Altro giro, altra corsa del vinile lungo l’affilata puntina. Questa settimana è il turno di Amen dei Baustelle, l’album della consacrazione per la rock band toscana (sebbene fosse il quarto lavoro): vincitore di Targa Tenco, nonché l’acclamo della critica nazionale.

Il vinile è stato rilasciato dopo dieci anni dall’uscita dell’album, ossia il 28 settembre recentemente passato. Seguitemi, dunque, in questo amarcord di un album che uscì quando io, mielosa adolescente, ero persa nei misteri del terzo liceo. L’artwork riflette il titolo del vinile: semplicemente, Amen, e un occhio azzurro verde, quello di Rachele. Una grande semplicità: eppure, quell’occhio, non è naturale come sempre. Indossa, sulle ciglia, del pesante mascara, e la linea dell’eyeliner non è così netta come dovrebbe essere; è una profonda macchia scura sulla palpebra, un buco senza fondo. Le sopracciglia imperfette, però, rivelano l’artefazione a metà: il che si riflette in tutto il concept dell’album.

amen baustelle

Ripeto il solito rito vintage dell’alzata della testina del giradischi.

L’intro pianistica, E così sia, di Mulatu Astatke, riflette Amen. Amen, una parola semplice, radicata nella cultura cristiano-occidentale, ma è in realtà una parola ebraica. Significa, semplicemente, “davvero”, “è vero”. Ed è usata in ogni preghiera delle religioni rivelate, Ebraismo, Cristianesimo, e Islam. Una parola semplice ed antichissima, che col tempo, col passar dei secoli, è diventata un’affermazione non più di verità, ma di resa.

Chi non ricorda il Tenente Colombo, in tv? Un grande classico del pomeriggio di Rete 4, della tv dell’eminenza che governava l’Italia nel 2008. A lui, e ai suoi omicidi in impermeabile i Baustelle hanno dedicato una canzone, un gioioso brano che descrive una collettività di uomini e donne moderne che si adeguano, più o meno felici, a quel mondo capitalistico che ha dato origine al Tenente Colombo. Alla violenza giustificata dal Bene, folle dottrina. Mi sdraio sul divano, sposto la mia grassa gatta calico. L’ho trovata abbandonata un anno fa. Probabilmente nel 2008 non era ancora nata.

Charlie Fa Surf. Ispirata alla famosa frase di Apocalypse Now, e ad un’opera di Cattelan, Charlie Don’t Surf, l’artista del meraviglioso cesso d’oro, per capirci. Tutti abbiamo un’amica che ama Cattelan, o conosciamo qualcuno che finga di interessarsene. I surfer californiani, quella generazione che adorava l’LSD e varie droghe psichedeliche e sintetiche. Ah, sono una biotecnologa farmaceutica. Una laurea più o meno inutile in Italia, ma che mi ha portato a conoscere il curioso personaggio di Kary Mullis. Colui che ha rivoluzionato la ricerca scientifica nel campo della biochimica. Già. Surfer, eterno bambino, un Charlie che fa surf e che si droga di LSD e MDMA, un biologo: durante un trip ha avuto l’illuminazione della reazione a catena della polimerasi. Se le vostre analisi del sangue costano poco e vi arrivano dopo due giorni, beh, ringraziate i surfer. Il libro di Biologia Molecolare mi guarda male dalla libreria, ammiccanti proteine e lipidi impacchettati. E Thermus aquaticus, il batterio che ci ha regalato la fantastica polimerasi in questione, riposa in pace nei fondali oceanici, senza coscienza.

amen baustelle

Struttura della Taq polimerasi, l’enzima della PCR. Quella reazione scoperta grazie a un Charlie che si faceva di LSD.

Un amarcord. Una me di sedici anni nel 2008, che voleva fare la giornalista, caldeggiata dalla professoressa di italiano, che mai le ha messo più di 7,5 nei temi, ma che ricopriva di elogi. Forse aveva un vago sentore del fatto che a tutte le versioni di latino copiavo da Skuolazoo. Ed ecco che arriva Il Liberismo ha i giorni contati. E realizzo che a sedici anni, di questa canzone, non ci avevo capito un cazzo. Anna sono io: la Anna che non sa perché si è laureata anni fa. Sono io. La stanchezza dell’invio dei curricula, i master pagati ad aziende che vivono di lacrime altrui, la noia nei centri commerciali, e quel felice sax di sottofondo, la civiltà occidentale che crolla su sè stessa. Lauree inutili, qui in Italia, un paese figlio del berlusconismo, un paese che ha boicottato la cultura: la disilusione nei soldi spesi all’autogrill. Qual è la risposta possibile a tutto questo? In un mondo senza sogni?

Il mio sentimento di scoramento peggiora ancor di più con la voce lirica di Rachele che canta la delusione del crescere in L’Aereoplano. Compaiono ricordi della comunione, altari dorati: abito bianco. Chissà perché, poi, nel dogma cristiano, bisogna vestirsi da piccole spose, alla comunione. Chi sposiamo? Gli aeroplani hanno destinazione, noi no. L’eterna domanda: dove siamo diretti? Quando si è innamorati, un po’, si ottiene consolazione, se non un una certa risposta, a tale vexata questio. Da scienziata, la risposta è schopenueriana: il genio della specie in azione. L’amore serve a legarci agli altri, a garantire le cure parentali per la prole.

Scorgo Le Fleur du Mal nella libreria, al ripiano sotto del libro di Biologia Molecolare, mezzo accastato addosso a L’Idiota di Dostoevskij. E neanche a farlo a posta, parte Boudleaire. Brano attualissimo, parla del suicidio; anzi, è un invito a non farlo. Abbiamo perso così Boudleaire, Pasolini, Luigi Tenco, Caravaggio, dice Bianconi, ma Chester Bennington era ancora vivo, nel 2008. Già, era vivo. Altro gioioso inno, lirico nel finale: Boudleaire, ripetuta all’infinito, non ha più senso; in allucinazione, appare Socrate e la sua ciotola di cicuta: quella versione degli Annales di Tacito. Scopiazzata.

amen baustelle

Laura, settimo brano di Amen. C’è anche spazio per Asimov nella mia libreria. Parla di due innamorati che scappano dal loro pianeta di origine alla volta della Terra: come Finardi, in Extraterrestre, ma al contrario. Splendido brano space rock, un crescendo epico; riprende il tanto abusato tema dell’esser speciali degli umani, la sensibilità. Tanti scrittori di classici di fantascienza hanno messo al centro dei loro scritti questa cosa: il cuore pulsante. Bianconi ci enumera le beltà della terra: l’amore di una madre, le teste di Modigliani, la pace recuperata. E Laura. L’amore per Petrarca. I 7.5 strappati nelle parafrasi.

Gli occhi di ch’io parlai sí caldamente,
et le braccia et le mani et i piedi e ’l viso,
che m’avean sí da me stesso diviso,
et fatto singular da l’altra gente

Non ho studiato il greco. Ho fatto il liceo scientifico, fortunatamente: non sono mai stata particolarmente brava nelle lingue morte. Sono una biologa, io amo la vita. Antropophagus è però una parola greca: mangiatore di umani. Le tribù di cannibali, in un brano etnico, assaltano Milano. Appare poi all’improvviso “Hai mai provato l’orrore?”, sussurrato in Panico! , gioioissimo brano molto Arcade Fire, geghegè: un colpo di divertimento che in Amen non ricordavo. Balliamo con la Nancy Sinatra immaginata dai Baustelle; meglio dello xanax, These Boots are made for Walking, nel deserto, una hit felice che riporta Amen su un piano più ottimista. O, che, quantomeno, fornisce una soluzione alla disilussione di noi altri. La musica, insomma.

Alfredo. La salsa alfredo. Quello schifo che i turisti americani sono straconvinti che noi mangiamo. No, non la salsa Alfredo, è il decimo brano che scorre nel vinile. È Alfredo Rampi, il bambino che cadde e morì nel pozzo nel 1981; evento di cronaca che fu seguito dalle tv, tenendo col fiato sospeso tutta Italia. Viene utilizzato come semplice scusa, da parte dei Baustelle, per ricordare gli anni ’80: la P2 di Licio Gelli, che, se non lo sapete, era il fondatore della Permaflex. Quelle maledette televendite. Come me, come un triste scienziato, Bianconi descrive un mondo che non esiste più, popolato da Pertini e da Platini che ancora giocava a calcio; l’anamnesi di contorno della tragedia di Vermicino. E mi sovviene quel tema che mi commissionò la professoressa sulla strategia della tensione, e quel sei striminzito.

amen baustelle

Sì, Dalida, i materassi. Uno spaccato di anni ’70.

Il notturno di Dark Room mi riporta alla mente le discoteche, mentre accarezzo la gatta, che, felice, fa le fusa. Lounge, come nelle discoteche non si sente. Rachele parla con tanti uomini in una dark room di una discoteca: una piccola trasgressione, priva d’amore. Ed è giusto, ci sta. Sesso e amore sono due cose diverse, mettetevelo in testa. La chimica dei feromoni ce lo dice. La neurologia, ce lo dice. Personalmente, non ho mai amato il sesso in discoteca, ma cazzo, viviamo in un’epoca che ce lo permette senza esser viste come delle enormi puttane deandreane.

Oh, finalmente del rock serio. Classico, potente, quello di L’Uomo del Secolo. Rachele canta di nuovo. Mi sovviene in mente qualcosa: l’Armistizio di Cassibile del ‘43. Vengo da una famiglia di professori, ma il mio bisnonno era un pluridecorato militare che fu caporale anche nella Grande Guerra. Aiutava i partigiani e morì da vecchio, privo di senno. Non disertò mai, al contrario del protagonista della canzone: ma mia madre mi ha raccontato tanto, dei racconti che il nonno le narrava. Le fughe nei boschi, la paura, le munizioni che scarseggiavano, i nazisti che regalavano la cioccolata ai bambini del paese; gli americani che rubavano il latte dalle vacche. I bombardamenti, le mine sotterrate. Le gare dei cavalli, gli scioperi per Fiume italiana. Un’epoca di idealismo che ha forgiato noi, figli dei figli della generazione X.

Squilla lo smartphone con Whatsapp. È un mio amico. Soffre perché emotivamente preso da una ragazza che, però, è confusa. Non sa che vuole. Lui vorrebbe che lei gli desse la possibilità d’amarla. Mi chiede perché lei non gliene dia. Non sempre succede, vai a capire perché, rispondo. Sono una scienziata, mi attengo ai fatti: non filosofeggio. So come funzionano i minuscoli voltaggi nei neuroni, ma non il loro significato. La vita va avanti, però. La Vita Va. Va sempre, si riprende ogni nicchia in cui era stata abbandonata. C’era uno scienziato, Imre Friedmann, nato nel 1921 e che scappò all’Olocausto. Prese un PhD in botanica e microbiologia, e dedicò la sua intera esistenza al dimostrare come la vita colonizzi ogni ambiente. Spaccò rocce per tutto l’Antartide; drillò gli oceani, campionò i ghiacciai. La Vita Va sempre.

amen baustelle

Immagine al microscopio di ALH 84001. Saranno mai batteri, quelle formazioni? Friedmann diceva di sì.

Siamo quasi alla fine. Ethiopia e Andarsene alla fine chiudono Amen. La prima, poliziesca, la sigla di un noir, jazz, sax, pantera rosa, è opera di Mulatu Astatke, ennesima dimostrazione della caratura qualitativa dei Baustelle; la seconda segue il tema della prima, musicandolo. Scivoliamo in Kant. Kant, mai capito, sempre odiato: il giudizio teleologico, il mondo fisico e quello spirituale. Noumeno e fenomeno. Cos’è che possiamo conoscere? Qualche giorno fa, lo stesso amico che soffre d’amore mi ha posto una domanda: cosa c’è dietro la vita? Non lo so. È forse, la precisione dei meccanismi di riparazione del DNA? È nel crossing over? È nell’endocitosi dei macrofagi? Tutto questo è Dio? Le campane dei Baustelle, solenni, buddhiste, ci invitano al dissolversi nell’assoluto, nell’inesistente, come lucertole nel Sole. Per uno scrittore di fantascienza, il nostro Sole era abitato da creature di plasma quantico: La Spedizione Sundiver. Tuffiamoci dunque nella nostra stella di classe G, l’unica entità, che, forse, assomiglia di più ad un Dio.

Alzo la puntina, tolgo il vinile di Amen dal giradischi. Scuoto la testa, queste elucubrazioni sono inutili. I Baustelle hanno concepito un album splendido, e, per la loro sanità, spero non credano fino in fondo a ciò che hanno espresso in esso. Fuori è nuvoloso, ma stasera vedrò lui. E Charlie tornerà nello scaffale, tornerà resina nera. Amen.