“Ostaggi” (prodotto da Mad Records), è il primo singolo di Titta, attrice e cantautrice fiorentina, vincitrice del Premio Mogol per il Miglior Testo al Tour Music Fest, è in radio dal 25 giugno.
“Questa canzone è un’emozione vissuta più e più volte che alla fine ho sentito la necessità di fissare su carta.” – Racconta Titta – “Anzi, Ostaggi è tutte le emozioni che non mi permettevo di provare.”
Il testo del brano, premiato dal Maestro Mogol al Tour Music Fest e diventato il manifesto delle emozioni dell’artista, è uno sfogo per tirar fuori tutte quelle sensazioni che si provano e che, a volte, vengono soffocate attraverso il cibo.
In un brano della durata di 3:32 minuti, Titta racconta moltissimo di sé lasciando intravedere una luce che l’artista ha effettivamente trovato, la luce del cambiamento.
Un tema molto attuale e per niente facile quello affrontato da Titta nel suo “Ostaggi”: per questo abbiamo deciso di farci con lei questa piacevole chiacchierata .
Intervista a Titta
Ciao Titta, benvenuta su insidemusic. Con Ostaggi hai vinto il Premio Mogol al Tour Music Fest. Un testo molto profondo e personale: vuoi spigarci chi sono questi ostaggi?
Gli ostaggi sono proprio le emozioni. Nel mio caso racconto di cosa mi succede con il cibo, nel senso che quando ho un’emozione molto forte, che sia molto bella o molto brutta, però comunque forte, la tendenza è quella di mangiare, perché non mi sento in grado di gestirla. Quindi le emozioni restano in qualche modo ostaggio del cibo.
È un argomento delicato e studiandoci, perché io sono una persona molto curiosa, ho scoperto che è proprio un funzionamento del cervello, cioè un sapore forte lo distrae da ciò che prova. Funzioniamo proprio così, siamo abili duplicatori di cose che ci fanno comodo, anche quando non è un bene.
È stato difficile trovare le parole per descrivere a tutti questa sensazione?
Non è stato così difficile perché nato su un’ onda emotiva molto forte, quasi di getto. Quindi sulla scia dell’emozione ho scritto questa cosa, è proprio venuta in modo naturale. Anche il fatto che sia molto cruda è legato proprio questo impulso: non ci ho ragionato così tanto quando l’ho scritta, l’ho solo fatto con sincerità. Ho anche cercato di trovare una chiave di cambiamento sul finale, ma la prima parte è stato proprio uno sfogo.
Una sorta di liberazione quindi.
Sicuramente sì, perché a volte più che essere difficoltoso, è faticoso mettere quello che senti su carta, a volte mi fa proprio resistenza. Però quando ci riesci a è tanto liberatorio. Diventa una cosa da cui un po’ prendi le distanze e di cui contemporaneamente prendi la consapevolezza. Come se poi potessi farci quello che ti pare con quella cosa lì, che hai materializzato.
Si fa tanto parlare di Body Positivity, ma a proposito di questo, forse anziché accettare diciamo il risultato, non dovremmo concentrarci sul prima?
Secondo me una cosa bellissima, che si potrebbe fare, sarebbe insegnare un po’ di intelligenza emotiva ai tempi della scuola, come materia proprio. Ognuno ha le sue caratteristiche, ma comunque tu non sei il tuo corpo: questo è body positivity.
Penso che l’accettazione sia importantissima, a ma è fondamentale pensare alla parte interiore prima che all’aspetto: siamo persone. Spesso quando qualcuno non si piace finisce per identificarsi con il proprio corpo, ma in realtà una persona è fatta delle cose che dice e delle cose che pensa.
L’accettazione prima di tutto delle nostre emozioni e di quello che proviamo ci porta poi al vero cambiamento.

Tu sei anche un’attrice, e dalle immagini che vedo, estratte dal video, noto in effetti un taglio molto teatrale ed evocativo
Sicuramente l’esperienza teatrale è stata determinante per me e forse il teatro, più della musica, mi ha salvata. Spesso nella musica, anche da ragazzina, non mi sono ritrovata, non mi sono riconosciuta: anche per questo ho sentito l’esigenza di scrivere cose mie. Volevo sentire quello che normalmente tutti sentono quando ascoltano la musica, senza sentirmi diversa. Il teatro invece è un posto dove quella diversità diventa una ricchezza. Nella musica spesso è più complicato. Se tu guardi ad esempio la storia di Tiziano Ferro: di fatto lui non ha fatto successo finché non è dimagrito. Il mondo della musica è forse più selettivo, mentre in teatro c’è un posto per tutti. Ma a parte in certi casi, è proprio l’arte in sé stessa a darti la possibilità di esprimerti.
Che credo sia una gran fortuna, non facile per chi non ha che fare con ambienti artistici.
Guarda, ti dico esiste una cosa, che si chiama Teatroterapia, in cui si fa proprio questo: si usa il teatro come un gioco per capire come sarebbero andate le cose nella tua quotidianità, se avessi avuto azioni o reazioni diverse. Quello diventa un punto d’inizio per capire come potresti fare le cose diversamente nella vita: diventa uno strumento per il cambiamento, per sperimentare.
La musica ed il teatro quindi sono arrivate insieme nella tua vita?
In realtà no. La musica è arrivata prima perché la mia mamma per farmi socializzare non sapeva più dove sbattere la testa (ride n.d.r.), così ha iniziato a farmi cantare in chiesa con altri bambini. Ovviamente io proprio non ci volevo andare, invece poi è diventata uno dei miei momenti preferiti. Il teatro l’ho iniziato dopo, a 13 anni, ma considerato che ne ho 35 direi che è come se lo facessi da sempre. Credo comunque che le due cose siano legate, perché quando canti in qualche modo interpreti. In questo senso io la vedo un po’ all’americana, non perché gli americani facciano tutto bene, ma perché intendono l’artista in modo un po’ più completo.
Che cosa farai nei prossimi mesi, artisticamente parlando?
Ad oggi abbiamo concluso la preparazione diciamo, e stiamo preparando già il secondo pezzo.
E poi ho un sogno nel cassetto, un obiettivo che punto e di cui non ho ancora parlato a nessuno, quindi consideralo uno spoiler: mi piacerebbe tanto fare uno spettacolo con le mie canzoni, in cui raccontare la mia storia.
Un progetto che spero di mettere in pratica anche coinvolgendo la mia associazione teatrale, con cui adesso stiamo portando avanti un bel lavoro scritto durante il lockdown.
Siamo anche riusciti a mettere insieme diversi musical, e mi piacerebbe molto realizzare una cosa del genere anche per la mia storia.
L’associazione si chiama FeMus – Fenice Musical Firenze, e la trovate anche su Instagram come @fenicemusicalfirenze

Sono una toscana semplice : un po’ d’arte, vino buono & rock ‘n roll.
“Non come chi vince sempre, ma come chi non si arrende mai”
(Frida Khalo)