Come nasce un prodotto discografico e quante figure sono coinvolte?

di InsideMusic

“Fai quello che ami e non lavorerai un solo giorno della tua vita” ha detto qualche millennio fa Confucio.
Essere spinti dalla passione è sicuramente uno dei segreti per fare bene e con entusiasmo il proprio lavoro. E questo vale anche per il musicista? Il musicista è davvero un lavoro o un hobby da affiancare ad un lavoro vero? È ancora questo il dilemma che aleggia nelle menti di molti di noi. E se il lavoro si paga, il musicista ha diritto a ricevere un compenso per la sua arte? Ma la sua arte è un lavoro vero e in quanto tale va retribuito? E quanto costa fare un CD? E la sua promozione?

Come nasce un disco, da usufruitori della musica ce lo siamo sempre chiesto,così come il perchè hanno costi così diversi fra loro.  Il disco è un supporto fisico, un oggetto, un contenitore della musica, il riassunto di un momento artistico, ma per realizzarlo non basta soltanto l’artista nè  la sua esclusiva creatività. Sembrerà scioccante ma quell’oggetto presente sugli scaffali dei negozi è il frutto di un lavoro collettivo, complesso e molto articolato, che viene fuori dall’incastro e dalla professionalità di diverse figure che lavorano e – spesso – collaborano ad uno scopo comune: la realizzazione del compact disc. Ovviamente quella del musicista in questo viaggio è una figura chiave ma resta comunque vincolata alla presenza dell’entourage. John Cage, ha proposto un brano che si chiama 4’33” che prevede che il musicista non suoni per tutta la durata del pezzo. Costringe all’ascolto di tutto quello che lo circonda, produttori, fonici, manager compresi: anche in questo modo si fa musica (e nella musica, le pause contano tanto quanto le note).
Per dare voce alle nostre curiosità abbiamo realizzato proprio un viaggio attraverso tutte le fasi creative di questo processo, che porterà alla luce un nuovo album. Questa messa in commercio sarà soltanto la punta dell’iceberg di questo viaggio, e come in un iceberg in cui il 90 % del suo corpo è sommerso, anche nel mondo della musica il 90 % del lavoro è sconosciuto ai più, e sarà compito  di questo reportage riportarlo alla luce.
Saranno sette puntate in cui analizzeremo i momenti e le figure chiave di questo percorso creativo, un viaggio realizzato insieme alla Full Heads, etichetta indipendente partenopea, che ci ha permesso di essere “insiders” nel mondo dell’arte di uno dei suoi personaggi di punta che è in pieno fermento artistico e pronto a  portare in vita un nuovo prodotto: Tommaso Primo.
Incontriamo Tommaso nella sede dell’etichetta che ci ospiterà per i prossimi mesi, e che in parte sentiamo già come casa nostra.

Tommaso Primo, cavallo di razza della label partenopea Full Heads, chi è e come nasce la sua storia musicale?
Mi piace dire di me che sono un ragazzo di ventisette anni, nato nel posto sbagliato al momento sbagliato che pensa, dice e fa cose in direzione ostinata e contraria. Ah, mi lusingano i paragoni ma più che a un cavallo di razza, sono più simile a un pony. La mia carriera da cantautore nasce ufficialmente con il singolo “Canzone a Carmela”, un brano che incisi appena maggiorenne ma scritto quando avevo tredici anni, fu la mia prima canzone, nata, ahimè, dopo che a scuola si diffuse la notizia del suicidio di una ragazza. Tornai a casa ed ebbi l’irrefrenabile esigenza di prendere carta, penna e chitarra, volevo fermare nel tempo quel momento e fare di quell’attimo qualcosa di speciale. Quel giorno diventai  per la prima volta uno scrittore di canzoni anche se i primi segni di squilibrio, ovvero il periodo in cui lasciai intravedere agli altri la mia voglia di fare arte, li avevo dati già da bambino, quando capìì di essere un efficace e strampalato intrattenitore per i clienti del ristorante di mio nonno a cui “donavo” (da notare le virgolette) poesie, canzoni e altre trovate bizzarre

“Fate, sirene e samurai” è stato il tuo album di esordio, dopo un primo approccio in musica con un EP che contiene la fortunatissima “Gioia”. Si dice sempre che è il secondo album che consacra il  successo di un artista, e noi di Inside Music ti seguiremo passo dopo passo in questo nuovo viaggio. A che punto siamo con la sua gestazione?
Siamo al lavoro. Stiamo ultimando le preproduzioni di quella immensa follia che sarà il mio nuovo album, diversissimo dai precedenti. Sarà un concept e racconterà, in queste storie consequenziali, il viaggio dell’umanità dal pianeta Terra al pianeta Kepler. Ambientazioni catastrofiche, supereroi alla “pane e puparuoli”, zombie, alieni, massoni e robot faranno da protagonisti. Un disco fantascientifico, di forte indole sociale e politica, critico nei confronti di un’umanità iper attratta dal futile, sciatta sui delicati temi dell’ecologia e dell’ambiente, distrazione che le costerà l’emigrazione verso altri pianeti.
Il rampollismo imperterrito, l’arrivismo spudorato, il non pensare da “comunità” globale, saranno presi di mira nelle storie che compongono questo nuovo progetto discografico, ironico in alcuni tratti come ne “La leggenda del Superman napoletano”, spietatamente feroce in brani come “Kabul”. Un caleidoscopio di suoni, arrangiamenti, visioni e tematiche che avranno lo spazio e il futuro come sfondo.

Nelle prossime puntate sviscereremo ogni aspetto di realizzazione del tuo nuovo album, verremo con te in studio di registrazione, parleremo col tuo direttore artistico, tratteremo le idee legate all’artwork e le linee di lancio editoriale della tua label, fino all’uscita e finalmente parteciperemo a showcase e live. Ti piace questa idea o ci denuncerai per stalking?
Mi piace tanto, anzi, grazie per l’attenzione che mi state dando. E’ giusto che venga fuori tutto il processo di realizzazione, le sue fatiche e i vari investimenti. Noi veniamo da una realtà che fa buoni numeri ma ancora di nicchia e tutto quello che sta guadagnando lo sta facendo con le proprie forze, poco incoraggiato dalla mediocrità dei media locali. Siamo degli operai della musica e il fatto la nostra mentalità e il nostro modo di fare, sia così ostacolato ci rende più forti. E’ un modo di fare industria (lo so è brutto utilizzare tali termini per l’arte) simile al nostro modo di essere, dove, la prima cosa che conta, non è cercare di fare quantità e moda ma qualità e rivoluzione di cui tutti abbiamo un gran bisogno.

Fatte le premesse doverose su quello che stiamo creando come redazione di Inside Music in cooperazione con FullHeads e – ovviamente – con te Tommy, adesso parliamo della tua arte. Come tiri fuori le tue canzoni, prima testi e poi musica o viceversa? E ancora, sei un dittatore di te stesso e della tua arte o ti lasci consigliare in fase di produzione dei provini (brani chitarra e voce) e di arrangiamento, insomma prima del mastering? (sii sincero perchè verificheremo in sala di registrazione)
Le canzoni arrivano, non si scrivono. “La musica è l’architettura dell’invisibile” diceva Leonardo, l’ispirazione è metafisica. Naturalmente c’è un lavoro da fare sul lessico, sulle armonizzazioni, sul suono, un perfezionamento, ma le canzoni non si studiano a tavolino. Personalmente questo nuovo album arriva in un momento in cui sto componendo molte musiche, il mio approccio alle canzoni, però, rimane quello di un narratore che ha tante cose da dire.

Nei tuoi lavori precedenti fai ricorso esclusivo della lingua napoletana. Nel prossimo album ti ripeterai o dobbiamo aspettarci delle sorprese?
Ci saranno delle sorprese, anche se il napoletano sarà presente in tutti i brani. C’è un cambiamento importante nel lessico, questo è innegabile.

Di te mi ha sempre colpito più che le armonizzazioni o il sound, la duplice anima dei testi: una natura leggera ed immediata con ricorso alle metafore e alla quotidianità in brani come “Gioia”, “Viola” o  “Posillipo Interno 3” e un’anima intimista e testi da vecchio cantautorato alla Niccolò Fabi in “Addore” o “Salita Paradiso” tra le altre. Non sono d’accordo con chi ti definisce “naif” e sempre in bilico tra trash e acculturato, ma la domanda è un’altra: questa dicotomia stilistica ce la dobbiamo aspettare anche nel nuovo album o hai trovato la tua linea stilistica definitiva?
Ci sarà anche nel nuovo album. Era necessario. Per parlare dell’umanità che viaggia non puoi farlo solo ricorrendo alla leggerezza, ci sono dei momenti in cui purtroppo hai bisogno di un graffio e così sono entrate nell’album canzoni scritte completamente in minore, come il brano “Kabul”, sopra citato che parla degli illuminati e ha un ritornello abbastanza feroce. Per me che pur trattando temi delicati ho sempre fatto ricorso alla delicatezza come in “Caramella” e “Salita Paradiso”, non è stato facile.

Parliamo di social. Siamo la generazione 2.0, sempre connessi fra di noi. Una critica che proviene dai tuoi colleghi musicisti di qualche decennio precedente è che molti giovani non sanno più cosa  sia la vita reale, sono distaccati, il foglio bianco fa paura e i testi si scrivono con sempre più difficoltà perchè con internet si è persa la vera comunicazione. Senti questo disagio nel tuo processo creativo?Ti direi di getto “No”, però è vero che l’umanità non si sta avvicinando per nulla, anzi si sta allontanando. Non so se la colpa è di Internet o se n’ è in parte responsabile. C’è da dire, che la vera rivoluzione di questi anni, epoca in cui tutte le ere del’900  si uniscono, dall’abbigliamento all’arte, dal suono al design, è tecnologica. Se non ci fosse stato il web probabilmente non sarei mai esistito, non sarei riuscito probabilmente ad emergere e la mia musica non sarebbe arrivata a tutta quella gente che oggi  mi segue. E lo strumento di diffusione di massa dei nostri giorni.

Del processo artistico abbiamo parlato, adesso trattiamo un altro aspetto, forse quello che spinge ogni artista a creare un prodotto nuovo: la dimensione live. Sempre lo stesso “artista rosicone” con vent’anni in più, malcelato nelle vesti di una giovane giornalista tranchant come me, direbbe che ormai non sii va più a “sentire” ma a “vedere” un concerto. Quindi si rende necessaria la creazione di un “evento” che coinvolga, di uno show che veda le canzoni parte di esse. C’è una perdita di centralità della musica ultimamente?
Si è indubbio che oggi siamo nell’epoca in cui la musica si vede, questo è vero, però poi  non penso che per strada canticchi le immagini. Sicuramente tutto già è stato inventato e quindi bisogna sperimentare sempre cose nuove anche per quanto concerne ciò che ruota intorno al concerto stesso, quindi alle stesse canzoni, e penso che sia una forma d’arte anche quella. Noi siamo una generazione che ha inglobato il concetto della pubblicità e della velocità, anche la comunicazione avviene sotto forma di spot,  quindi anche l’evento- concerto deve sottostare a questo principio. Tutto stanca subito, bisogna sempre inventarsi forme nuove anche nella propria arte, quindi non è la perdita della centralità della musica quanto il suo adeguarsi ai tempi.

Anche la label ed il produttore esecutivo sono pietre angolari del progetto in realizzazione. Quello con la Full Heads ed Arealive è un sodalizio che continua, finora ti sei avvalso della loro produzione e dei loro musicisti per i featuring. Quanto è fondamentale il rapporto con l’etichetta nelle scelte artistiche e nella crescita professionale dell’artista?
Il ruolo della label è molto importante. Io devo tanto a Luciano Chirico che mi ha insegnato molti trucchi del mestiere, inculcandomi una mentalità da stratega. Ci sono tante altre figure importanti afferenti alla label che ruotano intorno all’artista, tutte ugualmente importanti. Girano dei soldi, questi permettono a tante persone di vivere, e anche le scelte di ognuno di questi sono influenti alla fine della creazione di un ottimo prodotto. Al di la del mero rapporto lavorativo, di questa label va sottolineato il suo ruolo all’interno della realtà sociale che è diventata la città di Napoli adesso, si trovano due fronti, quello che la vuole distruggere e quello che si impegna e lavora per cercare di migliorarla, la Full Heads ha abbracciato questo secondo progetto, e io sto con loro e con il loro pensiero quasi “rivoluzionario” ai giorni nostri.

La prossima puntata avrà come ospite il tuo produttore artistico, Gigi Scialdone, come è nata la sua scelta e che sorprese ci riserverai in sala di registrazione, dove sarà ambientata la puntata?
La verità è che io penso che quell’uomo abbia un’ energia mistica, è un super Sayan, perciò l’ho scelto. Il fato ti manda questi esseri umani e non lo fa  mai a caso. Gigi ha un gusto che è molto simile al mio e quest’ allineamento di pensieri rende molto più facile il lavoro creativo. Con lui c’è anche Daniele Chessa, tra i produttori esecutivi del mio “fate, sirene e samurai” e produttore artistico, fonico e ideatore del suono del mio nuovo progetto, una persona speciale, un grande professionista a cui voglio un gran bene. Che sorprese ti riserverò in sala di registrazione? “te cant’ na canzon’”.

A cura di Fabiana Criscuolo

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