Max Gazzè, live report di Alchemaya a Roma: Ricky Tognazzi, gli Anunnaki, e i grandi classici

Il Max Gazzè di Alchemaya è  un cantautore destinato a rimanere nella storia italiana.

Un artista, Max Gazzè, capace di scrollarsi finalmente di dosso il pop, che, per quanto di razza, lo teneva confinato entro determinate linee melodiche e strumentali; un artista che, un po’ come Franco Battiato, ha sempre amato infarcire di riferimenti colti i testi di brani all’apparenza alquanto orecchiabili e leggeri, creando un gioco che ha la capacità di sfociare nel sociologico. E ad un target ben preciso è rivolto il tour di Alchemaya, perché, va detto, per gradire uno show-ad ogni modo unico nel suo genere, o almeno in Italia- del genere bisogna avere una mente aperta.

Sono le ventuno e venti, alle Terme di Caracalla, nelle vicinanze del Circo Massimo: insomma un luogo in cui viene rappresentata l’Opera estiva a Roma, con alcune eccezioni, come Bjork e Max Gazzè stesso. Terme antichissime, appartenenti alla dinastia Severa, subirono numerosi usi, come accoglienza ai pellegrini nel Medioevo e Mitreo: non è dunque casuale la scelta della location, estremamente suggestiva per quanto più piccola del più blasonato Parco della Musica.

Trionfalmente, entra l’orchestra sintonica di Alchemaya. In primo piano, la bella e bravissima pianista coreana Sunhee You, mentre dietro di lei si dispongono gli archi, i clarinetti, i fagotti, l’abilissimo xilofonista e suonare di campane; nell’altra sezione di orchestra, si annidano i bassi, archi e fiati, i timpani sullo sfondo, e la pedana del tastierista. Entra anche il direttore d’orchestra, Clemente Ferrari. Infine, con un po’ di suspance, fa il suo ingresso nient’altro che Ricky Tognazzi, seguito a ruota da Max Gazzè stesso.

E qui inizia lo show. Uno show la cui genesi è lenta è complessa, e per il quale Max Gazzè va stimato per avere avuto il coraggio di osare. Ricky Tognazzi, rinomato attore italiano, inizia a narrare, con profetica abilità, la tragica storia dell’umanità come raccontata dalle tavolette sumere di Zecharia Sitchin. Costui, scrittore azero e accadicista autodidatta, propose una traduzione “creativa” di alcune tavolette sumere, traduzione mai più replicata, ma storia che va raccontata per la sua epicità ed originalità.

Eoni fa, un altro pianeta vorticava attorno al nostro sole, Nibiru (teoria recentemente tornata in voga per la probabile scoperta di un gigantesco pianeta ai limiti del sistema solare)  trovandosi talvolta vicinissimo, tanto che sarebbe bruciato, e talvolta lontanissimo; eppure, a mitigare il clima e ad evitare la tragedia cosmica per i suoi abitanti, gli Anunnaki, c’erano dei potentissimi vulcani. Lentamente, però, con l’invecchiare di Nibiru, la potenza dei vulcani iniziò a diminuire, ed il pianeta a bruciare vicino al sole, a congelare lontano da esso. Gli Anunnaki, allora, scesero sulla terra, alla ricerca di oro, un materiale da utilizzare come schermo protettivo per il loro pianeta: e trovarono le scimmie (siamo, dunque, temporalmente, nell’Oligocene) che elevarono al rango di razza presciente.

Parte, a questo punto, il concerto, mentre l’ascoltatore cerca ancora di venire a patti con quanto narrato riguardo gli antichi astronauti: c’è L’Origine del Mondo, e, dunque, la narrazione acquista un senso. Il pomposo, epico, incipit di Alchemaya si esaurisce e Tognazzi ricomincia a narrare.

I genetisti crearono dunque Adamo, il primo uomo, e lo posero nell’Eden, ed una serie di schiavi da utilizzare nelle miniere di oro; eppure Adamo era solo, e gli Anunnaki crearono Eva. Ma anch’essi trovarono Eva bellissima: e dall’unione fra le donne umane (Eva per estensione) nacque una stirpe di giganti, nominata anche nella Genesi biblica, i Nephilim, dotati di straordinari poteri. Ascoltiamo dunque nell’intro de Il Diluvio di Tutti la bravura e delicatezza di Sunhee You mentre Gazzè narra di Dei troppo umani, e uomini schiavi di immonda gelosia. Stupenda è la partecipazione emotiva dei musicisti dell’orchestra.

Ricky Tognazzi torna sul palco, mentre gli spettatori rimangono in religioso silenzio. Gli Dei divennero gelosi, ci dice. Scoprirono i Nephilim durante una delle loro rare incursioni sul nostro pianeta, e ne furono invidiosi: per la loro bellezza, per la fortuna di vivere su quello splendido pianeta mentre Nibiru moriva e gelava. Cominciarono, dunque, un vero e proprio genocidio: padri gelosi e feroci, l’Umanità rimase per sempre macchiata da tale orrore.

Parte La Tavola di Smeraldo, brano originale di Alchemaya, orientaleggiante, con grande utilizzo di fiati, seguita a ruota, per forza di narrazione, da Vuota Dentro, in cui, con voce graffiante di filtri di Max Gazzè, viene descritto come gli ultimi Nephilim si fecero strada all’interno della crosta terrestre, trovandovi all’interno un altro piccolo sole arancione, ed un’altra crosta. Qui posero la loro dimora, e qui continuano a vivere, accogliendo raramente solo pochi eletti fra l’Umanità che non aveva mosso un dito per proteggerli: ecco da dove nasce il mito di Shangri-la.

Bassa Frequenza, brano lovecraftiano di Alchemaya, viene invece recitato da Ricky Tognazzi, e ci evoca la ricerca delle rovine, di qualche seppur minimo lascito, di quella prima civilizzazione che occupò e stuprò la Terra. Ma non v’è nulla che possa confermare il mito, solo la fede. Il grande attore rimane però sul palco per uno dei momenti più alti, complessi, dell’intero concerto: introduce una grandiosa visione avuta da un ospite umano nella Terra inferiore, in cui strani animali, portatori di una divinità superiore perfino agli Anunnaki/Elohim, sorreggono un trono d’elettro, su cui siede Colui/lei che davvero governa l’Universo. Parte dunque Visioni ad Harran, uno dei brani migliori di Alchemaya di Max Gazzè per quanto riguarda l’aspetto operistico e narrativo. L’umanità è persa senza le sue divinità, che, spogliata la terra dall’oro, sono fuggite sul loro pianeta, oppure sottoterra, irraggiungibile, ed è priva della vera conoscenza del divino, che transita a volte in qualcosa che vola.

Ricky Tognazzi abbandona il palco, e si susseguono rapidamente la gioiosa Alchimia, in cui Max Gazzè assomiglia sempre di più a Franco Battiato (il che è solamente un complimento di cui sicuramente il Nostro sarà conscio), l’evocativa Etereo, in cui la componente sintonica comincia a farsi davvero sentire, ed Il Progetto dell’Anima, particolarissimo brano elettronico con cui si chiudeva l’Atto I in studio di Alchemaya: è la famosa domanda che Max Gazzè si pone. Anunnaki, Nephilim, antichi astronauti, esogenesi: ma qual è il nostro scopo?

La pianista Sunhee You si lancia quindi in un bellissimo assolo di pianoforte, una rapsodia, per spezzare la tensione, ma, come ho già detto nella recensione di Alchemaya, la domanda non è ben chiara, ma la risposta è una, l’amore che permea ogni cosa. Finisce così l’Atto I, Max Gazzè presenta di nuovo l’orchestra, la pianista, Ricky Tognazzi e Clemente Ferrari. E ci risponde con La leggenda di Cristalda e Pizzomunno, ancor più commovente e coinvolgente fra le antiche rovine delle terme di Caracalla: sembra quasi di vedere le feroci sirene.

Siamo dunque, come dice Max Gazzè stesso, all’interno del suo repertorio classico di riarrangiamenti, privi di accenni a mitologie dimenticate. Mentre ancora ci asciughiamo le lacrime, parte Il timido ubriaco, e finalmente si canta, in questo brano pop che diviene una delicatissima ballad. Diviene un brano lounge, invece, Il Solito Sesso, seguita dalla splendida Nulla, fra le canzoni migliori mai composte da Max Gazzè, che narra di tragedie cosmiche e di tragedie emotive. Partono poi Mentre Dormi, ancor più delicata in versione sintonica, e Ti Sembra Normale.

Torniamo su lidi più leggeri, quasi da operetta, con Cara Valentina, brano tratto da La Favola di Adamo ed Eva del 1998, un Gazzè giovanissimo, e ci rituffiamo in pieno in Alchemaya con l’altro inedito non ermetico, Se soltanto, scritta dai fratelli Gazzè insieme: il finale da cabaret oscuro è struggente da togliere il fiato. Proseguiamo sulla sottile linea che separa malinconia e lacrime con Un Brivido a Notte, mentre nell’orchestra sono tutti serissimi.

Proseguiamo con La Vita Com’è, in un’inedita versione orchestrale: così divertente che i primi violini canticchiano e ballano a tempo. Il pubblico, delle terme pienissime, è il delirio, ed è il momento giusto per Sotto Casa, introdotta da un campanello: il testimone di Geova che tutti vorremmo ci suonasse.

Il concerto sta purtroppo volgendo alla sua fine, e parte un grande classico: Una Musica Può Fare, fortemente elettronica come l’originale: gran lavoro del tastierista. Ricordo che da piccola non riuscivo ad immaginare cosa significasse stare sotto l’armadio con la radio, ma ora il senso della frase non è più così importante, perché l’arte si nutre d’arte stessa, no?

Siamo giunti alla fine. E come si chiude Alchemaya, anche lo splendido spettacolo si chiude con Verso un altro immenso cielo, una promessa metafisica che Max Gazzè non sarà mai più solo il compositore pop di classe, ma un musicista a tutto tondo, e che non è finita qua. Perché, Max, c’è bisogno di più persone come te, in Italia, che rendano arte e cultura ciò che rimaneva confinato nei forum dei complottisti colti degli anni ’90. Quindi, ti chiediamo, in ginocchio, scrivi un altro album come Alchemaya.

Scaletta di Max Gazzè Alchemaya Tour 5 Agosto Terme di Caracalla (Roma):

L’origine del mondo

Il diluvio di tutti

Vuota dentro

La Tavola di Smeraldo

Bassa frequenza/Visioni ad Harran

Alchimia

Etereo

Il Progetto dell’anima

La Leggenda di Cristalda e Pizzomunno

Timido UBriaco

Il solito sesso

Mentre Dormi

Ti sembra Normale

Cara Valentina

Se Soltanto

Un brivido a Notte

La vita com’è

Sotto casa

Una musica può fare

Verso un altro immenso cielo

Live Report di Giulia Della Pelle

Photogallery di Laura Sbarbori

 

 

2018-08-07T12:31:12+00:00 6 agosto 2018|Live Report|0 Commenti