Lo scorso 2 novembre Bob Dylan è tornato “on the road”. Il leggendario cantautore ha ripreso il suo Never ending tour, storica tournée senza fine cominciata il 7 giugno 1988 e che si era interrotta a maggio 2019, con ben 3011 apparizioni.
Dopo più di due anni, Bob Dylan è andato in scena al Riverside Theatre di Milwaukee e ha scaldato l’animo di tutti i suoi fan, che lo vedranno all’opera almeno fino al 2 dicembre. L’ultima tappa del tour è infatti prevista per quella data e dovrebbe tenersi a Washington DC, nonostante il sito ufficiali indichi il 2024 come anno di conclusione. Quel che è certo è che Dylan e il suo gruppo si esibiranno in varie location statunitensi, tra cui Chicago, Cleveland e Bloomington, senza dimenticare l’ormai usuale performance al Beacon Theatre di New York.
Insomma, per quello che di fatto è l’unico cantautore della storia ad aver vinto il Premio Nobel per la letteratura, la gloria sembra non avere mai fine. E non potrebbe essere altrimenti, se si considera il segno indelebile che Dylan ha lasciato sull’industria della musica.
La carriera del cantautore cresciuto a Hibbing, cittadina del Minnesota, è scandita da storie memorabili. Una su tutte, particolarmente cara a noi italiani, riguarda quella volta leggendaria al Folkstudio di via Garibaldi 58, una fredda sera di gennaio del lontano 1963. Quella notte, un Bob Dylan agli inizi della sua storia professionale decise di fermarsi in un umido e mal ridotto locale di Roma chiamato Folkstudio, al numero 58 di Via Garibaldi. In quell’occasione la cantina contava non più di una ventina di clienti, che però ebbero il privilegio di assistere a quella che è universalmente riconosciuta come la prima esibizione “italiana” di Bob Dylan.
La leggenda narra che il cantautore si trovasse a Roma per incontrarsi con Suze Rotolo, sua fidanzata dell’epoca, e che decise di entrare al Folkstudio per un drink. Solo in un secondo momento decise di prendere un microfono in mano ed esibirsi in una performance leggendaria, ricordata per più di mezzo secolo dai presenti.
Storie memorabili, dicevamo, ma anche, soprattutto opere. Perché se Bob Dylan è diventato Bob Dylan è innanzitutto grazie ai suoi album. Quello più famoso e più intimo, forse, è The Freewheelin’ Bob Dylan, il secondo della sua discografia. Secondo molti si tratta del primo, vero capolavoro dell’ex Robert Allen Zimmerman, nonché il più rappresentativo del suo periodo folk. Brani come Blowin’ in the Wind, Girl from the North Country e Masters of War sono ancora oggi ritenuti degli standard di riferimento per il genere e, di fatto, hanno lanciato la carriera di Bob Dylan.

Come dimenticare poi una delle raccolte di canzoni d’amore più famose della storia della musica rock. Pubblicato il 20 gennaio 1975, Blood on the Tracks è un vero e proprio spartiacque per la carriera del cantautore, capace di reinventarsi in un periodo di profonda crisi artistica.
Il capolavoro anni ’70 di Dylan, infatti, non è passato alla storia solo per alcune delle sue canzoni più iconiche. Certo, Lily, Rosemary and the Jack of Hearts è ancora oggi uno dei brani più famosi tra quelli che parlano del poker, pur non citandolo direttamente (“the girls were playin’ five-card stud by the stairs”). Ancora, Tangled Up in Blue è tra le 500 migliori canzoni della storia secondo la rivista Rolling Stone. Eppure, a rendere davvero speciale l’album è la storia della sua produzione travagliata, scandita da un continuo susseguirsi di revisioni maniacali, sintomo di una voglia quasi ossessiva di reinventarsi e lasciarsi alle spalle il passato seppur glorioso.
Forse è stata proprio questa “fame”, questa voglia di mutare ed evolversi a rendere Bob Dylan il monumento che è ancora oggi. Non a caso, il suo ultimo album Rough and Rowdy Ways, pubblicato a giugno del 2020, è l’ennesimo capolavoro di un artista senza tempo. È mutevole, proprio come la sua arte, perché oscilla tra generi profondamente diversi attingendo a diverse tradizioni musicali contemporaneamente, è triste e malinconico, a tratti, ma anche dolce e spensierato. E, soprattutto, è immortale, proprio come il “menestrello del rock”.

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