Oggi esce “La Nascita” il quinto album di inediti del cantautore e polistrumentista romano Davide Combusti, in arte The Niro.
In questo nuovo lavoro discografico, The Niro si è misurato con due novità importanti; infatti è il primo album totalmente suonato e prodotto in solitaria ed è, anche, il primo in cui utilizza sia l’italiano che l’inglese.
Come ci ha raccontato nell’intervista che segue, questo disco ha avuto una genesi piuttosto particolare, frutto di un allontanamento dalla musica e della riscoperta del piacere di scrivere e cantare, senza avere per forza degli obiettivi da raggiungere.
Un disco che coniuga l’esigenza di scrivere e la cura dei particolari, per fare di un disco un piccolo gioiello in cui The Niro ha esposto fragilità e incertezze, senza paura, per poter ri – nascere.
Nelle undici tracce che compongono l’album, The Niro si muove tra suoni delicati ed eleganti, che ricalcano un uso attento, e mai ridondante, degli strumenti acustici, conferendogli una veste semplice ma allo stesso tempo fortemente emotiva.
INTERVISTA
Ciao Davide,
è un piacere ospitarti su questa pagina per parlare del tuo nuovo disco che è non solo una fotografia di un momento personale, ma anche dei tempi che stiamo attraversando come umanità. Qual è stata la scintilla che ti ha spinto a intraprendere questo viaggio?
Tutto è nato nel periodo della pandemia, quindi un momento in cui veniva impedito alla musica di esistere e a noi di suonare. Ho vissuto il mio esistere come musicista come se fosse una cosa che non interessasse a nessuno, soprattutto ai governi. Nel post pandemia ho avuto una sorta di rifiuto della musica, anche perché si aveva l’idea che da un momento all’altro potessimo ripiombare in quella situazione.
Appena si è spenta la musica dentro di me, ho iniziato a non stare bene perché la musica era il mio tutto e, a un certo punto, ho cominciato a disegnare, non sapendo disegnare per niente, ma mentre disegnavo la musica ha iniziato ad attraversarmi nuovamente, fischiettavo, ascoltavo… e da lì ho iniziato a scrivere i miei stati d’animo.
Esattamente come racconto nel brano Ulisse, mi sono ritrovato nella situazione di un uomo che sta su una barca senza remi, alla deriva, nella speranza di trovare un porto… o, come ne “La nascita”, ho vissuto la sensazione di rivivere una nuova vita, intesa non come rinascita, ma come la possibilità di azzerare tutto e ricominciare da capo e vivere senza ricordi.
In quel periodo ho raccolto, frammento per frammento, quello che poi sarebbe diventato il disco, quindi è un lavoro che racconta tutte emozioni che ho vissuto negli ultimi due anni.
Devo dire che, mentre lo registravo, a volte stavo malissimo, perché alcuni brani mi toccavano dentro in un modo particolare, con una forza e un’intensità che non hanno mai avuto altre canzoni.
Alla fine del lavoro, però, ho pensato: che bel viaggio e che bella auto analisi che mi sono fatto!
Questo album è stato totalmente scritto, suonato e prodotto da te. Questa scelta è dettata dalla voglia di rendere ancora più personale questo disco?
Sì, lo scorso anno avevo realizzato, come produzione artistica, il singolo “Estate” e mi era piaciuto il mondo sonoro che avevo tirato fuori, quindi, quando è stato il momento di realizzare un mio nuovo album, ho chiesto alla casa discografica di provarci e mi hanno dato fiducia.
Devo ammettere però che è un’esperienza che non so se voglio ripetere perché sono molto severo con me stesso e autocritico, quindi sono stato completamente immerso in questo disco, come mai mi era capitato quando avevo dei produttori.
Il merito di tutto quello che sono riuscito a fare e di quello che ho imparato sull’arte dell’arrangiamento è di Gianluca Vaccaro e Roberto Procaccini, i miei storici produttori, con cui ho lavorato per tutta la vita. Il loro ruolo era fondamentale, perché avevo qualcuno con cui confrontarmi. Invece, questa volta, ero solo io che, da una parte mi sentivo iper responsabilizzato, dall’altra avevo paura che una testa sola non avrebbe ragionato in modo sufficiente per fare bene un disco.
Ascoltando “La Nascita”, oltre all’aspetto del racconto, mi sembra che dentro ci sia anche la voglia di ricongiungersi/ fare pace con la parte più autentica di te stesso. È così?
“La nascita” è stata composta perché spesso ci sono dei traumi che hai vissuto che ti portano a rivivere certi errori o che non ti permettono di vivere serenamente.
Parla di resettare tutto e rinascere, inteso proprio come dimenticare tutto e vivere una nuova vita.
Mi piacerebbe essere una sorta di Benjamin Button, che ogni giorno diventa sempre più giovane, invece di invecchiare.
In questo senso mi sembra emblematica la frase che canti in “Ulisse”: “Non c’è scopo dietro al viaggio se non chiedere al coraggio chi sei”.
Ora che il disco è di tutti, cosa speri che le persone trovino nella tua musica?
Il disco può essere letto sia come viaggio interiore con l’ammissione dei propri limiti, sia come viaggio vero e proprio; il partire senza sapere dove si sta andando ma alla ricerca di qualcosa. Non tutti hanno la forza, la voglia e il coraggio di intraprendere un percorso che ti mette alla prova.
In “I have a dream” parli di quanto sia importante vivere per un sogno o per un’ideale. in questo momento storico, trovi che ci sia ancora la voglia di spendersi per qualcosa che non riguarda solo l’individuo ma la collettività?
Di recente sono successe delle cose importanti: innanzitutto l’elezione come sindaco di New York di un socialista, di origine indiano ugandesi. Mi ha colpito, soprattutto, che cento mila giovani siano stati volontari per la sua campagna elettorale.
Inoltre, la grande partecipazione che abbiamo visto negli ultimi mesi nei cortei pro Palestina, con persone di ogni età che si sono ritrovate per dimostrare il loro dissenso nelle piazze, mi ha fatto pensare che forse c’è una parte bella di popolazione che sta riguadagnando terreno.
Fino a qualche mese fa ero nichilista ma questi piccoli segnali mi fanno ben sperare.
La tua storia cantautorale è fatta di viaggi veri e propri, testimoniati dal fatto che per lungo tempo hai scritto in inglese, anziché in italiano. Questa volta hai optato per un compromesso, inserendone solo alcune in inglese. Quando scrivi una canzone, nasce naturalmente in una lingua piuttosto che nell’altra?
Ci sono canzoni che sono state scritte solo in Italiano, come “Ulisse”, “Tarantola” e “Nessun rimpianto”.
“La nascita”, invece, è nata in inglese. Nella versione in inglese il brano si chiamava “Il seme” ed era la storia di un seme che cercava in tutti i modi di nascondersi nella terra, ma la sua natura non era quella e quindi veniva risucchiato dalla luce perché le piante cercano la luce per vivere.
Mi piaceva molto la versione in inglese però, contemporaneamente, mi è venuto il desiderio di scrivere in italiano. Il testo è collegato ma completamente diverso, perché le radici sono la nascita del germoglio dal seme, e questo è il motivo per cui la copertina è una radice che diventa feto.
Ormai mi sento come se fossi bilingue, nel senso che, a livello emozionale mi viene l’inglese come lingua per raccontare bene con un contesto, altre volte l’italiano.
L’unico per cui ho avuto il dubbio è stato il primo singolo, “Borderline”, che è uscito in tutte e due le lingue proprio perché ancora non sapevo che piega avrebbe preso l’album, ma in fondo la mia storia racconta che entrambi gli idiomi hanno sempre accompagnato la mia musica, quindi sono stato coerente. Pensa che addirittura avevo pronto un ulteriore brano, in francese, che poi non ho inserito nel disco.
“Rainy Days” parla di come siano necessari anche i giorni di pioggia, per godersi meglio quelli di bonaccia. Perché metterla a conclusione del disco?
Sin da quando ho iniziato a registrare il disco, avevo due certezze: la prima canzone sarebbe stata “La nascita, e l’ultima “Rainy days”.
A differenza di “Ulisse”, che racconta il desiderio di muoversi tra smarrimento e speranza, “Rainy Days” è la fotografia di un momento di tristezza, tipo il blu monday.
Stavo per effettuare l’ennesimo trasloco (ne faccio tanti), ma vivevo un momento particolare a livello affettivo e ho scritto questo brano pensando a un posto dove potessi vivere felice, all’aperto, in mare.
Mi piaceva l’idea del viaggio in barca, quando il vento ti soffia sul petto, e immaginavo di vivere quelle emozioni e di partire verso qualunque posto che potesse essere meglio del posto in cui stavo, quindi l’ho scelto come chiusura dell’album.

Per ogni cosa c’è un posto
ma quello della meraviglia
è solo un po’ più nascosto
(Niccolò Fabi)