Ci sono voluti 40 anni, quasi la mia vita intera, per ascoltare “17Re”, il brano tratto dall’omonimo album dei Litfiba ma scartato all’epoca dell’uscita dello stesso, perché ritenuto “debole” e non in linea col resto del lavoro discografico, il quale venne compreso e apprezzato dal pubblico e dalla critica solo in un secondo tempo.
Ne è valsa la pena, attendere così tanto? Qualcuno, almeno tra i fan, non se lo è forse ancora domandato? Suppongo di no e io non faccio eccezione: me lo sono chiesta e mi sono anche risposta che sì, ne è valsa assolutamente la pena.
E non tanto perché a questo brano, unitamente all’album e al tour celebrativo di “17 Re” si possa attribuire, almeno in parte, il merito di aver temporaneamente ricongiunto la più longeva rockband italiana nella sua formazione originale, offrendoci la possibilità di ascoltarli suonare insieme ancora una volta, oltre a quello di poter udire un inedito che impreziosisce ulteriormente un album già di per sé storico, quanto perché è il pezzo in sé ad essere bello: e una canzone è tale quando è arrangiata e suonata bene, ben interpretata, attuale nel testo e pregna di contenuto.
“17 Re” suona bene ed è questo a rilevare, a conti fatti.
Poi naturalmente, c’è di mezzo la questione del gusto personale, come sempre quando si tratta di arte nelle sue varie forme, del resto.
Ci sarà chi lo amerà o, al contrario, lo detesterà per partito preso, chi ne sarà piacevolmente impressionato in ragione delle sue “basse” aspettative e chi, viceversa, ne sarà deluso in virtù delle sue attese molto “elevate” o, comunque differenti, chi ne riconoscerà la gradevolezza pur non apprezzandone la rivisitazione, chi troverà che non si potesse che rimetterci mano, atteso che la musica odierna è troppo diversa da quella che era in voga nei favolosi anni ’80, chi lo riterrà parte di una delle tante “operazioni nostalgia” ultimamente assai frequenti e via discorrendo…la verità è che “hanno tutti ragione”, per dirla alla Sorrentino, e al contempo che “hanno tutti torto”.
Vale a dire che, come per quasi qualunque aspetto dell’esistenza, non esiste una verità assoluta, né una ragione assoluta.
I gusti sono gusti e come tali non è mai possibile metterli in discussione, mentre si può discettare seriamente di musica, se si hanno le competenze, altrimenti anche le dissertazioni sul tema lasciano il tempo che trovano.
Per quanto mi riguarda e per quel poco che può valere, da fan trentennale della band fiorentina e da amante della musica, posso solo limitarmi a dire che “17 Re” mi sembra un prodotto ben riuscito e ben confezionato, capace di non lasciare indifferenti al primo ascolto.
Se dovessi darne un umile giudizio qualitativo, direi che è un buon compromesso tra le sonorità litfibiane degli anni ’80, chiaramente anch’esse vestite di nuovo, e l’attuale modo di cantare di Piero Pelù, che naturalmente non può (e secondo me nemmeno deve) essere quello di 40 anni fa.
“Todo pasa” o “Panta Rei” che dir si voglia: niente è immutabile e nessuno rimane perfettamente uguale a sé stesso, col passare del tempo: non possiamo pretendere dagli altri una fissità che né noi, né nessun altro essere umano potrà mai garantire rispetto a nulla.
“17 Re” recita che l’uomo è perso, senza la sua storia e senza la sua memoria: i Litfiba quella memoria hanno avuto il piacere di non smarrirla ma anzi, di recuperarla e di darle nuova linfa, affidandosi, ancora una volta, alla musica per far sentire la loro voce in un periodo storico cupo come non se ne vedevano dal Dopoguerra.
E sì, penso che “17 Re” sia un brano di cui ci fosse un grandissimo bisogno.

Appassionata di musica, giornalismo, scrittura e danza, ama vivere nella sua riservata Torino, ma adora il Sud Italia, nel quale affondano le sue origini.