questo mestiere avviene sin da bambino, mio padre impaginava libri e così io sono sempre stato addentro al mondo dell’editoria. La vera occasione è poi arrivata quando ero al terzo anno dell’istituto d’arte, conobbi questa artista americana – Ann Pizzorusso – che stava scrivendo un libro “Tweeting Da Vinci e a lei piacquero i miei lavori di illustrazione all’epoca e mi chiese di illustrare anche il suo. Abbiamo avuto contatti frequenti per molti anni, fino alla completa realizzazione di questo libro e alla sua pubblicazione in America. Nel contempo io lavoravo anche nel campo dell’animazione qui a Napoli, per far convergere le cose mi sono spostato in America e ho continuato questo ambito li, fino ad arrivare allo studio di Bill Plympton – padre fondatore dell’animazione indipendente – nel cui studio ho curato la direzione artistica di vari progetti, fra cui “The Loneliest Stoplight”, cortometraggio sul “Semaforo più solitario del mondo” – che ha vinto varie medaglie d’oro della Society of Illustrator, la più antica società degli illustratori al mondo – tra cui la mia per la direzione artistica. Questo corto entrò anche in shortlist agli Oscar. Il mio distacco da Napoli però non è stato così netto poiché sono sempre rimasto in contatto con alcuni artisti locali tra cui Luciano Stella, produttore della MAD, e stava nascendo questa idea di fare un cortometraggio animato, basato sulla provincia di Napoli negli anni quaranta, così ho deciso di imbattermi in questa nuova avventura e ritornare in Italia. Nasce così “Simposio Suino in Re minore” – corto di apertura di Gatta Cenerentola – ha fatto il giro di molti cinema, ci ha dato molte soddisfazioni.

Come è stato a soli 22 anni arrivare alle candidature agli Oscar e a 24 ai David di Donatello?
Per me fare intrattenimento è la mia missione di vita e la cosa che mi rende più felice è che le mie opere- su cui spendo la gran parte del mio tempo – è che poi possano lasciare qualcosa a chi le vede, possano farli sorridere, emozionare, donargli un messaggio che gli torni utile in qualche modo. Rispetto ai premi posso esserne felice se vanno a sancire il gradimento del pubblico, non è il premio in sé ad inorgoglirmi.

Parliamo adesso della combo arte visiva e arte musicale. Cosa lasci che sia evocativo per la tua idea grafica, i testi o il sound?

Assolutamente il sound. Io ho iniziato un po’ come tutti della mia generazione ad ascoltare musica di oltreoceano, prevalentemente americana e poi inglese, senza capirne i testi, quindi è la musica che ti colpisce. È anche molto interessante il fatto che il sound, a differenza dei testi o alla letteratura, riesce ad arrivare anche agli illetterati o a chi parla un’altra lingua. Io ho un background lavorativo in cui ho iniziato a fare animazione per videoclip musicali, anche quei lavori lì erano guidati dal sound. Il mio protocollo lavorativo l’ho appreso da altri colleghi registi ed è molto semplice: uno con tutto il disco a disposizione, preme play e inizia ad immaginare il film, la polaroid, le illustrazioni che meglio sono evocative per quell’album, nate dalla tua fantasia stimolata dall’habitat che quel sound ha ricreato nella tua mente. È tutto l’album non solo un testo in particolare a creare la mia idea di artwork.

Ti faccio una domanda provocatoria: nell’epoca dello streaming il ruolo dell’art director è diventato più semplice o – proprio per la tendenza a non comprare più i CD da parte della massa – il suo ruolo è ancora più importante?

Sicuramente la cura dell’oggetto è la cosa principale perché – a differenza di prima in cui molte copertine le creavano i fotografi o i letteristi perché è la musica che conta – adesso è il contrario, si compra il disco perché ha una bella copertina ed è sempre più un oggetto da collezione. Poi a prescindere da quale sia il mezzo, io cerco di fare un’opera che ha senso da sé, poi come l’ufficio stampa o chicchessia se la spende, è il loro lavoro; ovviamente se c’è un oggetto che ha già un valore di base è più facile spenderselo, qualunque sia la desinenza finale.

Sempre sullo streaming: adesso le copertine risultano essere un agglomerato di pixel. Artisticamente parlando che differenze ha generato nel tuo lavoro dover pensare anche a questo e non solo alla realtà fisica del supporto?

Secondo me non c’è tanta differenza fra il supporto cartaceo e la miniatura presente nello streaming, torniamo al discorso precedente: quando un’opera funziona la puoi stampare anche sui cerchioni delle auto, funzionerà ugualmente. Se un’opera è realizzata grossolanamente allora avrà bisogno del giusto supporto di stampa, piuttosto che delle luci giuste sotto la quale guardarla.

Dopo aver sviscerato un po’ la tua storia e il tuo processo creativo nel generale, passiamo al particolare, che è quello che contraddistingue il nostro viaggio: il nuovo album di Tommaso Primo. Un sodalizio che continua anche questa volta. Come nasce l’incontro fra di voi?

Nasce grazie all’incontro organizzato da Dario Sansone (frontman dei Foja) con il quale lavoro in MAD. Tommaso è un po’ figlio musicalmente di Dario e io sono suo figlio artisticamente, entrambi ci interfacciamo con lui come guida. Quindi è stato proprio lui che ha pensato di unirci in questo sodalizio musicale e grafico, che sta continuando fortunatamente. Tommaso aveva un’idea folle, rispetto al suo disco precedente “Fate, Sirene e Samurai” di cui ho curato l’artwork, e a me bastava quello, che non fosse una banalità, ancor prima di ascoltare i suoi brani.

Cosa pensi della sua poetica?

Io ho un problema con la parola “poesia” in generale. Non riesco a capire bene cosa sia, credo che voglia rappresentare un qualcosa che ti tocchi e ti generi delle emozioni, quindi possa essere declinata in qualsiasi cosa, che sia essa il testo, la musica, l’immagine o la presenza dell’artista sul palco di un live. Tommaso riesce a toccare delle corde, anche se questo è molto soggettivo. Rispondere a questa domanda per me è molto complicato perché io lo vivo da interno, da addetto ai lavori, l’ho visto crescere il progetto, come si è modificato nel tempo dai Demo Tape alla sua forma definitiva; è chiaro che non posso avere lo stesso impatto dell’ascoltatore che lo scopre per la prima volta. Sono però dei brani assolutamente validi.

Se non avessi creduto in questo progetto lo avresti accettato lo stesso questo lavoro?
Assolutamente no, sennò si spreca il tempo. Non faccio questo lavoro per soldi, i progetti che scelgo sono sempre basati sulle potenzialità che hanno a lungo andare e su quanto possano essere interessanti proprio da vivere come esperienza di lavoro. Io lavoro al piano di sopra rispetto alla sede della sua etichetta discografica, ci incontriamo spesso, vado ai suoi concerti, è proprio un crearlo insieme, vivere un ambiente di condivisione, e questo ci fa restare allineati. Io sono sempre il manifesto di Tommaso, prima di arrivare a lui, alla sua musica, c’è la copertina, quindi ci sono io.

Ormai i brani del nuovo album sono già stati prodotti, il primo singolo “Superman napoletano” è anche già a disposizione dei fan. Puoi svelarci l’idea progettuale che hai realizzato per stupire gli ascoltatori acquirenti?

Le sonorità mi hanno colpito molto, così come la sua idea di concept sin da quando me ne ha parlato prima ancora di ascoltare le preproduzioni, hanno stimolato da subito un’affinità di background esistenziale tra noi due che veniamo dalla cultura e subcultura degli anni ’90 /2000. Nei lavori di Tommaso questa appartenenza è super permeata in tutte le sue canzoni, tutto lo storytelling dei cartoni animati di quegli anni come Dragon Ball o tutti i manga giapponesi che davano sulle tv locali – che solo noi italiani li abbiamo vissuti così – è sempre presente. Io disegno cartoni animati per lavoro, la sinergia non poteva che essere totale. Per quanto riguarda l’idea visiva di questo nuovo progetto discografico si basa così su questo ambiente anni novanta, discostandosi dal filone artistico in voga adesso basato sugli ottanta, su simbolismi alla Stranger Things, sulla new waves.

A cura di Fabiana Criscuolo

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