La prima volta che ho ascoltato Numb, da Meteora, era il 2003 ed avevo 11 anni: non capivo che qualche parola qua e là di quello che Chester Bennington cantava. Nello stesso periodo era anche uscita Bring me to life degli Evanescence e non potevo immaginare che proprio quei due singoli avrebbero contribuito a formare ciò che sono, ciò che amo e ad influenzare i miei gusti musicali attuali in modo così profondo. Il suono di Numb era trascinante, Chester screamava disperato il bisogno di essere se stessi, di ripudiare quello che gli altri vorrebbero che fossimo, di ignorare i giudizi di chi pensa di esserci superiore. Crawling, dal precedente Hybrid Theory, ad uno sguardo superficiale ed abbastanza egoista quale quello di un’adolescente, sembra solo l’ennesima canzone nu metal orecchiabile con un testo che parla di flirt con la morte, di dismorfofobia e paura di essere sé stessi: ma ora mi pento di non aver mai compreso il dolore, sincero, che si celava dietro quelle parole. Come hai fatto a vivere e a creare così a lungo con un tale mostro dentro, Chester?

There’s something inside me
That pulls beneath the surface
Consuming, confusing
This lack of self control I fear
Is never ending, controlling

Chester Bennington aveva dentro di sé molte più ferite, mai rimarginate, di quanto l’ascoltatore comune possa anche solo concepire. Come tanti bambini che sono stati abusati, ha sviluppato una sensibilità differente dalla comune, una fragilità che permette di cogliere le sfumature più delicate dell’animo umano, ma che fa anche sì che si spezzi con tragica facilità. La depressione è un male difficile da riconoscere, da accettare, da processare mettendo da parte l’orgoglio: è una malattia atroce, un cancro che priva della voglia di vivere e di amare, che si insinua e cresce lentamente, ma è arduo da estirpare. Ed una tragedia appare la vita di Chester: abusi sessuali a neanche 10 anni e da lì le dipendenze per le droghe, da cui solamente la musica e l’amicizia dei componenti dei Linkin Park parevano dar periodicamente sollievo. Chester sente di essere un soldato con ali di libellula e vorrebbe volare via, ma deve lottare e lo fa con i testi e la musica del primo album della band, il leggendario Hybrid Theory del 2000: il successo è internazionale, 30 milioni di copie vendute e la produzione di RE-Animation, una raccolta di remix in chiave nippo e mecha, con un robottone di Gō Nagai che campeggia sulla copertina.

L’anno dopo esce Meteora, da cui è estratta proprio quella Numb che ha fatto confondere i Linkin Park per un gruppo emo dai neonati emo stessi; album meno aggressivo e più melodico del precedente, più maturo e meno arrabbiato: ed in tale album è proprio contenuto un tentativo, da parte di Bennington, di gettarsi alle spalle quel passato oscuro e turbolento. La musica lo aiuta, lo salva, lo aiuta a distruggere abitudini autodistruttive (So I’m breaking the habit tonight) per quanto senta che tale distruzione fa parte di lui e che non sarà mai sulle stesse lunghezze d’onda del mondo: l’interferenza tra lui e l’umanità sarà (quasi) sempre distruttiva. Eppure, sulle note di Somewhere I belong, si vede un lumicino di ottimismo:

I wanna heal, I wanna feel what I thought was never real
I wanna let go of the pain I’ve felt so long

Chissà, forse gli anni dell’incredibile successo di Meteora per Chester sono stati i più felici. Il matrimonio con la ragazza del colpo di fulmine, Samantha Marie Olit, ed il figlio avuto da quest’ultima (precedentemente aveva avuto una relazione con Elka Brand da cui era nato Jaime Bennington), la bellissima sincronia che si era creata con gli altri membri della band, le tastiere ora aggressive ora dolcissime di Mike Shinoda forse hanno lenito quel dolore. L’hanno tenuto nascosto per un po’. Non è stato dimenticato, quello mai sarebbe possibile, ma forse Chester credeva di poterlo tenere a bada. Almeno per un po’. Per qualche anno di serenità. Ti prego mostro, lasciami vivere.

Nel mentre nasceva la collaborazione con Jay-Z, quella Numb-Encore che ancora in tanti hanno come suoneria sul cellulare; Shinoda suonava frenetico tastiere nel particolarissimo Rising Tide dei Fort Minor, suo pseudonimo, dando una svolta più melodica anche al successivo sound della band.

Da lì, 4 lunghi anni di attesa per i fan (me compresa, che scalpitavo sui vari forum in attesa di qualche info leakata, di qualche demo finito su internet per sbaglio): prima i tuffi al cuore per il rilascio della copertina dell’album, poi per il nome dei singoli. Ed, infine, ecco Minutes to Midnight, altra allegoria di distruzione, rimando all’orologio dell’apocalisse: quanti minuti mancano alla fine del mondo?

E di nuovo, rileggendo il testo di Given up, “abbandonato”, nel senso di rinunciare di continuare ad impegnarsi in qualcosa, mi pento di come ho, al tempo, preso con sufficienza, come licenza poetica, le urla d’aiuto di un uomo che, nonostante fosse circondato d’affetto, si sentiva terribilmente solo:

Take this all away
I’m suffocating
Tell me what the fuck is wrong
With me

Melanconico requiem a se stesso era già, e me ne rendo conto solo a posteriori, la bellissima Leave out all the Rest, straziante ballad distantissima delle urla disperate di Papercut : voi tutti, ricordatemi per ciò che sono stato, per ciò che ho dato al mondo, non per i miei peccati, quando non ci sarò più. Non sarò mai come voi e non potrò mai esserlo. Non biasimatemi per questo, non tutti sono fisicamente in grado di provare la felicità.

Minutes to Midnight, al tempo, fu stroncato dalla critica: troppo melodico, dicevano. Shinoda non rappa, Bennington urla educatamente, il ritmo è lento. Eppure sono certa che ora vedranno l’opera per quello che è, cioè una sorta di accettazione della distruzione come parte della vita, come qualcosa che da significato ad essa.

Passano altri 4 anni fino all’uscita di A Thousands Suns. Mille soli. Album, se vogliamo, meno caratteristico, meno corale: sembra essere di Shinoda solo. Lui la fa da padrone e soprattutto sul singolo più famoso, The Catalyst, la fa da padrone con effetti elettronici distorti alla Depeche Mode di Personal Jesus e col suo rap incalzante. È un concept album, l’apocalisse profetizzata in Minutes to Midnight si è avverata, la bomba atomica di Oppheneimer è esplosa, i cieli bruciano di funghi atomici. Chester è ancora più delicato e, sebbene non parli di sé, è forse l’album più intimo di tutti. In Burning Skies:

The blame is mine alone
For bridges I have burned
So don’t apologize
I’m losing what I don’t deserve

Il filone della distruzione è sempre presente, il mostro è ancora là sotto. Ora la guerra si combatte con le bombe e con le armi da fuoco. In un mondo che brucia, a che serve avere ali da libellula?

Chester, nel 2011, decide di allargare ulteriormente la famiglia: la seconda moglie, Talinda Bentley, da alla luce due gemelli e lui adotta il fratellastro del primogenito Jaime.

È il 2012, anno dell’apocalisse maya, ed esce Living Things: l’album è un ritorno al passato ma con gli effetti elettronici di uno Shinoda adulto che appreso, da solo, ad aggiungere modulazioni differenti in ogni canzone, si combina a testi meravigliosi, melodie coinvolgenti ed immediate. Forse Living Things, dopo tanto peregrinare, è l’album della maturità anche per Chester: canta di religione, canta di ecologia, canta di vita, canta di morte, canta come Chester dei LP dovrebbe cantare. Ruvido, arrabbiato, delicato quando serve, sussurrante in Castle of Glass, e affonda bassi in I’ll be gone e pare di sentire la versione adulta di With you:

When the lights go out and we open our eyes,
out there in the silence, I’ll be gone, I’ll be gone.
Let the sun fade out and another one rise
Climbing through tomorrow, I’ll be gone, I’ll be gone.

E la strofa acquista un significato così diverso, oggi.

A Living Things si succede The Hunting Party, mentre Bennington cantava anche per gli Stone Temple Pilots: una caccia al migliorare se stessi ed a rendersi diversi, finalmente scrollarsi di dosso, dopo i tentativi falliti, l’etichetta di band nu metal. Sulla copertina dell’album torna il soldato alato, impegnato ora come un angelo metallico ad incoccare una freccia verso un bersaglio fuori campo, lasciato dal creatore James Jean, all’immaginazione. Collaborano con Rakim, collaborano con Daron Malakian, collaborano con Tom Morello, ma c’è collaborazione soprattutto fra i membri fissi: l’armonia creativa nella band c’è e si sente. C’è durezza, ma anche emozione; ci sono temi forti, che ricordano i Rage Against the Machine e i System of a Down primigeni. The Hunting Party è un album esemplare, composto dal giusto equilibrio ballad e di pezzi energici, di grandi nomi e di interpretazioni strumentali perfette ma ci dice poco di Chester Bennington. Forse davvero sua è solo Final Masquerade: nei versi evocativi del refrain si riconosce il suo spirito malinconico, stanco di come sia difficile comunicare ed intessere solide relazioni in un mondo di maschere.

The light on the horizon was brighter yesterday
With shadows floating over, the scars begin to fade
We said it was forever, but then it slipped away
Standing at the end of the final masquerade
The final masquerade

Forse Chester Bennington in questo periodo si illudeva ed illudeva i suoi sei figli ed amici e compagni che il tempo potesse guarire tutte le ferite, che al tramonto della vita, ormai anziano, avrebbe dimenticato; che la depressione, con la saggezza dell’età adulta, l’avrebbe abbandonato.

Prima di passare a parlare dell’ultimo album, One more light, va fatta nota dell’amicizia fraterna che legava due anime fragili e simili, cioè quella fra Chester Bennington e Chris Cornell. Cornell collaborò con i LP fin dal 2007, durante un tour in Australia. Cantò Crawling, forse perché sentiva anche un po’ sue quelle liriche strazianti. Chester, a sua volta, ricambiò il favore interpretando assieme a Chris il pezzo dei Temple of the Dog, Hunger Strike, cantando la parte scritta originariamente per Eddie Vedder. Chissà, forse i demoni che erano nascosti dentro ai loro cuori erano gli stessi; la spinta creativa si esprimeva in maniera diversa, ma sottesa ad essa c’era lo stesso dolore sordo e muto, incapace di far provare serenità. Il loro legame era così intimo che Cornell volle che Bennington fosse il padrino di suo figlio undicenne.

Eppure il sole sembra sempre più brillante mentre si fa strada fra le nuvole. Ad inizio del corrente anno è stato rilasciato One more light, rivelatosi subito un gigantesco flop. L’artwork è grazioso, persone felici su una spiaggia al tramonto. Il suono è pop, ricorda i primi lavori degli Owl City, non fa rimpiangere i Red Jumpsuit Apparatus, ma il solo leggere i titoli e le liriche delle canzoni da i brividi. Vi farò una confessione: ascoltando l’album facendo attenzione ai testi, dopo aver appreso della morte di Chester, non sono riuscita a trattenere le lacrime. E, così, ho visto il lavoro sotto un punto di vista differente: e mi ha ricordato Funeral degli Arcade Fire, in cui la morte è trattata come fine di un ciclo, la morte è accettata e vista come fine della sofferenza sulla Terra. Come fine di tutte le illusioni di felicità che un’anima incapace di provarne si era fatto ed allora i motivetti banali di Nobody can save me, Good Goodbye, Battle Simphony, Sorry for Now, hanno acquisito un significato diverso. Quasi cantautoriale. Un addio annunciato, kafkiano, ma con grazia, di nascosto, quasi per non disturbare, per non fare proclami, per non attrarre l’attenzione: ed è ciò che chi è davvero sicuro delle proprie decisioni fa. Senza giustificazioni.

Been searching somewhere out there
For what’s been missing right here (I wanna fall wide awake now)
I’ve been searching somewhere out there
For what’s been missing right here (I wanna fall wide awake now)
I wanna fall wide awake now
So tell me it’s alright
Tell me I’m forgiven, tonight

[Ho cercato a lungo, là fuori,

ciò che mancava qui (voglio svegliarmi, ora)

Voglio svegliarmi ora!

Dimmi che tutto va bene,

dimmi che mi hai perdonato, stasera]

E sulla copertina sono ritratti, immortali e senza tempo, i figli di un amico dei componenti della band, eppure, ora, si riesce a intravedere solo una dedica finale di Chester ai propri figli: pare voler dire che loro sono la cosa migliore che abbia mai fatto, il lascito più bello che possa dare a questa terra.

Canzoni falsamente allegre come Heavy (che ricorda davvero tanto Rebellion degli Arcade Fire) conducono poi a One more light, l’unica che forse parla apertamente di morte. Dedicata ad un loro collaboratore venuto a mancare, ci si interroga su come e quando il lutto finirà e su quanto davvero conti una sola luce spenta in un tappeto di stelle illuminate. Sharp Edges chiude l’album e Chester si tuffa nel passato, rivivendolo e dedicando una canzone a tutte le sue cicatrici, a tutti i suoi errori e peccati, ai consigli che non ha mai ascoltato ma che l’hanno reso l’uomo che è ora. Percussioni leggere ed archi delicati.

Ed è con la morte nel cuore che Chester Bennington canta Hallelujah di Leonard Cohen al funerale di Chris Cornell. Appreso della morte dell’amico, aveva twittato:

Caro Chris,

ho sognato i Beatles la notte scorsa. Mi sono svegliato con Rocky Raccon che suonava nella mia testa ed uno sguardo interessato alla faccia di mia moglie. Lei mi ha detto che un mio amico era appena venuto a mancare. Pensieri di te sono fluiti nella mia mente ed ho pianto. Sto ancora piangendo, a lutto, con tristezza, ma anche con gratitudine per aver condiviso alcuni momenti speciali con te e la tua meravigliosa famiglia. Mi hai ispirato in modi che non potrai mai sapere. Il tuo talento era puro e senza rivali. La tua voce era gioia e dolore, rabbia e perdono, amore e maldicuore tutti mescolati in uno solo. Suppongo che è un po’ quello che tutti siamo. Mi hai aiutato a capirlo. Ho appena guardato un video di te che cantavi A day in the life dei Beatles e ho pensato a quel mio sogno. Mi piace pensare che mi stessi dicendo addio a modo tuo. Non riesco ad immaginare un mondo senza di te. Prego che tu abbia pace nella prossima vita. Mando il mio amore a tua moglie e ai tuoi figli, famiglia ed amici. Grazie per avermi permesso di esser parte della tua vita.

Col tutto il mio amore.

I demoni nel cuore di Chris e di Chester erano gli stessi. Ora sono morti entrambi ed i loro mostri interiori con loro. Ed entrambi già sono leggenda, eppure mi ritrovo a scrivere questo articolo proprio per ricordare che, prima di tutto, Chester era un uomo. Con i propri difetti, con i propri pregi, ma soprattutto, con tutto l’amore che era in grado di provare per la musica, per i compagni di una vita, per la sua famiglia. Con One more light ha voluto dire addio a tutti, ai suoi fans, ai suoi compagni, alla sua famiglia. Non sapremo mai perché, profondamente, ha maturato un gesto così estremo: la depressione è un orrore indescrivibile, un abisso viscido da cui è difficile uscire, perché le unghie scivolano sul terreno viscido ed i demoni ti rispingono nel profondo. Ciò che è certo, ed è spaventoso allo stesso tempo, è che la morte di Chester Bennington è la cronaca di una morte annunciata, i cui sintomi erano nascosti sotto gli occhi di tutti e virtualmente invisibili. One more light è, il forse volontario, testamento di un uomo che ha vissuto sempre al massimo, 41 anni ma che sembrano cento per densità di avvenimenti e per i ricordi che ha lasciato a milioni di persone.

Addio Chester, tutti speriamo che ora ti ritroverai in un mondo migliore di questo. Un mondo che risuoni alla tua stessa lunghezza d’onda.

Giulia Della Pelle