La Terza Guerra Mondiale, degli Zen Circus, è il vinile della settimana

di InsideMusic

“La Terza Guerra Mondiale”, vinile del gruppo pisano The Zen Circus, è l’ascolto di questa settimana. Un vinile che racchiude in se molte, troppe provocazioni, che riflettono a pieno lo sguardo sulla società attuale, sempre sull’orlo di una guerra mondiale, non combattuta con le armi ma con la sterilità di sentimenti e con la spasmodica necessità di esserci. Tutto il resto conta poco, o non conta affatto

La Terza Guerra Mondiale

Eccoci di nuovo qui, pronti alla nostra solita confort zone settimanale dell’ascolto vinilico in paranza. Ve la avevo anticipato nella scorsa puntata la mia “ossessione” per il trio (ormai quartetto) toscano The Zen Circus e dopo aver acquistato due biglietti per l’unica data indoor del loro concerto evento per il ventennale di carriera (da cui anche l’ultimo album raccolta Vivi si muore 1999 – 2019 di cui parleremo prossimamente) sento la necessità di riascoltare tra tutti, l’album che forse più mi fa sentire coinvolta nei temi della band, che grazie a dio ha scelto di cantare in italiano. Ma non prima di aver scelto il mio alleato della sera, d’istinto avrei voglia di un bel rosso accomodante, ma ipotizzando l’arrivo della terza guerra mondiale, l’opzione di dover scappare tra le macerie rende il rito poco rilassante, così opto per una corposissima birra, comoda anche nel trasporto in caso di invasione aliena o assalto alle province, tanto amate da Appino e friends.
Per la non-gioia di Karim (Cuccuru, batterista e percussionista della band), straight edge convinto, tiro dalla dispensa una Abbaye Des Rocs, birra belga ambrata, di puro malto senza zuccheri aggiunti – differentemente dalle altre belghe. Sette malti e tre luppoli per una doppia fermentazione che permette di assaporare perfettamente il retrogusto caramellato; peccato non avere un barbecue a disposizione e non poterci grigliare su una bella fiorentina (per restare in toscana).

Siete pronti a ripetere il solito rito settimanale dell’alzata della testina? Allora fuori dall’involucro questo vinile, e via con l’ascolto. Si parte subito con la title track, La Terza Guerra Mondiale, un brano che chiarisce subito le intenzioni della band:

“Adesso sono dentro a un treno
Guardo gli altri passeggeri e penso che
Sarebbe bello chiacchierare
Ma tutti han sempre da fare
Qualcuno guarda il cellulare
Altri fan finta di dormire ed io
Vorrei vederlo deragliare
Così potremo tutti urlare
Una guerra mondiale ancora
Per cominciare una nuova era”

Sicuramente Appino non si augura davvero che venga presto un nuovo conflitto mondiale, uno sterminio di persone e anni di fame, distruzione e dazi da pagare ai vincitori, perché no, noi italiani siamo i perdenti per eccellenza. Ma le sue parole risultano eloquenti se pensate in favore del suo marchio di fabbrica, la sua provocrazia. Ricorrere anche al mezzo del disastro per scatenare una reazione, provocare una presa di coscienza che in questa società c’è qualcosa che non va. E lo chiariscono subito gli Zen Circus, sin dalla cover del vinile de La Terza Guerra Mondiale in cui il trio è impegnato in un tranquillo aperitivo condito da Spritz e selfie tra le macerie di un disastro appena dilagato. Perché testimoniare di esserci è un po’ l’essenza della realtà odierna. Lo facciamo (tutti, me compresa, nessuno provi a sentirsi esente da questo discorso) con le instastories durante i concerti, col piatto di ravioli cinesi al ristorante o con il mazzo di rose (facciamo mimose in rappresentanza della Festa della Donna) regalato dal fidanzato. Per non parlare del macabro selfie-con-il-morto, quando la fotografia diviene portavoce dell’orrido portando alla luce il schadenfreud, quel sentimento di naturale compiacimento davanti alla catastrofe altrui.
Ma andiamo avanti col secondo brano di La Terza Guerra Mondiale, Ilenia – primo singolo estratto dall’album – il pezzo che mi ha fatto ritornare attualmente (3 anni dopo l’uscita) in fissa con questo vinile.

“Scrivere mi riesce meglio
Ma non voglio farmi leggere
Non riesco nemmeno io a leggermi
Aspetto la rivoluzione
Ma aspettare è non agire
Scegliere di non scegliere
Una scelta obbligata…”

Vi è mai successo di avere un groviglio di pensieri che si annodano fra di loro e che di cui non riuscite a trovare il capo con cui partire per togliere nodo dopo nodo questi intoppi e ritornare alla linearità di essi? Io in questi casi scrivo, lunghissime lettere, rivolte al destinatario dei pensieri intricati o a me stessa se le considerazioni riguardano decisioni solo mie, a volte le imparo anche a memoria. Ma queste scritture restano segrete, odio farmi leggere e scrutare nell’intimo, aspetto che le parole prendano forme così come si aspetta una rivoluzione, fosse anche solo interiore.

“Io volevo andare via
Camminare sui vetri con le scarpe
Mentre sono ancora qua
A compiacere tutti quanti
Compiacere qualcuno che dice di amarmi.”

A diciotto anni sono fuggita da questo paese di provincia, alla ricerca di me stessa, delle mie passioni e delle mie attitudini, che i piccoli borghi del sud (ma Appino mi insegna che al nord la situazione non muta granchè) sanno perfettamente farti implodere, per mancanza di mezzi e di stimoli, prima ancora che di opportunità. A ventinove sono ritornata qua, per la triste e attualissima storia dei figli boomerang; per la felicità dei miei genitori (ma non mia) e per la mia proverbiale necessità di compiacere tutti quanti. Un ritorno che ha segnato inevitabilmente un passo indietro (di oltre un quindicennio) anche nella mia vita privata e sentimentale, la persona giusta nel periodo sbagliato.

“Mi affeziono facilmente
Ma non ho voglia di spiegare
Che poi in realtà so anche parlare
Ma non si capisce bene
E quindi un po’ mi dispiace
Anzi non mi dispiace
Di averti conosciuto in un brutto periodo
Perché sei stato più bello
Hai brillato di più
Una scopata un peso
Non so cosa è stato per te
Ma ma non voglio saperlo il perché
Mi piace fantasticare e mettere alla fine delle frasi il perché”

Insomma, Ilenia sono io, o forse lo siamo un po’ tutti in un determinato momento della nostra vita.

Terzo brano di La Terza Guerra Mondiale è Non Voglio Ballare, testo che si è imposto sin da subito come candidato ideale per diventare un inno generazionale. La storia di una lei alto borghese, capricciosa e di un lui che cerca goffamente di stare al suo passo, anche se nei salotti bene non si riconosce più. E così vengono fuori le prigioni della mente e del cuore, l’insoddisfazione generata dal confronto con le persone che sentiamo circondarci senza appartenerci, espressione di una solitudine interiore. “La rivolta ormai è un fatto personale, lasciatemi stare!”, sentenzia Andrea.
Quarto brano di La Terza Guerra Mondiale è Pisa Merda. La terza guerra mondialeOgni stato al mondo è ricco di campanilismi e rivalità tra le varie nazioni e in esse, tra le varie regioni e province. Scriveva Goethe nel suo celebre Viaggio in Italia: «Qui sono tutti in urto, l’uno contro l’altro, in modo che sorprende. Animati da un singolare spirito di campanile, non possono soffrirsi a vicenda».  In Italia la Toscana e la Campania hanno il primato assoluto, sarà per il fatto di avere in sé le Repubbliche Marinare che si contendevano il commercio e il monopolio degli sbarchi, ma quelle tra Napoli / Avellino /Salerno e Pisa /Livorno restano le più iconiche.  Pisa infatti era ancora una repubblica marinara quando venne sconfitta dai genovesi alla Meloria nel 1284, il celebre scoglio della costa livornese. «T’avessi ’n culo ti caerei alla Meloria» s’inveisce ancora oggi ricordando la rovinosa débâcle. Complici la politica medicea e il processo d’interramento del bacino di Porto Pisano durante il ‘500, Livorno diverrà il porto principale della Toscana, oscurando per sempre la supremazia marittima di Pisa. Invece di riversare il proprio odio contro Genova, i Pisani preferirono le vicine Livorno e Firenze. Una corrisposta antipatia, che spesso finisce per diventare leggenda. Ma l’ostilità pisana non sconfina anche con la provincia lucchese, da qui il detto “Pisa merda: storia e origine dei campanilismi toscani”. Il Pisa Merda è un marchio di fabbrica per ogni pisano che si rispetti, Appino ha raccontato di esserselo sentito gridare anche da un taxi mentre era in Tasmania (Australia) insieme alla band, dopo una data del tour nel nuovo continente. Un brano che è una dichiarazione di amore/ odio per la città in cui il trio è cresciuto e si è formato, da cui poi è fuggito (Appino provocatoriamente manco a dirsi vive a Livorno, Karim a Forlì e spesso in Sardegna, dove ha radici familiari e genetiche, e Ufo nella provincia pisana) e che denuncia come deturpata dall’identità urbana che l’ha sempre contraddistinta, per diventare cittadina universitaria propriamente detta. La perdita di autenticità provinciale sembra aver deluso profondamente la band, che ha ricercato altre realtà in cui godere delle velleità necessarie per fare questo lavoro artistico.
Ultimo brano del Lato A di questo vinile de La Terza Guerra Mondiale è L’Anima Non Conta, pezzo alla Otis Redding ma senza fiati, molto citazionista, forse il brano più lontano dagli Zen Circus fino a quel momento, che ha poi segnato la strada per molti brani de Il Fuoco in una Stanza, album di due anni dopo.
La cosa che subito balza all’orecchio è la tendenza in questo brano a far arrivare tardi il ritornello (tre anni dopo, nel pezzo sanremese L’Amore è una Dittatura, il ritornello scomparirà del tutto), un brano che non nasce per essere il tormentone di una stagione per tutti, ma di una giornata particolare per ognuno di noi. All’atto della sua uscita come singolo, di questo brano si è scritto di tutto, hanno paragonato gli Zen Circus in questo brano allo scarto degli scarti di Ligabue (rei di aver scelto la stessa settimana di uscita di questo brano e di G come Giungla, anch’esso contestatissimo) e una ballata alla Tiziano Ferro, come se il pop di Ferro o la svolta d’amore del Liga siano parolacce in questo mondo snob e fintamente dotto, come se l’anima e i sussulti da questa canzone davvero non contassero, ma contasse solo l’assenza del punk rock di cui invece sono ricchi gli altri nove brani; come se l’eterogeneità non fosse un valore aggiunto ma un peccato.

Mentre il Lato A di La Terza Guerra Mondiale è terminato, mi alzo per cambiare il lato del vinile, mi viene in mente una considerazione sul Circo Zen, una storia che mi venne raccontata durante una lezione di prova di pilates, guardando due ragazzi nella sala accanto mentre si salutavano con l’inchino, piedi nudi sul tatami, prima di iniziare un combattimento di karate.
“ Si narra che un giovane si recò da un celebre maestro Zen di *arte della spada* e gli chiese di diventare suo allievo, dicendosi disposto ad ogni sacrificio per ridurre il periodo di apprendistato ed essere considerato al più presto un Samurai! Il maestro gli rispose che gli sarebbero occorsi dieci anni! Deluso, il novizio assicurò che era disposto a lavorare giorno e notte per dimezzare il tempo necessario. “In tal caso ti ci vorranno trent’anni”, replicò il maestro. Il giovane giurò di dedicare ogni propria energia allo studio della spada e il maestro “Allora ci metterai settant’anni!”. Ciò nonostante, il novizio accondiscese ad affidare la propria esistenza al maestro. Per tre anni mai vide una spada e dovette pilare il riso e dedicarsi alla meditazione Zen. Poi, un giorno il maestro gli scivolò alle spalle e gli lasciò andare una botta con una spada di legno, e da allora ogni qualvolta il giovane voltava le spalle al maestro, questi lo colpiva! Il risultato fu che gradatamente i sensi del novizio si acuirono a tal punto che in ogni istante egli fu in guardia, automaticamente pronto a schivare i colpi che gli potevano piovere addosso da un momento all’altro. E solo allora, quando il maestro fu convinto che il corpo e la mente dell’allievo erano sempre all’erta, indifferenti a desideri e pensieri irrilevanti, l’addestramento ebbe inizio!”.
Dalle note di Zingara, primo brano del Lato B di La Terza Guerra Mondiale, brano che ha rischiato di innescare sterili turpiloqui da parte dei due schieramenti, razzisti (oggi si direbbe salviniani) e buonisti, con il monologo finale tratto dal Colonnello Kurt di Apocalypse Now interpretato da Marlon Brando, si passa allo “zenissimo” Niente di Spirituale, che con l’incisiva “Non è il corpo a morire ma la storia della mente”, rimarca quanto l’addestramento mentale, quello della storia e del ricordo, sia fondamentale, come gli orientali ci insegnano da millenni.
A proposito di filosofie, vi dicevo all’inizio della scelta straight edge di Karim, un’attitudine tutt’altro che orientale, ma una branca del punk, che erroneamente viene considerato sempre alla stregua di alcol e sostanze psicotrope; il punk è un’attitudine. Ma lo è da dodici anni, non da sempre. Lui non lo sappiamo, ma Appino qualche malinconia nei confronti della sua vita dissoluta giovanile non la nasconde, soprattutto in San Salvario

“Passeggio solo e un magrebino mi chiede come va
Gli dico bene tutto apposto
Chissà che droghe avrà
Quasi quasi ricomincio a trentott’anni suonati
Tanto gli anni se ne vanno come sono arrivati
L’esperienza accumulata è un copia-incolla ed invia
Perseverare negli errori è forse l’unica via!”

Per dirla alla Gianni Rodari  restando nel cliché toscano “Gli errori sono necessari, utili come il pane e spesso anche belli: per esempio, la torre di Pisa”.
La morsa meno stretta continua nella scanzonata Il Terrorista, penultimo brano di La Terza Guerra Mondiale, il pezzo più pop del disco, che torna al punk californiano per il ritratto di un improbabile fondamentalista romantico e corsaro.
La fine di La Terza Guerra Mondiale è affidato al brano più ossimorico degli ultimi tempi tra titolo e contenuto, Andrà Tutto Bene. Quante volte ce lo siamo sentiti ripetere da parenti, colleghi e amici, soprattutto quelli che ascoltavano svogliatamente le nostre difficoltà, perché il dubbio se è più egoista l’uomo felice o quello infelice è un intramontabile grande classico. Cupo il timbro, cupo il tono delle strofe, più urlato il ritornello che inveisce contro chi ascolta sempre la stessa canzone nelle radio e nelle tv. Il manifesto critico Zen sta tutto qui: “quello che dalla musica la gente vuole è sentirsi dire che andrà tutto bene e che l’amore vince ancora”. Neanche il tempo di finire la mia birra, di posare il mozzicone di sigaretta nella ceneriera. Niente più rumore, si spenga il chiacchiericcio, “ora fate silenzio tutti”. Anzi, “state zitti”. E andiamo a dormire.

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