David Byrne è giunto alla sua decima fatica solista: American Utopia lo riconferma con uno dei punti fermi dell’art pop mondiale.

David Byrne è sempre stato un personaggio imperscrutabile. Affetto da sindrome di Asperger, attualmente sessantacinquenne, ex deus ex machina di una delle band più influenti di sempre (certi Talking Heads), artista a tuttotondo e eternamente circondato da collaboratori di grande calibro. Forse taluni lo ricorderanno come l’autore di Like Humans do, da Look into the Eyeball del 2001, una canzone che si trovava nella musica di sistema di Windows Xp Home edition:

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Da sempre poco dotato vocalmente, ha supplito a tale mancanza con una grandissima abilità compositiva: a parte la fiorente carriera con gli irriverenti e geniali Talking Heads, ha vinto un Oscar per la colonna sonore de L’ultimo imperatore, film del regista italiano Bernardo Bertolucci (lo stesso di Ultimo tango a Parigi, per intenderci) del 1988 che fece incetta di statuette. Assiduo collaboratore di Brian Eno, cui deve il suo esordio solista My life in the bush of Ghosts, probabilmente una delle menti musicali più brillanti dai tempi dei compositori neoclassici, è fra i pioneri della contaminazione elettronica di classe, e fra i più attenti ascoltatori di quando l’umanità abbia da offrire in termini di stile musicale: Afro-jazz, musica cubana, etnica e tribale dal Sud America e dall’Africa più profonda, con suoni registrati e campionamenti da film ed opere teatrali. Assieme ad Eno sperimentò la found music, ossia la musica prodotta utilizzando strumenti di fortuna, oggetti, appunto, “scoperti e trovati”, nel duplice signifcato del termine inglese. Nella sua lunga carriera, oltre ad American Utopia, ha composto ben dieci album solisti, tutti caratterizzati da sound estremamente vari fra loro, ricchissimi di contaminazioni di innumerevoli generi, spaziando dai toni allegri e spensierati di Oh-Ho agli archi classici di Feelings, ed al più art rock omonimo David Byrne.

Ed era da molti anni che il caro David non si faceva sentire. Ma a quanto pare è finalmente tornato, con un progetto maestoso come American Utopia: panartistico, che include collaboratori artistici e scultorei, scenografi, Brian Eno, ed una commistione di stili complessa e di cui i singoli elementi sono difficilmente riconoscibili ed individuabili.

Andiamo con ordine. Byrne non ha mai saputo cantare, in sensu strictu. Ha creato uno stile vocale tutto suo, fatto di portamenti, di fuori tempo, di stonature e storpiature della frase musicale da lui stesso scritta; la sua voce, nei momenti più ardui della composizione, è spesso mascherata dalla base musicale, o nascosta dietro molteplici effetti elettronici. Eppure, anche ora, a distanza di anni dall’esordio con i Talking Heads, riesce ancora ad evocare l’artista snob, autoreferenziale, ed allo stesso tempo geniale, che fu all’inizio. Byrne rispolvera, inoltre, il tappeto musicale tipico degli anni ’70, lo sbatte col battitappeti e lo rinnova: il mellotron, strumento portato alla ribalta da Paul McCartney, una sorta di protosintetizzatore. Riprendere inoltre l’abusatissimo tema del consumismo, mai passato di moda dal secondo dopoguerra e lo attualizza: un po’ come, nel mondo della fantascienza, ha fatto Westworld col tema dell’intelligenza artificiale.

L’album si apre con I dance like this, un’impietosa e lirica descrizione della vita del terzo millennio, fatta di megalopoli, carte di credito, consulenti di fitness, e la composizione della canzone ben si adatta al tema trattato: le strofe sono lente, accompagnate da pianoforte e archi distorti, mentre il refrain sprofonda nel dark di una danza (I dance like this, cause it feels so damn good; if we could dance better, well, you know that I would) sfrenata ed insicura allo stesso tempo. Il brano nel complesso è bilanciato ed in perfetto stile byrniano.

Segue la complessa Gasoline and Dirty Sheets, affresco cyberpunk di una città allo sbando, narrata dagli occhi di una persona che si definisce un essere umano, in quel mondo popolato da shopping malls e politici dal volto sporco. Eventi spagnoleggianti e fisarmoniche a bocche si alternano a archi distorti e drum beat, in una bella potenziale colonna sonora.

Si apre eterea Every Day is a Miracle, ed è immediato il tuffo in un mondo fatto di led e mare calmo: è un brano felice, il ritornello è gioioso, ed è la visione positivista del mondo consumista in cui viviamo. Il testo è pieno di descrizione fiabesche (lingue viventi, Gesù a forma di uovo e Dio che arrostisce salsicce). Ma anche se non paghiamo una bolletta, siamo ancora vivi: dunque questo giorno è egli stesso un miracolo. È forse il brano più semplice dell’album, contenente qualche contaminazione di musica tribale dell’Oceania, ma, ben nascosta, la struttura di un gospel. Ed in fondo, solo al terzo ascolto, si capisce che il pollo nominato è, in realtà, il soggetto. Ed è felice se riceva il pastone a fine giornata.

La breve Dog’s mind inizia in perfetto stile art-pop, archi distorti alla Sigur Ròs, un po’ nordico, un po’ pop. Contiene la migliore interpretazione vocale di Byrne nell’intero album, più a proprio agio con note basse che con acuti e lunghi fraseggi. Continua il parallelo con la beata vita degli animali domestici del terzo millennio: un cane, in un etereo downtempo, non immagina cosa significhi guidare un’auto o chi sia il presidente degli Stati Uniti. Si avverte, in lontananza, l’arpeggio di una chitarra, nel delirante finale, di cani che fanno cose canose, e che sognano canando.

Campane distorte ed effetti sintetici misti a timpani lontani preludono a This is That. Una bellissima ballata elettrica, che rimanda a Bjork dei primi tempi che a sua volta rimanda a Brian Eno. Un accompagnamento minimal, ridotto all’osso di oud (la chitarra dal suono arabeggiante), e percussioni che sembrano tanto appartenere alla found music. Si tratta di una meta canzone, che rimanda alla sottile poesia contenuta nel flusso di dati che portano, dalla composizione del pin allo svuotamento del conto in banca: lo striscio della carta. Descritto con oud, spinetta (rubata direttamente alla musica neoclassica), e timpani distorti. This is when, this is now, this is when I use my cash card.

Di altri toni è dotata It’s not dark up here, felice e disturbante fra voce e accompagnamento, Byrne si muove sui difficili binari della dissonanza ma riesce a ben calibrare le componenti pop e puramente artistiche. I giri di chitarra fanno tanto anni ’70 ed Earth Wind and Fire, e, soprattutto, Talking Heads. I nostalgici la ameranno, i neofiti salteranno oltre.

Dark e narrativa è Bullet, l’accurata descrizione di come una pallottola infierisca sulla carne. Una ritmica ben calibrata, fatt adi tubular bells e xylofono. Il felice refrain crea una deliziosa distorsione e worm-hole verso un mondo in cui chi spara è felice di colpire con una pallottola il ferito, quell’uomo il cui stomaco è ancora pieno di cibo. Semplcie chitarra acustica si aggiunge poi alla narrazione, come un altro attore. La pallottola, la cui traiettoria è ingrandita e portata all’essenza lirica, si fa portatrice di un misterioso messaggio di redenzione. Ma la canzone si chiude di botto.

E ci porta alla lenta ballata Doing the Right Thing, un delicato arpeggio che accompagna il monologo autoreferenziale di un uomo d’affari, dotato di sconfinata fiducia in se stesso, che, per la prima volta, si trova di fronte a qualcosa che non sa affrontare. Si sentono, per la prima volta, chitarra acustica ed archi puri (seppur commisti a bonghi); sono inoltre presenti controcori femminili. L’uomo narra la sua bella vita, impressionare donne, fare il turista, mangiare in bei ristoranti. La seconda parte del brano si apre con una scatenata accelerazione synth, ben ballabile e che ben si addisce allo stile New York City dei piani alti, yuppie, insomma. Con tutta la follia che ne consegue (si veda American Psycho per approfondire l’argomento). Il refrain è oltretutto molto orecchiabile, e ciò concorre a fare di Doing the Right Thing una delle migliori canzoni di American Utopia.

Ed arriva infine il singolo di lancio, Everybody’s coming to my house. Byrne riprende l’art-rock di un tempo e crea uno splendido pezzo up-beat, felice e malinconico allo stesso tempo, velocissimo ed inarrestabile. Utilizza, liricamente, lo stesso espediente di Bullet, ossia lo zoom nei particolari per descrivere una situazione d’insieme. C’è un sotteso rimando al social media, all’iperconnessione, alla condivisione di qualunque cosa con chiunque. Siamo solo turisti in questa vita, turisti nei nostri ricordi e nelle nostre storie di Instagram. E finchè lo saremo ci illudiamo che non saremo mai soli. Byrne è splendidamente stonato, riconoscibilissimo, con i suoi settant’anni di esperienza elettronica.

Ecco l’ultimo pezzo. È arrivato il momento di salutare American Utopia. Here fornisce la componente epica ed atmosferica che un po’ mancava all’album: ed è la lessicale Here. Lessicale perché sostanzialmente, il testo è la definzione di “qui”, con tutte le limitazioni spaziali e temporali che la parola stessa impone. Eppure è anche un termine molto vago, scevro di dettagli. Qui può esser il luogo dove c’è chi amiamo, oppure la posizione del portafoglio nella tasca, oppure semplicemente un punto indicato che richiede attenzione. Here descrive il funzionamento dei neuroni di collegamento, una classe di neuroni che ha lo scopo di connettere i neuroni della memoria a quelli della percezione. Lo “zoom” caratteristico di American Utopia raggiunge qui la sua sublimazione, ma ci si dimentica un po’ del nodo focale dell’album, e l’attenzione dell’ascoltatore è spostata proprio sul motivo di tale accuratissima descrizione, composta di ritmiche evocative informatica d’essay e d’annata, con risvolti dark.

American Utopia è un album incredibilmente fresco, per la carriera più che quadriennale di un artista come David Byrne. È l’album, appunto, di un artista, che si sente finalmente libero più che mai di dire quello che gli pare, senza costrizione. La critica al mondo contemporaneo è talvolta sottesa, talvolta evidente, talvolta narrata nell’inconscio, talvolta allegoria. American Utopia è un album incredibilmente autoreferenziale, ma che, purtroppo, non lascia spazio a comprensione o a contatti con l’esterno: si ripiega su se stesso, con questi infiniti ingrandimenti su piccoli dettagli, nell’immedesimazione con animali da cortile, che lascia l’ascoltatore confuso, un po’ svuotato, e lo fa sentire (va detto) molto, molto, confuso. Perché è l’estrema sublimazione della realtà, una descrizione puntigliosa e particolareggiata del mondo in cui viviamo, svolta proprio tramite i minuscoli dettagli percettivi. Un po’ come il il piccolo Gulliver nel paese popolato da giganti di Brobdingnag, di cui il protagonista scorge perfino i brufoli sul viso. Ma David Byrne è uno dei più grandi artisti contemporanei e lui, francamente, può.

Giulia Della Pelle