Con il suo stile inconfondibile, Massimo Cotto torna a raccontare le mille facce di un mondo che è molto più di un genere musicale. Per farlo, apre lo scrigno prezioso delle tante confidenze e dichiarazioni che ha raccolto per tutta la vita e costruisce un percorso a piccoli passi in cui i protagonisti della scena mondiale svelano una dimensione intima che si sono costruiti giorno dopo giorno, lavorando su se stessi.
Tra voci sopra le righe e divertenti aneddoti, meditazioni profonde e consigli quotidiani, a ogni mese si associa una riflessione che nasce da un brano cult e che introduce una parola chiave per ciascun giorno, accompagnata da una canzone come viatico all’ascolto e da una o più risposte che gli artisti hanno voluto consegnargli durante incontri e colloqui.
Demoni e ispirazioni, vizi e virtù rivivono in un curioso zibaldone di pensieri che diventa al tempo stesso un motore per le proprie ricerche personali e il prodotto di un nuovo sguardo sul mondo, mai banale.
Abbiamo scambiato delle piacevolissime chiacchiere con Massimo Cotto, in occasione di questa sua nuova uscita, riflettendo sul passato e sul presente del rock.

Intervista a Massimo Cotto
Ciao Massimo, è un vero piacere averti su Insidemusic. Tu hai all’attivo 71 libri, che sono più di un libro all’anno: considerando che fai mille altre cose oltre a scrivere, come ci sei riuscito?
Intanto ne ho scritti 71 ma non li ho letti tutti (ride n.d.r.), poi ho tre grandi fortune: la prima è che sono sempre stato innamorato follemente del mio lavoro, quindi non mi pesa lavorare tantissimo. La seconda è che sono veloce e la terza è che ho una grande famiglia alle spalle, che mi consente anche di sfruttare tutto il tempo libero a disposizione.
Nel caso di questo libro si trattava semplicemente di andare a trovare le cose, ma c’erano già sostanzialmente.
Cosa ti spinge a scrivere quindi?
Io ho un po’ l’urgenza del raccontare: ho bisogno di comunicare quella che è la mia visione delle cose, magari poi spero anche che possa servire a qualcuno, ma è un’urgenza che ho innanzi tutto nei miei confronti.
Quando il rock mi si è manifestato, con tutta la sua potenza, lo ha fatto attraverso una storia, una canzone ascoltata alla radio, con la forza di una voce. Da allora è come se provassi continuamente a tenere accesa quella candela.
In un altro tuo libro, Rock Therapy, erano le canzoni ad essere un rimedio, qui sono le parole di chi scrive o canta le canzoni. Come è stato recuperare queste interviste e quale è stato il criterio di scelta?
Intanto ho dovuto riascoltarle tutte, che è stato molto emozionante, perché alcuni di questi artisti appunto non ci sono più e questo mi ha riportato alla mente infiniti ricordi. Mi è capitato in tutti questi anni, che le persone, non solo quelle famose, mi abbiano detto qualcosa che poi, per un motivo od un altro, abbia finito per portare dentro. In questo caso cito artisti, quasi tutti musicisti, ma anche scrittori, attori, registi, con i quali condivido una visione del mondo.
Così mi sono reso conto in questi anni, che a volte, in determinati momenti, magari impensabili, mi tornavano in mente delle cose dette ad esempio da David Bowie ed allora ho pensato: se queste cose possono servire a me, magari saranno utili anche per altri. Alla fine, così come una canzone è universale, possono esserlo le parole. Io poi le ho selezionate in base a come, secondo me, potessero essere anche di utilità, non soltanto per la bellezza della storia raccontata. C’erano molte altre storie belle che io avrei potuto mettere dentro, che fino all’ultimo sono stato indeciso se inserire o meno, ma poi alla fine non mi sembravano organiche al progetto.
Questo libro ha una costruzione molto particolare, sembra quasi un calendario, e tu stesso hai detto che si può leggere in molti modi, forse anche aprendolo a caso come un libro delle risposte.
Sai, oggi è cambiato anche il metodo della lettura: non sai mai dove leggi, quando leggi. Per cui a me piace molto l’idea che il libro possa essere letto come si vuole. Io ho sempre scherzato con i miei amici, dicendo che scrivo libri “da cesso”; non perché fanno cagare, ma perché ogni storia che racconto dura il tempo giusto di permanenza in quel luogo (risate, ovviamente n.d.r.). Chi legge può scegliere se andare avanti giorno per giorno, oppure aprire a caso o magari seguire le parole chiave. Il Rock è come rovesciare il contenuto di una borsa sul tavolo e poi scegliere quello che vuoi, quello che ti serve in quel momento, non è che ci deve essere un percorso guidato.
Tu dici del tuo libro “il rock ha ancora le risposte. Solo, sono cambiate le domande”. Ma visto che anche il panorama musicale è cambiato, anche altri generi possono avere le risposte, oppure no? In che modo?
Intanto il rock ti risponde dal 1954, quindi bisogna vedere se gli altri generi riusciranno poi a reggere così tanto. È chiaro che oggi, se i giovani devono scegliere un linguaggio per esprimere il loro malcontento, non sempre scelgono il rock: evidentemente loro hanno bisogno di un altro tipo di risposte, e forse hanno anche delle domande diverse.
Quello che mi piace del rock è che è passato dall’essere un genere musicale fatto da adolescenti per gli adolescenti, a genere fatto anche da persone che hanno 70 anni, che si sentono adolescenti, rivolgendosi allo stesso tipo di persone. Era questo che intendevo, quando ho pensato che in qualche modo fossero cambiate le domande. Certamente è cambiato tutto il contesto, come giustamente dicevi tu. Inoltre, non si utilizza più il rock come motore di ricerca di una certa cultura, come si faceva negli anni ’60 con Woodstock o con tutto il fenomeno del movimento hippie. Tutto ora è su una scala più individuale e personale, però il rock ha ancora la forza e la capacità, se non di risolvere i nostri problemi, almeno di metterli a fuoco: poi siamo noi quelli che devono fare l’ultimo passo. Il rock è il profumo della torta, ma la torta siamo noi.
Mi ha colpito molto la parte in cui Mick Jagger parla della ribellione, un concetto che a tratti sembra quasi essere stato frainteso “dalla folla”
Intanto gli effetti del rock, delle canzoni, degli atteggiamenti di ribellione spesso vanno oltre le intenzioni. Quando lui (Mick Jagger) dice che molte delle canzoni ribelli, in realtà, sono nate in pantofole, oppure che all’inizio pensava che il rock fosse semplicemente una forma di intrattenimento e non un modo per veicolare la propria ribellione, significa che alla fine quello che conta è ciò che di fatto ha trasmesso, più di quale fosse l’intenzione iniziale. Lui ha trasmesso la voglia di essere liberi, che spesso si confonde con la voglia di ribellarsi, che non sono proprio sinonimi.
Ma il senso è che conta quello che produci mentre il fuoco brucia, si spegne, ed in questo processo genera degli effetti: ti ha scalda, ti dà luce, ti illumina la strada; magari ha bruciato delle carte che ti erano care o altre con cui non volevi avere più niente a che fare. Per fortuna il rock va in direzioni diverse: nel momento in cui un artista scrive o realizza una canzone, non ha in mente tutte queste direzioni. La bellezza nasce dal fatto che noi siamo parte attiva del processo, noi che ascoltiamo intendo. Ancora una volta ognuno prende dal rock quello che gli serve, e questo vale in generale per tutta l’arte.
A proposito di Rock e di giudizi, ci sono state molte recenti polemiche sulle rockband di ultima generazione: mi riferisco ad esempio ai Maneskin che, con questa ascesa imprevista, hanno scatenato polemiche ed opinioni contrastanti negli addetti ai lavori. Tu cosa se pensi?
Intanto io ringrazierò per tutta la vita i Maneskin, perché grazie a loro sono stato intervistato dal New York Times, che non mi avrebbe mai chiamato altrimenti (ride n.d.r.). Ma al di là delle battute, credo che loro siano rock più ancora da un punto di vista di attitudine, che non musicale. Trovo sterili tutte le proteste a riguardo: il fatto è che siamo italiani e siamo sempre capaci di darci le martellate sui c*******i. Voglio dire: abbiamo un gruppo che finalmente scala le classifiche di tutto il mondo, tra l’altro uscendo da due manifestazioni che non hanno niente di rock, come Sanremo e L’Eurovision, e noi ci lamentiamo? Andiamo a cercare il pelo nell’uovo?
Loro sono riusciti ad intercettare un pensiero comune, hanno portato avanti una loro idea del rock e per questo dobbiamo essere straordinariamente felici, per tante ragioni. Innanzi tutto per loro, poi perché comunque portano in giro il nome dell’Italia nel mondo, e infine perché credo e mi auguro che facciano un po’ da battistrada: con il loro successo hanno avuto la possibilità di alimentare, diciamo, la base, di fertilizzare nuovamente questo terreno. Finalmente tutti pensano che non è vero che il rock non funziona, o che non lo puoi tramettere in radio, e tutte queste cose qua che si pensavano fino ad adesso. Quindi io sto dalla parte dei Maneskin, a prescindere. Poi certo, alcune canzoni mi piacciono ed altre meno, ma questi sono gusti personali. Purtroppo noi siamo un po’ un popolo di prevenuti, che non si vogliono abbastanza bene, che non riescono mai ad essere felici della gioia degli altri. Ritroviamo l’unità solo nei momenti di abbandono e di necessità, o quando c’è un evento catastrofico.
Altre parole molto d’effetto sono quelle di Sting e Yoko Ono sulla morte e sulla depressione. Secondo te perché la fragilità delle rockstar colpisce di più? Solo perché è più amplificata o perché si dimostrano anime più sensibili di noi?
Beh direi tutte e due la cose. La seconda è profondamente vera. Noi non ci aspettiamo che una rockstar che sale sul palco e che governa decine di migliaia di persone possa soffrire di malinconia, di depressione o che possa avere delle crisi di panico; anzi tendiamo spesso a considerarli come eroi, come dei portavoce. In Realtà l’artista costruisce il suo percorso sulla sua fragilità, non certo sul suo potere, altrimenti farebbe un altro tipo di mestiere. L’artista purtroppo è condannato in molti casi a sfamare gli altri ma a morire di fame. Penso non soltanto a Chester Bennington o Cris Cornell, ma anche allo stesso Kurt Cobain che diceva: “io non sono come Freddy Mercury, io sto male, lo capite o no che io non voglio essere un portavoce di nessuno?” Ma anche fuori dal rock, penso ad esempio a Totò che diceva parlando con Dio: “Grazie per avermi dato questa faccia, perché fa star bene le altre persone, ma puoi ogni tanto far star bene anche me?”. O penso ad Alda Maerini che con la sua poesia dava bellezza alle altre persone, ma lei poi stava sempre male. Purtroppo questo è l’eterno paradosso dell’artista: noi spesso non ci rendiamo conto che sono molto vulnerabili, a maggior ragione i cantanti, perché usano lo strumento più difficile in assoluto, che è quello della voce. Poi chi le canzoni le scrive, ancora di più. Un cantante, quando inizia la sua carriera, si convince che il successo possa farlo guarire da tutto; quando poi quel successo arriva e lui si rende conto che in realtà non si risolve niente, se non i problemi economici, allora in quel momento è ancora più destabilizzato di prima. Quello è il momento in cui ci si può anche perdere. Pensa a Janis Joplin: comincia a cantare perché vuole essere accettata, perché vuole finalmente vendicarsi degli anni del liceo e dell’università, in cui vinse addirittura il premio come UOMO più brutto della scuola! Poi, quando ci arriva, dice: “ok, faccio l’amore con migliaia di persone ma solo quando sono sul palco, poi torno sempre a casa da sola”. E può succedere, come a lei, di cercare conforto magari in altre cose. Spesso poi alla fine non ce la fai.
Questo è molto triste, ma in qualche modo è una dualità che fa parte del fascino delle rockstar
Beh sì. Quando chiesi a Sting: “Ma tu ti sei mai sentito un dio?” e lui rispose “Eeeeh eccome, certo che si, conosco benissimo quella sensazione lì, però poi ci sono anche i momenti in cui ti senti niente” Ecco: è nell’equilibrio tra quel tutto e quel niente che si gioca poi la vita, e anche la serenità degli artisti.
Tu che di artisti ne conosci tantissimi, e molti di loro sono tuoi amici, continui a vedere amico e rockstar come entità separate? Come gestisci questa cosa, anche a livello professionale?
Allora: io devo lottare quando devo valutarli, perché devo considerare soltanto quello che l’artista fa, non quello che l’artista è. E questo ogni tanto è un po’ complicato. Soprattutto quando hai degli amici sinceri nel loro approccio, a volte tendi ad essere un po’ più indulgente così come quando qualcuno è s*****o, tendi ad essere più severo; però io alla fine penso di essere sempre obiettivo, o almeno mi sforzo di esserlo. Quello che mi succede è che a volte vedo Bowie in televisione, vedo Cohen o vedo Battiato o Dalla e penso “c***o, io con questi ho fatto delle cose bellissime, ho fatto dei mega tour, delle conversazioni”; ed ancora mi stupisco, e questo mi fa sentire vivo.
Sono consapevole di essere una persona molto fortunata: so di aver avuto più di quello che ho dato, e in questo momento faccio gli scongiuri (ridiamo n.d.r.); poi, se riesci ad essere ancora sorpreso dalla meraviglia, vuol dire che sei ancora vivo.
Perché non hai mai scritto un libro solo su di te?
Da un lato ho paura di esagerare, nel senso che mi è andata fin troppo bene così. Ci sono alcuni libri che ho scritto che sono più personali, tipo Rock Life, che parla dei concerti più importanti della mia vita, e lì dentro c’è molto di me stesso.
Ho sempre pensato che il mestiere del giornalista, che è quello che ho sempre voluto fare nella vita, sia il tramite tra chi fa musica e chi la riceve, ed a me piace essere ponte tra le due rive. Dico sempre: “Quando sarò vecchio poi magari scriverò un libro proprio su di me”, ma credo che sia più un modo per esorcizzare la vecchiaia che altro (ride n.d.r.)
Stai già pensando al tuo prossimo libro?
No! Però mi fa sorridere la tua domanda, perché in realtà è esattamente quello che provavo ogni volta che usciva un libro: di solito già stavo lavorando a quello nuovo. Adesso invece sono indeciso, perché mi piacerebbe fare un libro dove, usando la realtà aumentata, pubblico le voci degli artisti che ho intervistato. Ad esempio prima ti ho citato Battiato: lui che racconta una storia che fa ridere, proprio lui che passava sempre per quello spirituale, profondo e che in realtà era anche un grand raccontatore di barzellette, ecco, secondo me è intraducibile su pagina. Così come se tu senti la voce di Cohen che parla beh, non te lo sto neanche a dire quanto sia diverso dal leggerlo.
Però è un progetto ambizioso, c’è da selezionare, tagliare, tutte cose che io onestamente non so fare. Onestamente io non so fare niente, non so nuotare, non so andare in bici con le marce, non son capace a fare il letto, inciampo: se non avessero inventato questo lavoro io sarei in prigione penso, perché avrei cercato di rubare e mi sarei fatto anche beccare (ridiamo n.d.r.). Comunque l’idea è questa: quella di pubblicare un libro dove si sentono anche le voci delle persone.
Andrai in giro a fare promozione per Rock is the answer?
Questo sicuramente. Purtroppo questo momento coincide con tutta una serie di iniziative, però credo che dal mese di novembre in poi faremo un po’ di cose in giro. Anche perché non c’è niente di più bello che conoscere le persone che ti ascoltano in radio, che ti leggono, oppure che ti seguono sui social. A volte nascono anche delle amicizie, degli scambi bellissimi perché tu non te li puoi immaginare: come fai ad immaginarti un tuo lettore? E quindi vederli li è sempre una cosa bellissima, indipendentemente da quante copie vendi. Ne vale sempre la pena.

Sono una toscana semplice : un po’ d’arte, vino buono & rock ‘n roll.
“Non come chi vince sempre, ma come chi non si arrende mai”
(Frida Khalo)