Disponibile sulle piattaforme digitali di streaming, “Paparazzi, Izakayas and Cowboys” è il nuovo album di Simone Sello, un progetto ambizioso e fortemente cinematografico che sfugge a ogni definizione univoca.
Chitarrista e produttore italiano di base a Los Angeles, Sello costruisce un immaginario sonoro in cui le atmosfere da Spaghetti Western si intrecciano con rock e blues, surf music, elettronica rétro-futurista e suggestioni provenienti dalla cultura giapponese.
Ogni brano è pensato come il capitolo di un film immaginario, un racconto per immagini in cui la chitarra diventa voce narrante e guida l’ascoltatore attraverso deserti polverosi, metropoli al neon e scenari surreali.
Pubblicato traccia dopo traccia come un percorso narrativo in continua evoluzione, l’album riflette l’identità nomade dell’artista e il suo sguardo internazionale, maturato tra Roma e la California. I riferimenti cinematografici e musicali si rincorrono – da Morricone a Moroder, da Kurosawa a Sergio Leone – dando vita a un universo ibrido e sperimentale capace di parlare tanto agli amanti delle colonne sonore vintage quanto a chi cerca una ricerca sonora contemporanea e trasversale.
“Paparazzi, Izakayas and Cowboys” non è però solo un progetto discografico: dal vivo si trasforma in uno spettacolo multimediale in cui musica e proiezioni originali dialogano in perfetta sincronia, amplificando la dimensione visionaria del lavoro.
Un viaggio sonoro e visivo fatto di contrasti, ironia e incontri culturali improbabili, dove cowboy, izakaya e futuri immaginati convivono in un racconto unico e profondamente personale.
INTERVISTA
“Paparazzi, Izakayas and Cowboys” sembra più un film che un disco: quando hai capito che questo progetto avrebbe avuto una struttura narrativa così cinematografica?
Me ne sono reso conto quasi subito, mentre i primi brani prendevano forma.
Stavano funzionando come scene di un racconto più ampio, quindi ho capito che non aveva senso forzarli dentro una struttura “album tradizionale”: dovevano dialogare tra loro come sequenze cinematografiche.
Da lì è nata l’idea di un progetto unitario, in cui musica e immagine crescono insieme; d’altronde sono sempre stato affascinato dall’idea dei “concept album”, come “The Lamb Lies Down on Broadway” dei Genesis ad esempio.
Nel disco convivono vari generi come Spaghetti Western, rock/blues, surf ed elettronica retro-futurista: da che base sonora sei partito e come hai trovato un equilibrio tra questi linguaggi così apparentemente distanti?
Sono partito dalla chitarra, che resta il mio centro di gravità.
Attorno a quella ho costruito ambienti sonori, usando i generi non come etichette ma come colori. Lo Spaghetti Western porta con sé l’immaginario e lo spazio, il rock e il blues la fisicità, il surf una certa leggerezza ironica, l’elettronica la dimensione temporale.
L’equilibrio nasce dall’intenzione narrativa: ogni suono deve avere una funzione all’interno della scena.
In che modo Morricone, Kubrick e Moroder sono stati d’ispirazione alla composizione di questo album?
Morricone ad esempio insegna che una melodia può rappresentare un personaggio.
Kubrick invece insegna l’importanza del tempo, del silenzio e della distanza emotiva.
Moroder, invece, ha mostrato come l’elettronica possa essere emotiva e cinematografica allo stesso tempo.
Non li ho mai citati in modo diretto, ma di sicuro fanno parte del mio modo di pensare la musica come racconto.
Il Giappone ha un ruolo importante nel progetto: quali elementi della cultura musicale e visiva giapponese ti hanno ispirato di più?
Soprattutto l’attenzione al dettaglio e il rapporto con il silenzio.
Nella cultura giapponese il vuoto non è assenza, ma spazio attivo. Questo concetto mi ha influenzato sia nella scrittura che negli arrangiamenti.
E poi l’estetica urbana notturna, le luci, i piccoli gesti quotidiani hanno contribuito a creare quell’atmosfera sospesa che attraversa il disco.
Parli di un legame narrativo tra Kurosawa e Sergio Leone: cosa ti affascina di questo dialogo tra Oriente e Occidente?
Mi affascina il fatto che Leone abbia “riletto” Kurosawa attraverso un filtro occidentale, creando qualcosa di nuovo.
È un dialogo che dimostra come le culture non si copiano, ma si trasformano a vicenda.
Nel mio lavoro cerco lo stesso tipo di scambio: non citazione, ma reinterpretazione. È lì che nasce un linguaggio personale; tra l’altro nel mio caso il contrasto non è ci dentale, ma voluto, come se fosse una ricerca di confronti.
Vivendo a Los Angeles dal 1997, come è cambiata la tua percezione delle “frontiere” culturali e musicali?
A Los Angeles le frontiere esistono solo se te le imponi o se sei incanalato in un sistema specifico…
Altrimenti, di base è una città in cui per forza di cose convivono linguaggi, provenienze e stili molto diversi, e questo ti invoglia a definire bene chi sei.
Per me è stato fondamentale: mi ha permesso di pensare in modo globale, mantenendo però uno sguardo europeo, più riflessivo e narrativo.
Quanto conta per te l’aspetto visivo oggi, in un’epoca in cui la musica è sempre più legata all’esperienza multimediale?
Conta moltissimo, ma non come elemento decorativo.
Il visivo deve essere parte del linguaggio, non un’aggiunta. Nel mio caso talvolta è il punto di partenza.
Credo che oggi l’ascoltatore cerchi esperienze complete, non solo brani. L’immagine aiuta a creare uno spazio emotivo più profondo.
Dal vivo il progetto diventa uno spettacolo multimediale: in che modo si riflette questa scelta sul palco?
Sul palco la musica si completa.
Le proiezioni sono sincronizzate con la performance e trasformano il concerto in un’esperienza immersiva, per l’appunto quasi cinematografica.
Non è solo un live, ma un attraversamento del progetto: il pubblico entra dentro il film, scena dopo scena, suono dopo suono.

Per ogni cosa c’è un posto
ma quello della meraviglia
è solo un po’ più nascosto
(Niccolò Fabi)