“Violator” dei Depeche Mode è il vinile della settimana

Rieccoci, altro giro altro LP. Una patologia quella di noi malati di vinile che non accenna a placarsi, anzi – di ascolto in ascolto – accresce sempre più la nostra fame, anche di album che abbiamo consumato negli anni, canzoni con le quali siamo cresciuti, che riescono sempre a regalarci un punto oscuro di riscoperta, che nelle esecuzioni precedenti ci era sfuggito. È senza dubbio il caso di “Violator”, album culto dei Depeche Mode, ipoteca sulla carriera (e sulla vita) per Dave Gahan e soci.

Ci sono sere in cui ti affacci al balcone di casa e senti che il vento è cambiato, l’estate ha lasciato spazio al fresco tepore autunnale e la brezza marina è l’unico rumore che riesce a interrompere la piacevolezza del silenzio che ti sei concessa come rito purificatore.
Per chi come me vive di sfide, difficilmente quella di “fermarsi” è una sfida permessa. Anzi troppo spesso diventa una sorta di rallentamento, quasi una debolezza. Forse è questo ciò che più mi appassiona e mi anima. In ogni periodo della mia vita capita di imbattermi in una diversa. Che sia professionale o sentimentale. Una di queste sfide l’ho superata stasera, regalandomi due ore di silenzio. Potrà sembrare una mera passeggiata per alcuni, banale per altri, un esercizio quotidiano per chi si vuole bene. Certo. Ma per me no. Non salivo su in camera senza cuffie nelle orecchie da quattro anni, in cui è accaduto di tutto nella mia vita (rapporti sentimentali finiti male, trasferte, nuovi lavori, giri di boa, corsi di parapendio e sub, il matrimonio di uno di quegli amici che fatichi a non capire perché non avete lo stesso sangue, perdite e lutti, e molto di più). Due ore a tu per tu con la mia coscienza. E una colonna sonora come premio “Enjoy The Silence”.

Quindi, su la testina dal giradischi e giù con “Violator”. Ma non prima di aver tirato fuori dalla dispensa il mio fidato alleato: il bicchiere in cui affogare pensieri e riflessioni. L’album del cuore non può che accompagnarsi con l’alcolico del cuore: Gin. Stasera è Hendricks, il migliore nella categoria, allungato con una goccia carezzevole di vermut, come insegna il buon Hemingway nel suo Montgomery drink. Estremamente asciutto ed impegnativo, è adatto a palati avvezzi al gin quasi liscio: quindi se state cercando un aperitivo sbarazzino, leggero o fruttato, cambiate subito ricetta. Questo è cocktail per duri. Come lo sono i Depeche Mode.

L’inizio è affidato a “World in my Eyes”, un battito incalzante di drum machine e accordi di tastiere che hanno saputo influenzare il decennio successivo, fungendo da apripista nel mondo dei sintetizzatori e l’elettronica melodica.

Ora lascia che sia il mio corpo a muoversi
E lascia che siano le mie mani a calmarti.
Lascia che ti mostri il mondo nei miei occhi

ripete Dave. Quante volte ci capita di risultare migliori di come in fondo siamo se visti dagli occhi dei nostri innamorati? E quante altre invece sono i nostri occhi a vedere gli altri meglio di come siano nella realtà? Un immaginario questo, che come opener di un grande classico ci permette già di calarci appieno nell’atmosfera e nelle tematiche insite all’interno di questi nove brani. Cambio di voce per il secondo brano, “Sweetest Perfection”, è lo stesso autore di tutti i brani Martin Lee Gore che si fa portavoce del suo stesso messaggio. Ci ritroviamo calati in un secondo in atmosfere tenebrose, una esaltazione di morbosità e ossessioni assortite, nella descrizione di un amore così perfetto da temere qualsiasi gesto per paura di intaccarne la sua inviolabilità.

Quando ho bisogno di una droga in me. Che tiri fuori il criminale che c’è in me
Sento qualcosa che mi trascina
E allora voglio la cosa vera, non un pegno“.

Brano successivo è l’iconica “Personal Jesus”, colonna sonora di miriade di reclame televisive. Hemingway, giornalista, scrittore, viaggiatore, uomo di immensa cultura, nonché mio autore preferito sosteneva: Tutti gli uomini che ragionano sono atei””. Parafrasato questo concetto potrebbe risuonare bene come Il tuo Gesù personale è
q
ualcuno a cui importi [di te]!”. Musicalmente parlando questo brano prende l’abbrivio da un ossessivo refrain di chitarra blues e si distende poi in un boogie incendiario, una sorta di electro-funk-gospel tribale. Il brano più remixato e meglio riuscito in versione dance, pubblicato come anticipatario dell’album e della mia nascita, il 29 agosto 1989. Io nacqui alcuni mesi dopo.

Anche il video del brano risulta essere una vera e propria novità. Diretto da
Anton Corbijn, anche autore della copertina di cui a breve parleremo, è ambientato in un bordello di Almeria (Spagna), ed è il primo lavoro a colori del regista.

Insomma il messaggio in codice è “cerca colui che riesca a rappresentare il tuo dio!”. Un dio etereo, platonico, esistenziale ma anche passionale. Come la rosa rossa che simboleggia l’artwork di questo vinile; le sue spine ricordano che non esiste bellezza senza lati spiacevoli. Un connubio tra eleganza e trasgressione, una rosa raffigurata dalla sua sola impronta, in alcune parti addirittura solo sezioni di essa. Che l’amore vero ancora debba ricomporsi nella sua essenza?

Un salto nella contemporaneità con “Halo” e i suoi archi. Un precursore della più moderna Bjork. A chiudere il Lato A è “Waiting for the night”. Ora, nel buio, e senza luci in vista e senza chiarori, e soltanto col vento e la spinta regolare della vela, gli parve di essere già morto, forse. Congiunse le mani e si tastò le palme. Non erano morte e gli bastava aprirle e chiuderle per risuscitare il dolore della vita.”, ci ricorda Ernest. Scesa la sera, risuscitiamo il dolore, mentre affoga nel silenzio e nel ticchettio del ghiaccio nel mio bicchiere.

Prima di alzarmi da questa sdraio per girare il lato del vinile la mente scorre indietro, al 20 luglio 2013, allo stadio Olimpico, a quello che – e allora ancora non potevo saperlo – sarebbe stato il concerto della vita. Un sorso al Montgomery drink e mentre con le dita segno la sagoma delle mie labbra, evidentemente impegnate in un sorriso, di quelli onesti e sinceri che solo i ricordi belli riescono a riproporti.
Via col
Lato B, ed ecco la ragione di questo ascolto serale. È il momento di “Enjoy the silence”, il brano che sembra essere il marchio di fabbrica della band d’oltremanica. Quello a cui si riferivano gli Eiffel 65 cantando “siamo figli di Pitagora, cresciuti con una morale cattolica e con i Depeche Mode!”. Un’elegia struggente è questo brano, dove un lineare riff di chitarra e un battito disco incorniciano un’apertura melodica sontuosa, declamata da par suo da Gahan: non un cantante-prodigio, ma sicuramente l’ugola perfetta per questo tipo di suoni, calda e inquietante al tempo stesso. Delicatissima lirica, elogio del silenzio e della meditazione come tramite per una conoscenza superiore, ma soprattutto grazie al contrasto tra un’armonia celestiale e una base vorticosa, ossessiva e ballabile; si tocca il cielo con un dito quando, nel finale, s’inseriscono anche i fiati sintetici. Come ottenere la trascendenza mistica in un night club, questa potrebbe essere la definizione di Enjoy The Silence.

Via con “
Policy of Truth”, classicamente “politica della sincerità”. Un album che canta l’amore, passionale, ossessivo, desiderato, non corrisposto e corrisposto non può prescindere dalla base di esso: la sincerità.
Ma il vero colpo di maestro è il penultimo brano, su cui mi vorrei soffermare maggiormente, essendo quello a cui sono maggiormente legata. “
Blue dress”,

Indossalo
E non pronunciare una parola
Indossalo. Quello che preferisco. Indossalo. E stai ferma davanti ai miei occhi. Indossalo. Per favore, non chiedermi perché. Riesci a credere che qualcosa [di] così semplice, qualcosa [di] così futile, mi rende un uomo felice? Non riesci a capirlo? Di’ ciò che credi. Quanto [solo] è facile farmi piacere.”

Con queste parole l’autore invita la sua donna ad indossare un semplice vestito blu, che nella sua linearità esalta agli occhi di lui tutta la sua bellezza, che nasconde in sé tutta la gratitudine nei confronti del destino per aver incrociato le loro esistenze. La felicità è un concetto così semplice. Eppure ho visto donne saltare ostacoli in corsa per sentirsi degne di uno sguardo, di una attenzione, di un certo amore. Ho visto donne – e me stessa fra di loro – documentarsi sugli interessi dell’altra persona, presenziare al concerto evento dell’anno o essere al passo con l’ultimo film di genere che sicuramente può piacere al suddetto, solo per avere argomenti comuni di conversazione. Un gancio. Un passepartout che possa introdurre ad un nuovo messaggio, ad un nuovo contatto, risultando originali, senza intaccare nel più banale “Ciao, ti pensavo!”. Come se ogni donna dovesse presentare un pedigree davanti all’uomo oggetto del suo interesse. La realtà è che non c’è parrucchiere, trucco aggraziato o biondo che tenga. Basta solo un vestito blu, e l’uomo giusto. Quello che al “ho voglia di cinema, manco da due mesi”, ha già in mano due biglietti – fosse anche per l’ultimo episodio di Rapunzel. Quello che al “vorrei proprio vederti, ma devo tirare vicino al pc fino a tarda notte”, faccia una pausa solo per portarti la cena di just eat e condividere una birra nelle pause tra una battuta e un occhiello dell’ennesimo pezzo in stampa. Quello che abbia il coraggio di dirti “smettila di farti le unghie color salmone, che le tue dita grosse sembrano dieci enorme salsicce sotto vuoto!”, e che con questo sappia ridere di e con voi.

Mentre “Clean” scorre in chiusura di ascolto, ritorno a pensare alla mia sfida iniziale, quella col silenzio. Penso alla consapevolezza che adesso il rumore dei miei pensieri, le urla dei ricordi e gli schiamazzi della dissolutezza del mio passato, non ho la necessità di coprirli con una voce esterna, sono pronta ad ascoltarli. Ma che quella passione li, quella di quando ho contato 5,6,7,8 prima di riaprire gli occhi è venuta fuori preponderante. Così ho aperto il balcone, riacceso la musica e capito che ormai non deve coprire più nulla, perché siamo un intriso di anima e corpo. Ecco ciò che mi rende viva tanto da partire in un movimento che mi porta lontano. E che mi fa viaggiare. E vivere in un film. E la passione incontra sempre la sfida. Una sfida con me stessa. E questa l’ho vinta.

Fabiana CriscuoloFabiana Criuscuolo

Social Addicted. Sceneggiatrice su Whatsapp. Esperta in drammi sentimentali, pizze, panini e piadine. Sempre in bilico fra le due passioni: la ricerca scientifica e il giornalismo. Penna cinica del web appassionata di musica, arte e viaggi.

2018-10-04T23:00:26+00:00 27 settembre 2018|I Discopatici: malati di vinile, Rubriche|0 Commenti