Helix degli Amaranthe: il coerente quinto lavoro del supergruppo [RECENSIONE]

Gli Amaranthe sono una originalissima band svedese, composta da musicisti di altissimo livello – il meglio del meglio che il panorama elettro-power norreno può offrire. Graziose melodie verde fluo condite in salsa cyperpunk, proxy colorati che saltellano nell’etere, flussi di dati viventi come in Tron: insomma, gli Amaranthe coniugano raffinatezza e divertimento.

I loro album, quattro (si veda la galleria) più l’ultimissimo e nuovissimo  Helix, che uscirà il 19 ottobre, tutti editi da Spinefarm records, sono un mix di electrocore, power metal, death metal, il tutto mescolato sapientemente con una struttura dei brani sostanzialmente pop: fruibilissimo. Trainati dall’ipnotica voce di Elize Ryd, che fu a un passo dal sostituire Tarja Turunen durante lo scisma dai Nightwish, si fanno forti dell’esperienza del chitarrista e tastierista Olof Morck, già prima chitarra dei Dragonland. Notevoli alcuni singoli di successo: Army of The Night, Amaranthine, e la potentissima Drop Dead Cynical. Le vere ispirazioni degli Amaranthe sono però elettroniche: i synth utilizzato rimandano sempre alla trance music, e non raramente nei brani di Maximize, album del 2016, sembra avvertire eco di For an Angel di Paul Van Dyk. Ve la lascio qua, tante volte vi venisse voglia di mettervi a ballare – anche per entrare nel mood giusto per un neofita degli Amaranthe.

Ma torniamo al metal, e torniamo al mondo attuale: il 19 ottobre uscirà Helix, quinto album degli Amaranthe. Dopo lo scivolone stilistico di Maximize, pastrocchio poppeggiante fatto di sole – sperate – hit, in cui la voce di Elize si mescola a quella pulita di Jake E e al growl di Henrik Henglund, sostanzialmente un fumante calderone di barocchismi privi di idee, gli Amaranthe necessitano di un cambio di rotta qualitativo per rimanere nella storia della musica. Per darvi un’idea della pochezza di Maximize, gran parte dei brani risultano essere citazioni/cover di classici anni ’80 e dell’elettronica: Supersonica cita spudoratamente i Daft Punk, That Song i Queen di We Will Rock You.

Cosa attenderci, dunque, da questo Helix, privo anche della voce di Jake sostituito da Nils Molin dei Dynazty?? Andiamo a scoprirlo, a partire dall’artwork così tremendamente caldo e energetico.

Helix degli Amaranthe (Spinefarm Records): artwork e tracklist

helix amaranthe recensione

  1. The Score
  2. 365
  3. Inferno
  4. Countdown
  5. Helix
  6. Dream
  7. GG6
  8. Breakthrough Stardust
  9. My Haven
  10. Iconic
  11. Unified
  12. Momentum

Helix si apre con The Score, e la voce narrante di Elize che introduce un concept che ci riporta sulla terra: We are all dying. Il brano si configura come un netto stacco col passato: ci sono meno synth, il brano è voice driven ma con importante parte chitarristica; le tastiere presenti sono da tappeto musicale, si odono nell’accattivante refrain. Sorensen, il batterista, introduce qui il gran lavoro che compierà per tutto Helix.

Seconda traccia dell’album è 365, singolo di lancio coloratissimo, zuccherosissimo, super energico, insulino resistente: Elize Ryd canta come una Amy Lee ma più incazzata, il growl curiosamente non cozza con gli intervalli down-tone. Di nuovo, il grosso del lavoro è imputato al batterista Sorenson, e a questo punto viene da chiedersi se sia lui il primo a ridere del diabete contagioso degli Amaranthe. La solfa non cambia – ovviamente – col terzo brano di Helix, Inferno, in cui l’Hell inglese diviene iperdjent: qui Elize ricorda un po’ la Cristiana Scabbia degli ultimi Lacuna Coil, il che è un complimento per le comprovate doti vocali della milanese. Brano down-tone, si mantiene su ritmi meno rapidi dei precedenti brani, si lancia in articolati e profondissimi bassi, per poi esplodere nel chorus. Forse sarebbe stata una migliore hit di 365.

Scivoliamo su Countdown, altro singolo da Helix, lanciato il 28 settembre: il videoclip è assolutamente delizioso. Elize si fa il bagno nel sangue, i lunghi capelli di entrambi i maschili cantori volano al vento di ventilatori durante uno shooting fotografico, ondeggiando fra due dimensioni: una appartenente ad un particolarmente sporco manicomio e il triste mondo contemporaneo consumistico. Brano danzereccio, guidato dalle chitarre, parla effettivamente di malattie mentali, il cui refrain, se rimane in testa, rischia seriamente di far impazzire.

La title track, Helix, ci fa recuperare un po’ di quegli Amaranthe (mai andati via, diciamo la verità), in cui le tastiere la facevano da padrone, e ci ritroviamo all’Eurovision. Peccato per la mancanza di Toto Cutugno (unico partecipante mai riuscito nell’ardua impresa di arrivare sia ultimo sia primo), Helix, brano meno metal mai prodotto dagli Amaranthe: siamo nel 2015, canta Måns Zelmerlöw la sua Heroes e vince l’Eurovision. Da lì al growl il passo è breve.

Voglio una ballad, piange l’ascoltatore, e gli Amaranthe lo accontentano con un tanto di lecca lecca al miele: Dream. Dream, in cui Lady Gaga incontra il nu-metal, su ariosi effetti synth piano-like che ricordano tanto Bless the Child dei Nightwish. Le deliziose accelerazioni semi-rap dei vocalist scioglierebbero in brodo di giuggiole anche il più cattivo dei recensori. Lo struggente assolo di chitarra anni ’80 è la ciliegina sulla torta. Sì, ti giuro che ti aiuterò a trovare il tuo sogno, Elize!

C’è GG6 e siamo sul dancefloor dei metallari con le catene. Anzi, il growl ci fa lanciare in un dancefloor pieno di zombie assassini, così come i synth che ricordano sirene della polizia; il nu-metal degli Amaranthe ricorda, qui, lo stile di Ex_Machina dei Crossfaith, in un’angosciosa commistione che rende GG6 il miglior, compositivamente parlando, brano dell’album.

Torniamo all’Eurovision, stavolta accompagnati dalle maledizioni dei Jalisse, con la dimenticabilissima Breakthrough Starshot, in cui anche il felice batterista Sorenson si dimentica chi è e si perde per strada. Chitarre e synth spezzaossa per My Heaven, la cui energia viene ben distillata e ben calibrata nella complessa architettura di Helix, con una gran classe in una ballata mascherata da inno power. Il cambio d’accordo, l’unico dell’album, fa gridare all’orgasmo musicale. Correrò a comprarmi vestiti cyber ipercolorati.

helix amaranthe recensione

La band al completo.

Un improvviso guizzo di heavy metal e thrash Slayeresco si infiltrano negli zuccherini fluo (sicuramente coloranti tossici) degli Amaranthe con Iconic, la cui impostazione pop la rende un brano affabilissimo, impreziosito dalla performance vocale dei tre cantanti (eccellente) e dalla doppia cassa, che aumenta il ritmo in quella maniera classicheggiante che noi metallari di vecchia data amiamo tanto. E, attenzione, gente, ci sono ben due cambi di tempo nel bridge, che è un assolo di chitarra e batteria.

A questo punto dell’album si solleva una domanda: perché gli Amaranthe hanno racchiuso dei brani più o meno tutti fortemente simili nella prima parte dell’album, riservando il meglio alla fine? Ai posteri l’ardua sentenza, ma lasciamoci trascinare nell’improvviso gothic di Unified, così Tristania, così Sirenia, così melodico e etereo. Così romantico. La migliore e unica vera ballad di Helix è infatti cantata dal nuovo acquisto Nils Molin in coppia con Elize, in uno splendido duetto che alza il livello dell’album di parecchio.

Il gran finale è offerto da Momentum, che significa impulso, in inglese. Un rimando all’energia, un elemento caratterizzante dell’esplosivo e coerentissimo stile degli Amaranthe. Eppure, il brano è, sebbene più arioso, sostanzialmente simile ai primi di Helix, come The Score e 365, il che dà molto l’impressione di essere rinchiusi in un loop senza fine, un po’ claustrofobico, un po’ Alice Madness Returns, in cui ogni cosa – tastiere, chitarre, batteria – viene fagocitato dagli acuti dei due cantani puliti.

È dunque tempo di bilanci. Nonostante la perdita di Jake E, gli Amaranthe non sono in realtà cambiati di una virgola, come però l’opening avrebbe potuto far sospettare. Sono sempre loro, zuccherosi, divertentissimi, fottutamente catchy e ballabili. I brani con un pizzico di originalità in più, quali Iconic e GG6, sono deliziose vette innevate che si spera che in live renderanno ugualmente. Semplicemente troppo colorati e rumorosi per essere ignorati, gli Amaranthe si confermano fra le realtà più felici del metal attuale.

Giulia-della-pelle

Wannabe ricercatrice e wannabe scrittrice. Amante dell’improbabile e del surreale. Adoratrice del Sole e dei dati statisticamente consistenti.

2018-10-10T18:21:13+00:00 10 ottobre 2018|Recensioni|0 Commenti