Immaginate una formazione musicale composta da sette fiati e due percussioni, che suona un repertorio estremamente vario, spaziando dalla musica delle Big Band anni degli anni Trenta, a quella suonata dalle street band, a quella tipica delle fanfare balcaniche, con incursioni nel rocksteady, nello ska e nel drum and bass: avrete ottenuto i Bandakadabra.
Abbiamo scambiato due chiacchere con loro al termine del lunghissimo tour che li ha portati in giro per l’Italia e l’Europa.
A fare da portavoce al gruppo formato da Giulio Piola (tromba), Luigi Tbone De Gaspari (trombone e voce), Gabriele Cappello (sax alto), Giorgio Giovannini (trombone), Vito Scavo (trombone), Filippo Ruà (tuba) e Andrea Brondolo (rullante), è il fondatore dello stesso, Gipo Di Napoli.
1) Partirei dalla definizione di “fanfara urbana” che vi ha attribuito il fondatore di Slow Food, Carlo Petrini: vi ci riconoscete?
Direi di sì. Vista anche l’autorevolezza di chi ce l’ha attribuita.
Soprattutto agli inizi, la Bandakadabra in fondo era una specie di fanfara: siamo arrivati fino a 22 elementi. All’epoca eravamo qualcosa a metà tra un progetto artistico e una scuola di musica. Esattamente come una banda di paese. Ecco, credo che Carlo Petrini fosse interessato al fatto che avessimo ricostituito in una città ciò che normalmente si vede, appunto, nei paesi. Portavamo tradizione bandistica in un luogo – la città- dove si era persa. Poi noi siamo cambiati ma quella definizione è rimasta. Forse dovremmo smettere di usarla, visto che girando tantissimo, finiamo quasi quotidianamente nella rassegna stampa di Slow Food. Ogni volta che incontro Carlo Petrini, ridendo, se ne lamenta un po’.
2) La vostra forza sta nell’essere “un’orchestra da passeggio” capace di combinare sapientemente musica e cabaret attirando un pubblico, nazionale e internazionale, molto variegato. Com’è nata la vostra formazione? Chi ha avuto l’idea di dar vita a una marching band?
L’idea è stata mia. Forse perchè uno dei primi gruppi in cui ho suonato era appunto una marching band anche se all’epoca non ci definivamo così. Allora andavano di moda il balkan e i film di Kusturica. Diciamo che la fonte d’ispirazione è stata quella. Il termine marching band viene dalla tradizione statunitense e ho iniziato a usarlo molto dopo quando mi sono avvicinato al jazz new orleans. Anche la commistione tra musica e cabaret è sempre stata un mio pallino: ero un fan della Banda Osiris. In Italia sono stati i primi a proporre questo tipo di spettacolo.
3) Che cos’ha di magico la strada, che è stata a lungo il luogo “principe” delle vostre performance?
Rispetto a qualche anno fa la frequentiamo molto meno, ma dalla strada come luogo in cui esibirsi abbiamo imparato tantissime cose, tra le quali l’improvvisazione, le tecniche per attirare l’attenzione e la spontaneità nel rapporto con il pubblico. La strada è contemporaneamente un’ottima palestra e un meraviglioso sport. Chi ha imparato a esibirsi lì ha più possibilità di riuscire a farlo bene anche su un palco, più difficile il contrario. In fondo, pure i Maneskin hanno iniziato in strada. Possiamo dire che per un breve periodo siamo stati “colleghi”.
4) Lo scorso anno avete festeggiato 15 anni di attività: quale bilancio fareste di questi anni trascorsi insieme?
In realtà, non li ho festeggiati. Della prima formazione Bandakadabra sono l’unico superstite, quindi avrei dovuto festeggiare da solo, e una festa in solitaria mi avrebbe messo una tristezza incredibile. La verità è che si sono alternati tantissimi musicisti nella Banda. E ogni cambio ha determinato un mutamento nel gruppo anche dal punto di vista artistico. Diciamo che forse la svolta più significativa è coincisa con l’arrivo di Giulio Piola, l’arrangiatore di tutti i nostri brani. Senza di lui, ora, semplicemente non esisteremmo. Quanto a me, l’unico bilancio che posso fare è che mi piace ancora suonare.
5) Non avete nascosto al pubblico di essere stati vicini allo scioglimento, solo pochi mesi fa, al quale il protrarsi dell’emergenza sanitaria e il verificarsi di alcuni cambi all’interno del gruppo vi stavano portando. Cosa vi ha fatto poi -fortunatamente- desistere?
Ricominciare a provare insieme e l’entusiasmo dei nuovi arrivati. Alla fine, aldilà della pandemia, si era creata un po’ di stanchezza nella vecchia formazione. L’abbandono di alcuni elementi poteva dare il colpo finale e invece è stato uno stimolo ulteriore per chi è rimasto. Poi volevamo fare cose nuove e abbiamo colto l’occasione per farle. È stato un po’ come ricominciare da capo. A volte, può essere piacevole. Senza contare che al gruppo si è unito Mr. T-Bone. La nostra è partita come una collaborazione occasionale ma si è trasformata in poco tempo in una “relazione stabile”. In questo momento, la sua presenza è imprescindibile. Con lui siamo in una specie di luna di miele.
6) Dopo un periodo di stop forzato avete ripreso a suonare: qual è stato il più emozionante dei 63 spettacoli che avete portato in giro, anche al di fuori dei confini della penisola?
Sicuramente il live che abbiamo fatto per l’Eolie Music insieme a Samuel e Willie Peyote, due artisti con cui ho legame umano fortissimo. Abbiamo suonato su un caicco in mezzo al mare e il pubblico assisteva al concerto dalle barche. Non ci era mai capitato di esibirci in un contesto del genere. L’emozione, poi, è stata ancora più forte perché venivamo da un inverno orribile e da una primavera incerta. Il sole della Sicilia è stato simbolico. Una specie di catarsi.
7)Il modo in cui vi esibite, con l’avvento delle restrizioni imposte dal Covid-19, è cambiato?
Nel complesso direi di no. Forse siamo noi ad essere cambiati. Personalmente, amo ancora di più suonare. Proprio perché non ho potuto farlo per mesi. Non era scontato. Molti musicisti che conosco hanno cambiato vita in questi mesi e non solo per necessità. Stando fermi, semplicemente, hanno realizzato che esistono professioni gratificanti almeno quanto la musica e hanno deciso di fare altro. Io ho percorso la strada inversa. Insomma, ora mi esibisco con la consapevolezza che sto facendo il lavoro che amo.
8) Raccontateci del vostro spettacolo “Figurini”.
Figurini è uno spettacolo di clownerie musicale sullo stile dei Mnozil Brass anche se loro tecnicamente sono inarrivabili. Creiamo degli sketch comici con la musica, utilizzando gli strumenti anche dal punto di vista scenico. Poi balliamo e cantiamo. Tra i nostri spettacoli, forse è il più faticoso perché oltre alla parte musicale, c’è quella teatrale. Ormai, però, inizia a essere talmente ben rodato che arriviamo alla fine in un attimo. Io avverto il peso della performance solo in camerino. Sono quasi sempre distrutto.
9) L’idea di riproporre il repertorio delle “Funeral March” di New Orleans com’è nata?
Dall’indifferenza verso la morte degli altri che ha iniziato a diffondersi come un virus lo scorso anno. All’inizio della pandemia, le morti per Covid sembravano ancora avere un valore. Il fatto che ogni giorno scomparissero più di mille individui ci emozionava. Dopo un po’ ho avuto la sensazione che non ci facessimo più caso. Qualcuno ha iniziato addirittura a negare l’esistenza di un numero così drammatico di vittime. Allora, mi è venuto spontaneo pensare a uno spettacolo incentrato sulle Funeral march New Orleans. Peraltro, nonostante il tema, sono canzoni pieni di gioia e di speranza. Più che di morte, parlano di passaggi. E in fondo, quello è il vero obiettivo dello spettacolo: parlare dei passaggi e dei riti necessari a celebrarli affinché la vita degli altri sia sempre presente ai nostri cuori.
Nel concerto, poi, ospitiamo Giovanni Falzone alla tromba. È un musicista incredibile. Il suo apporto artistico rende lo spettacolo ancora più emozionante.
10) E con Arturo Brachetti com’è andata?
Abbiamo lavorato insieme per Buonissima, un evento enogastronomico organizzato lo scorso ottobre a Torino. L’occasione è stata una cena-spettacolo in omaggio a Fellini. Arturo ne ha curato la regia. Noi abbiamo lavorato sulla parte musicale, riarrangiando i temi più conosciuti di Nino Rota. Vederlo all’opera è stato meraviglioso. Poi venivamo da un’estate ricca di soddisfazioni. Quella con lui è stata una delle ultime date prima della pausa che ci siamo presi a novembre. Insomma, abbiamo chiuso in bellezza il tour.
11) È difficile, per un gruppo composto da molti elementi, suonare con altri artisti?
Per noi è in realtà semplicissimo, oltre ad essere sempre molto stimolante. Abbiamo collaborato con tantissimi artisti, quasi sempre diversi da noi e tutte le volte siamo riusciti a imparare qualcosa. La Bandakadabra ormai è un’orchestra e le orchestre sono come i sarti, cuciono i vestiti per gli altri ma a differenza dei sarti indossando loro stessi gli abiti che hanno appena confezionato. È un esercizio di empatia.
12) Ci sono dei musicisti e dei cantanti con cui vi piacerebbe collaborare?
Eccome. Ma se dovessi fare un nome, sparando alto, direi con Wynton Marsalis. È un trombettista straordinario e soprattutto ha riportato in auge il jazz delle origini, il genere che ultimamente suoniamo con più piacere. In quel repertorio, è il numero uno al mondo. Sarebbe un’esperienza davvero formativa suonare con lui.
13) Cosa bolle in pentola, nel breve e nel lungo periodo?
Un disco con le nostre rivisitazioni dei classici del pop in chiave jazz old style. Dentro c’è un po’ di tutto. Dai Nirvana, a Billie Eilish, passando per i Daft Punk e Britney Spears. S’intitolerà “Ok, Boomer”. Un album dedicato davvero a tutti. Perché, alla fine, tutti prima o poi saremo “boomer”. Almeno nel lungo periodo.

Appassionata di musica, giornalismo, scrittura e danza, ama vivere nella sua riservata Torino, ma adora il Sud Italia, nel quale affondano le sue origini.