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Fabio Mercuri: otto storie, un arcipelago umano – INTERVISTA

by Redazione Web
Cover Arcipelago X

Con “Arcipelago X”, il cantautore Fabio Mercuri, costruisce un racconto corale che attraversa le contraddizioni del presente, le relazioni e la possibilità di immaginare nuovi spazi di libertà.

Persone, luoghi, sogni e imprese come isole di un arcipelago umano, apparentemente distanti ma immerse nello stesso mare. È da questa immagine che prende forma “Arcipelago X”, il nuovo album di Fabio Mercuri, disponibile dal 16 ottobre, anticipato dal singolo “Un Arcipelago”.

Otto canzoni, otto prospettive differenti che si intrecciano in un racconto capace di superare i confini dell’esperienza individuale per interrogare il nostro tempo. Tra scrittura cantautorale, sperimentazione sonora e collaborazioni con musicisti come Leziero Rescigno, Lele Battista ed Enrico Gabrielli, Mercuri dà vita a un lavoro in cui le storie personali diventano occasioni per osservare la realtà da angolazioni sempre nuove.

Lo abbiamo incontrato per approfondire la genesi del disco, le sue scelte musicali e la ricerca che attraversa questo nuovo capitolo del suo percorso artistico.

Intervista
Arcipelago X nasce dall’immagine di un’Italia osservata dal finestrino di un treno, dove persone, luoghi, sogni e imprese diventano isole di uno stesso arcipelago. Come è nata questa intuizione e quando hai capito che poteva diventare il filo conduttore dell’intero album?

Durante la realizzazione dei brani mi sono accorto che lo sguardo sulla realtà che raccontavo non era il mio, ma quello di personaggi sempre diversi. Avevo bisogno, a quel punto, di un’immagine che li tenesse insieme. Quella dell’arcipelago umano mi ha convinto da subito.

Le otto canzoni attraversano temi diversi: la diserzione, l’amicizia, l’amore, il lutto, la memoria e il bisogno di ritrovare una dimensione collettiva. Qual è il legame profondo che unisce queste storie e che cosa raccontano del nostro tempo?

Quando la storia dei singoli si mescola con altre storie, si può creare un legame profondo, ma anche generare profonde divisioni. Le contraddizioni del nostro tempo mi colpiscono fortemente e sono presenti in ogni personaggio che racconto.

In brani come “Figli di nessuno” e “Comunque vada” emerge il desiderio di sottrarsi a modelli imposti e ritrovare una dimensione autentica, individuale o collettiva. Quanto è importante oggi mettere in discussione le proprie certezze e immaginare nuove possibilità?

Penso che l’unico modo per uscire dai momenti difficili sia mettersi in discussione, costruire e abituarsi a immaginare spazi nuovi in cui poterci esprimere. La mia linfa vitale è proprio il pensiero che ci possano essere tante possibilità da esplorare.

Dal dialogo tra strumenti acustici, synth analogici e fiati nasce un paesaggio sonoro ricco di sfumature, grazie anche alla collaborazione con Leziero Rescigno, Lele Battista ed Enrico Gabrielli. Come si è sviluppato il lavoro in studio e quanto hanno contribuito le personalità dei musicisti a definire l’identità del disco?

Sono arrivato in studio con delle preproduzioni e tante idee che, in molti casi, hanno avuto un’evoluzione inaspettata. Con Leziero e Lele abbiamo deciso di suonare i brani in trio e di raggiungere, attraverso il suonare insieme, un arrangiamento che ci convincesse. Abbiamo quindi registrato batteria, piano e chitarra in diretta, utilizzando poi questo nucleo sonoro per tutte le sovraincisioni.

Il contributo di tutti i musicisti è stato importantissimo. Il prodotto finale, in alcuni casi, è qualcosa a cui non avrei mai pensato.

Il tuo percorso attraversa la sperimentazione con i Banlieue, la musica per il teatro, le collaborazioni con altri artisti e l’esperienza da one man band. In che modo queste esperienze hanno influenzato la tua scrittura e il tuo modo di intendere oggi la forma canzone?

Sicuramente il percorso compiuto grazie alle mie produzioni passate mi ha permesso di acquisire oggi nuove consapevolezze. Essendo passato anche molto tempo dalla pubblicazione degli altri lavori, il mio sguardo sulle cose è inevitabilmente differente.

Sento che oggi, rispetto a quello che succedeva anni fa, ho la necessità di collocare il mio sguardo in un contesto più ampio: un racconto che possa andare oltre la mia esperienza.

Il titolo “Arcipelago X” lascia aperta l’immagine di un insieme di isole ancora da esplorare. Con quale consapevolezza vorresti che l’ascoltatore arrivasse alla fine del disco? E quale nuova rotta senti di voler intraprendere dopo questo lavoro?

L’incognita X apre alla possibilità che esista, per ognuno di noi, il proprio arcipelago umano. Io ho cercato di raccontare il mio, in continua espansione. Mi piacerebbe che il disco lasciasse…

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