Tutti i Me – Intervista col rapper Nikkè

Niccolò Venturini, già frontman della band PUNKLASTITE, dal 2013 porta in giro il suo nuovo progetto col nome di NIKKè, con un progetto solista sperimentale che mescola l’hip-hop con altri generi, lo abbiamo intervistato per Inside Music.

Il tuo album si intitola “Tutti i me”, quanti sono i te contenuti nel disco? Hanno trovato posto tutti?

Ho cercato di riassumere nel titolo dell’album le sfumature che può assumere la musica in comunione alle sfaccettature emotive che ci ritroviamo a vivere. Questo non vuol dire che io ci sia riuscito ovviamente, nel mio primo album sento di aver inserito un pò di rabbia, di tristezza, di positività, di spensieratezza e spudoratezza… emozioni e stati d’animo che ho chiamato Tutti i Me. Vedremo quanti altri ne usciranno col secondo album…

Ascoltando il tuo album mi tornano alla mente tanti nomi, specialmente di artisti che affondano le radici negli anni 90, da Luca persico dei 99 Posse a Caparezza, e tu stesso hai avuto modo di dividere il palco con Piotta di recente, quali sono i tuoi riferimenti?

Gli artisti che hai nominato sono sicuramente tra le influenze più importanti che ho ricevuto dal nostro Paese. Sono cresciuto con la magia degli anni 90 e come molti ho contratto poi la Sindrome di Fine Millennio… dall’hip-hop di quegli anni ho imparato l’importanza del concetto, della metrica, della parola e della voce intese come il più potente strumento musicale.

nikkè intervista

Artwork di Tutti i Me di Nikkè

Oltre alla musica underground dell’epoca ho sempre ascoltato un pò di tutto, in accordo con periodi ed umori, anche musica di merda che per fortuna non ricordo. 

Il punk mi ha insegnato moltissimo, il reggae altrettanto… così come i poeti del buon vecchio cantautorato italiano e i giganti della musica classica.

In un’epoca musicale in cui la Trap la fa da padrona si sta assistendo al ritorno di mostri sacri della golden age come Speaker Cenzou e i Colle der Formento, tu dove ti poni in questo scenario?

Questa è una domanda che mi fa molto piacere, grazie Raf. Pensavo di avere delle strane allucinazioni quando ho iniziato ad assistere al ritorno di più artisti che considero punti di riferimento. Mi sembra si stiano riaccendendo più scene che temevo essersi spente e la cosa mi riempie il cuore e incoraggia parecchio, ancor più se penso di aver pubblicato ‘’Tutti i Me’’ dopo 5 anni tenuto in cantiere tra mille insicurezze. Spero di pormi in questi scenari, faccio fatica a digerire certe evoluzioni che hanno subito la musica e i suoi ambienti negli ultimi anni.

Oltre al rap nel tuo disco trovano spazio anche altri generi come il cantautorato ed il rock, qual è il processo che usi quando scrivi?

Le canzoni che mi piacciono di più tra quelle che scrivo sono le stesse in cui le parole mi suonano in testa mentre le butto giù… cosa che non mi capita spesso purtroppo. In tal caso gli arrangiamenti sono quasi sempre più acustici, delicati e ‘’dolorosi’’, ma anche più immediati e vittime di pochi ritocchi successivi.

Per il resto vivo periodi in cui scrivo tanto ed accantono, altri in cui suono molto e registro vari riff di chitarre e bassi che tengo da parte; altri ancora in cui assemblo musiche e testi in base al sentimento iniziale. Molti testi rap di solito li scrivo con beat in testa con cui sto giocando e che successivamente ritocco (vedi Si No Boh).

Hai altri collaboratori con i quali ti confronti durante la composizione?

Cerco di confrontarmi con certi amici che stimo particolarmente. 

Scrivo e compongo ancora solo, ma il mio consulente di una vita è Nacor Fischetti (La Rua), amico d’infanzia con cui ho condiviso le esperienze più importanti che la musica mi ha fatto vivere. Ha inoltre curato le registrazioni e i mix dell’album.

Francesco Ciampini, altro storico amico, laureato ma soprattutto appassionato di Lettere, è molto importante per le revisioni dei testi. Mio fratello Ludovico Venturini è infine molto influente su certe decisioni che prendo in merito alla composizione.

Quando viene ai tuoi concerti che tipo di esperienza trova il tuo pubblico?

Un Casino! Mi piace molto rendere partecipe il pubblico durante il live, credo molto nella comunicazione con le persone che sono al mio concerto. Per cui c’è da aspettarsi un pò di tutto: dall’essere chiamati in causa al microfono, al dover indossare una maschera da animale, al ricevere un pallone gigante da spiaggia addosso, a volte capita di pogare…

Le parole sono importanti, e nel tuo genere ancora di più, c’è ancora spazio per proporre un tipo di musica che possa veicolare qualche messaggio sociale?

Sono ottimista in merito, certa musica e certi ambienti continuano a farmi riflettere. Il risveglio dei mostri sacri, di cui sopra, e la grinta di artisti della mia generazione (a volte attaccati al passato) mi da la speranza che qualcosa ancora si muove in una direzione sociale e aggregativa. Gli spazi mi sembrano sempre meno ma credo ci sia ancora chi riesce a farsi sentire, staccandosi quanto possibile dai compromessi a cui siamo costretti per poter suonare in giro… 

Giù dal palco quanto ti aiuta la musica nel tuo lavoro?

Penso mi aiuti in ogni momento della vita. Auguro a tutti di conoscere la musica come merita d’essere conosciuta. Attualmente frequento una scuola di Musicoterapia, come specializzazione dopo la laurea in Psicologia. Ho avuto modo di vedere i benefici della musica su persone che hanno anche serie difficoltà di comunicazione. Ho svolto un laboratorio di musica con adolescenti in una Comunità Educativa e Riabilitativa per minori e, successivamente, il tirocinio post lauream presso il Centro di Salute Mentale di Padova, dove ho frequentato un laboratorio di musicoterapia con pazienti psichiatrici anche gravi. 

Ho motivi per continuare a credere nei poteri della Musica e con il mio lavoro mi piacerebbe aiutare chi ha difficoltà attraverso questo strumento bellissimo.

Raffaele Galvanese

Speaker radiofonico, giornalista musicale e scrittore. Cresciuto a pane e grandi classici negli ultimi anni si è dedicato alla scena emergente italiana, quando ancora definirla Indie aveva un senso, ospitando nel suo programma e recensendo nella sua rubrica molti dei più promettenti artisti italiani emergenti in particolar modo della scena campana.

2018-12-08T12:59:57+00:00 8 dicembre 2018|The Other Side|0 Commenti